Rischi passati e presenti in Appennino

Con questo articolo intendo passare in rapida rassegna i pericoli corsi e le minacce ancora attuali al riguardo della montagna appenninica, in un tempo che, ormai è chiaro a tutti, la neve non è più un’opzione affidabile e lo sport dello sci è in netto declino, sia per i costi che per moda forse irreversibile.

E’ risaputo che la spina dorsale della nostra penisola, l’Appennino, ancora costituisce terreno di caccia grossa per la speculazione edilizia e per quei meccanismi di finanziamento che approfittano dell’ignoranza degli amministratori pubblici e l’ancora odierna (quindi non solo propria degli anni Settanta) arretratezza culturale delle popolazioni locali. Cui si promette senza mai mantenere. Il prezzo di questo grande inganno, una specie di cancro ancora assai virulento, è la catastrofe ambientale accompagnato dallo spreco totale di denaro pubblico, purtroppo distribuito in abbondanza da Cassa del Mezzogiorno e iniziative affini.

Il Gran Sasso e il sottostante Campo Pericoli. Foto: skoriabob.blogspot.com

Partiamo da sud, più esattamente da quello che oggi è uno dei parchi più grandi e più belli di tutta l’Italia: il Parco Nazionale del Pollino.

Del Parco si disse che era “di carta”, parco “fantasma”, parco di “Penelope”, ecc.: questo perché la futura istituzione aveva collezionato record di studi, progetti, dibattiti senza fine o riscontro in lotta con i tentativi di valorizzazione presenti già nel 1958 anno in cui fu pubblicato il testo Precedenti storici per la valorizzazione scientifica e turistica del Pollino, a cura del castrovillarese Agostino Miglio.

In ogni caso il 1958 rappresenta anche l’anno in cui gli aspetti naturalistici e culturali del Pollino prendono il loro spazio sulla scena nazionale, infatti a giugno dello stesso anno, viene proposto, alla Camera dei Deputati, un Progetto di Legge per la Valorizzazione del Pollino e in agosto viene festeggiata presso Piano Ruggio la VII Festa Nazionale della Montagna. A partire dal 1964, il Parco, sarà presente in tutti gli elenchi delle zone naturali da tutelare.

Ma il parco negli anni è stato anche campo di battaglia per numerosi movimenti ambientalisti, in particolar modo per il WWF. Nel 1968 fu presentata a Potenza una Proposta di un parco nazionale calabro-lucano del Pollino da parte dell’associazione. Nel frattempo il Consorzio del Nucleo Industriale del Golfo di Policastro aveva finito di elaborare il progetto tanto faraonico quanto vandalico di costruire nella regione montagnosa del Monte Pollino una gigantesca città della neve, Pollinea. L’assonanza con Cervinia è evidente, ce n’era abbastanza da ingolosire imprenditori e amministratori a caccia di fondi. Si proponeva la realizzazione di stazioni sciistiche, l’edificazione di strade in quota, che avrebbero creato notevoli disagi all’istituendo Parco.

L’abbandono di Prato Selva

Non bastandone uno, fu presentato un secondo progetto, questa volta avanzato dalla società OTE (Organizzazione Tecnico Edile) del gruppo EFIM-INSUD nel 1970, che prevedeva scenari faraonici e inseriva tutto il massiccio in un grande paesaggio delle nevi.

Sono state svolte numerose indagini preliminari e piani di fattibilità di insediamenti turistici, anche in collaborazione con altre società di progettazione. I programmi futuri prevedevano la continuazione dell’attività a favore delle società del Gruppo EFIM-INSUD, un colosso delle Partecipazioni statali del tempo, con l’occupazione dell’intero versante lucano del Pollino, esposto a nord e quindi meglio innevato dell’altro. In tutto, dovevano nascere 40 impianti di risalita, affiancati da 10.000 posti-letto in alberghi e seconde case. Grazie a un’apposita società, la Monte Pollino.

