Visioni, specialismi e paraocchi

Perché tacciono le voci di primavera in innumerevoli contrade d’America (Rachel CarsonPrimavera Silenziosa, 1962)”.

Visioni, specialismi e paraocchi
di Marco Moro
(pubblicato su innesti.com)
illustrazioni © Laura Zavalloni

Rachel Carson (1907-1964) era una biologa marina, una scienziata affermata, che aveva già ottenuto abbondante successo nel suo campo di studio.
Cosa la spinse dunque a porsi quella domanda? Perché prese a cuore un problema che rischiò di portarla fuori dalla sua comfort zone?
Possiamo parlare dell’idea di visione applicata alla costruzione di quello che oggi chiamiamo “pensiero ambientale”. Il significato che si può dare a questa parola è soprattutto capacità di vedere oltre, capacità di cogliere in un singolo fenomeno le sue conseguenze più ampie. Un processo che può portare a scontrarsi con il pensiero dominante, ma che non nasce necessariamente con questa intenzione.

Uno sguardo diverso, quello di una già celebre biologa marina a cui un’amica chiede di guardare, con la stessa efficacia con cui ha osservato l’oceano, un altro ambiente, quello delle aree agricole degli Stati Uniti. Per cercare le ragioni di un fenomeno di cui non si ha spiegazione, ossia la scomparsa di uccelli e insetti. Primavera Silenziosa indagava e documentava tutto questo, e portò, nel giro di un decennio, alla messa al bando del DDT, identificato come primo colpevole di quell’innaturale silenzio, per non parlare degli effetti sugli esseri umani.

All’epoca gli attacchi che la persona – più ancora del suo libro – subì furono feroci. Che tra i suoi più accaniti detrattori ci fosse l’industria chimica non può ovviamente stupire, ma quello che scrisse suscitò anche la reazione di chi – scienziati o istituzioni – riteneva la sua un’invasione di campoche per di più osava mettere in discussione uno dei maggiori successi dell’epoca (all’inventore del DDT venne assegnato il Nobel).

Ciò che accadde rivela bene il meccanismo: laddove non ci sia provata disonestà, abbiamo a che fare proprio con i paraocchi degli specialismi, ossia l’attitudine opposta a quella che ha permesso la nascita e lo sviluppo del movimento ambientale.

Nel 1965 Lester Brown (1934) è in India, giovane funzionario del Dipartimento dell’Agricoltura del governo statunitense, spedito a Delhi con il compito di contribuire al rapporto sulla parte riguardante l’agricoltura del piano di sviluppo quinquennale di quel Paese. Ma, come egli stesso racconta, sceglie di allargare il suo sguardo. Legge, si confronta, e si rende conto di un’imminente e gravissima carestia che sarebbe stata prodotta dalla siccità che stava affliggendo tutti gli stati del subcontinente. La stagione dei monsoni da qualche tempo non si comportava come al solito e non c’era alcun motivo per credere che il fabbisogno di cibo stimato nel rapporto avrebbe potuto essere soddisfatto. Brown riesce – andando in contrasto con la posizione ufficiale – a raggiungere il livello più alto dell’amministrazione USA e a far mettere in moto in tempo utile la macchina degli aiuti.
Rompe con la visione ufficiale, con il frame di pensiero e con le procedure burocratiche, con le gerarchie consolidate. Ma, soprattutto, si fa forte dell’aver colto con estrema chiarezza già dieci anni prima – nei mesi passati nei villaggi rurali indiani subito dopo la laurea – il nesso fondamentale tra popolazione e risorse, che sarà alla base dello sviluppo successivo della sua attività. Brown esce perfino dai limiti del compito che gli era stato assegnato, proprio per la capacità di vedere ciò che altri non sono in grado, o non vogliono, vedere. Tutto il suo lavoro successivo sarà caratterizzato proprio da una visione capace di evidenziare le connessioni tra fenomeni e processi riguardanti ambiti diversi: energia, popolazione, ambiente, clima, istruzione, consumi, risorse, politica, agricoltura, ricerca, ecc.
Il suo è un apporto fondamentale alla costruzione del pensiero e delle scienze della sostenibilità. Nel 1974, con il sostegno della Fondazione Rockefeller fonda il Worldwatch Institute, il primo istituto dedicato all’analisi delle questioni ambientali mondiali.

Quest’attitudine a vedere oltre il proprio specifico ambito di attività, a connettere fenomeni diversi e trarne una consapevolezza in grado di mettere in discussione delle apparenti certezze, si ritrova in tanti protagonisti del pensiero ambientale. Il cui sguardo può arrivare dalle direzioni e dalle esperienze più disparate.

Lo conferma una vicenda molto più recente, quella che vede protagonista una giovane velista britannica: Ellen MacArthur (1976).
Qui a entrare in gioco sono la passione per la vela e l’attrazione per gli spazi immensi degli oceani, che nel 2001 le valgono il titolo di persona più giovane ad aver mai circumnavigato il globo.

Durante la traversata, e nella successiva in solitaria percorsa a tempo di record nel 2005, cosa vede Ellen al di fuori dello spazio ristretto della sua imbarcazione? Che quel globo è tutto ciò che abbiamo. Inoltre, sperimenta che nel suo “microcosmo a vela” le risorse a disposizione per sopravvivere sono ulteriormente e drasticamente limitate. Gestirle senza sprechi è l’unica strategia possibile. Cinque anni dopo chiude con la vela e decide di fare qualcosa di decisivo affinché questa visione diventi pratica diffusa, tra le imprese e nelle politiche. E ci riesce.
La Ellen MacArthur Foundation è oggi l’istituzione più influente tra quelle che promuovono la transizione delle nostre economie verso un modello alternativo al take-make-waste che ha caratterizzato lo sviluppo dal secondo dopoguerra a oggi.

L’idea del “guardare oltre”, incarnata da queste e da molte altre persone, non ha alcuna pretesa di rappresentare una regola. Solamente, ci dice che per esplorare, comprendere e trasformare il nostro rapporto con la natura non possiamo permetterci di indossare i paraocchi, siano essi dettati da specialismi o pregiudizi o interessi di parte, che trovano spazio anche nel mondo accademico, nella ricerca e nelle professioni. Trasferendosi alla politica, ai media e all’opinione pubblica. Cioè a noi.

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