Nel Conto Consuntivo dell’Ente Partecipazioni e Finanziamento Industria Manifatturiera (EFIM), Esercizio Finanziario 1971, è scritto: “La società (Monte Pollino, NdR) è stata costituita il 18 gennaio 1971 per la realizzazione sul Monte Pollino, sia nel versante Calabro che in quello lucano, di impianti turistici invernali ed estivi, nel rispetto dell’ambiente naturale, che si propone anzi di conservare e valorizzare mediante la creazione di vasti parchi naturali. Sono stati già acquistati circa 1.150 ettari di terreno e si dispone di opzioni per altri 250. Per far fronte alle necessità finanziarie il capitale sociale è stato aumentato da 50 a 500 milioni di lire, interamente sottoscritto dalla INSUD. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche dovrà esprimere il proprio parere sul progetto alle autorità governative, che dovranno prendere in merito le definitive decisioni. Pertanto l’avvio dei lavori, per i quali sono stati già predisposti i progetti per ambedue i versanti, è subordinato a tali decisioni”.

Ancora desolazione a Prato Selva

Lo stesso anno il CNR ingaggiò un gruppo di facoltosi naturalisti del WWF per la stipulazione di un Piano d’assetto naturalistico territoriale del Parco Nazionale Calabro-Lucano del Pollino. Il progetto prevedeva la suddivisione del territorio in differenti livelli di protezione e tutela, e, in seguito ad una minuziosa analisi di costi e benefici, si riuscì a dimostrare come il territorio, conservato in tutti i suoi aspetti naturalistici, fosse più redditizio di qualsiasi progetto speculativo fino ad allora presentato. Questo fu uno dei primi studi su un’indagine scientifica che, estranea a ogni tipo di pregiudizio, dimostra che un’istituzione di un’area protetta risulta una buona occasione di sviluppo per le popolazioni del posto.

Nel 1973 viene pubblicato, dalla Regione Basilicata, un libro bianco con il tentativo di trovare un compromesso tra le due proposte presentate rispettivamente dal WWF e dall’EFIM. Tale documento rappresentò la base per l’iniziativa legislativa con la quale la Basilicata propose alla Calabria la stipulazione congiunta di un Progetto speciale per la valorizzazione del Pollino, ma la proposta rimase tale e la regione Basilicata fu costretta a portare avanti il progetto del Parco Regionale.

L’abbandono di Monte Cristo. Foto: Giulio Speranza.

Nel 1977 fu bandito un concorso per la proposta di nuove idee al fine di creare un parco naturale nel versante lucano del Massiccio: fu vinto da Gruppo Interdisciplinare di studio coordinato dall’arch. Ferrara con la partecipazione di numerosi studiosi che presentarono nel 1981 il Progetto Pollino, che in sei volumi illustrava le proposte elaborate e le relative analisi.

Nonostante il Parco Regionale del Pollino fosse istituito con L.R. n. 3/1986, non avviò mai nessun tipo di attività di gestione. Il parco nazionale diventò realtà solo nel 1993 con l’istituzione dell’Ente e nel 1994 con la costituzione degli organi di gestione.

Davvero è difficile oggi immaginare quante lotte siano state necessarie per difendere allora tutto ciò che oggi è tutelato più o meno bene.

L’abbandono di Monte Cristo. Foto: Giulio Speranza.

Ma proseguiamo nella nostra carrellata, senza la pretesa di essere esaustivi, pena anche una possibile noia del lettore.

Al Gran Sasso, negli anni Settanta, si vaneggiò la costruzione di impianti di risalita nell’immacolato Campo Pericoli, per raggiungere il quale sarebbe stata necessaria la costruzione di un lungo tunnel per evitare il pericolo di valanghe nel vallone di accesso. Il primo forte “no” alla profanazione di Campo Pericoli fu detto nel 1982 dai soci della sezione del CAI di Ascoli Piceno con una camminata-manifestazione da Campo Imperatore ai Prati di Tivo.

In pericolo oggi sono anche la zona del Venacquaro, la  conca del Voltigno e, sulla Majella, il Monte Focalone e l’anfiteatro delle Murelle. Remo Gaspari, il politico più potente dell’Abruzzo, voleva fortemente questi impianti sulla Majella: per fortuna bloccati dall’istituzione di due Riserve Naturali dello Stato, frutto dell’accordo tra i Comuni di Fara San Martino e Palombaro con il Corpo Forestale dello Stato.

Il primo nato in Italia, il Parco Nazionale d’Abruzzo, paventa ancora oggi la costruzione di un carosello di impianti da Pescasseroli al Monte Marsicano, più una funivia che dovrebbe collegare Barrea con l’Aremogna. A bloccare questi progetti sono state iniziative e soggetti diversi. La campagna SOS Marsicano, per esempio, è stata orchestrata dal vulcanico direttore del Parco, Franco Tassi, con l’appoggio decisivo del WWF e del CAI.

Franco Tassi

Si è ventilata, con partenza da Forme, un nuovo impianto sulla Magnola. Sui Monti Simbruini, nuovi skilift potrebbero, dal Piano di Camposecco, invadere il Monte Autore.

L’alpinista e guida alpina Gigi Panei, marsicano poi trasferitosi a Courmayeur, prima di disegnare nuove piste a Campo Felice, si era dedicato al progetto di far nascere nel Reatino, attorno al Lago della Duchessa, una stazione sciistica per accedere alla quale sarebbe stata necessaria la costruzione di una funivia con partenza da Valle del Salto (A24).

Sul gioiello di wilderness per eccellenza che sono i Monti della Laga, altro piccolo progetto di impianti tra Campotosto e Amatrice, più un altro, molto più devastante, sul versante teramano della catena. Per quello intervennero, nel 1989, una grande manifestazione promossa da Mountain Wilderness e alcuni articoli usciti sulla stampa.

La desolata solitudine del Monte Bove

Sul Monte Terminillo è davvero aspra la lotta per la difesa della zona, vedi l’esauriente articolo di Ines Millesimi, TSM 2021, uno slalom l’ampliamento sciistico sul Terminillo.

Anche i Monti Sibillini non furono (e non sono) esenti dalla furia colonizzatrice. Nel 1986, a Frontignano, sono ancora i battaglieri ascolani a organizzare la manifestazione contro gli impianti in Val di Bove, che viene contestata perfino dai cacciatori locali. Anche qui era necessario un tunnel, da scavare sotto al Monte Bicco.

Siccome la legge quadro per le aree protette, vecchia del 1991, è necessaria ma non più sufficiente a garantire i territori da nuove aggressioni, l’argomento principale che si oppone ai disastri sempre in bilico di realizzazione è una più precisa ideazione di modelli di sviluppo alternativo, diversi per le diverse montagne. E’ vero che la coscienza ambientalista è in continua crescita, quantitativa e qualitativa; è vero che anche i finanziamenti pubblici attraversano un periodo di “magra”. Ma le cordate, spesso anonime, degli investitori trovano forme sempre più nuove e astute per aggirare qualunque ostacolo. A questo proposito, il progetto “Avvicinare le Montagne” relativo all’Alpe Devero (Alpi Lepontine) è davvero maestro d’intreccio tra finanza e amministrazione (locale e regionale). Ecco perché è importante la definizione di nuove strategie per la montagna.

Un altro punto a favore della protezione è la constatazione che il ventilato e tanto auspicato risultato economico delle “piccole Cortina” non c’è MAI. Ma questo va comunicato all’opinione pubblica ad nauseam, mostrando il più possibile le distese di cavi e i piloni in abbandono. La ruggine, la desolazione dell’abbandono. Gli ecomostri in rovina.

E, per chi non ne avesse abbastanza, consigliamo la lettura di Stazioni moribonde sotto i 1500 m, ma anche di Turismo bianco, futuro nero – 10 e, per allargare all’Appennino Settentrionale, Collegamento tra Doganaccia e Corno alle Scale.

 

Frontignano 1986, manifestazione contro gli impianti

 

Pubblicato il

1 Comment

  • Articolo che mi è molto piaciuto. Sto riscorprendo (?!?) l’impornatza dell’Appennino da circa una quindicina di anni. Io, uomo del Nord pieno (e con un’eduzione più calvinista che mediterranea) sono sempre stato portanto a pensare che le nostre “vere” montagne fossero le Alpi: alte quote, grandi ghiacciai (un tempo), pareti immense… Anche nella versione invernale non vedevo con fronti e al massimo pensavo alle cime appenniniche come colline su cui praticare lo sci dio fondo escursionistico… (cosa peraltro realizzata e con gran divertimento). Devo e voglio fare ammenda. L’Appennino ha un suo perché, un suo fascino ancestrale e anche turistico. L’ho scoperto, ahimè, più al seguito delle disgrazie (terremoti, valanghe su hotel…) che mi hanno fatto mente locale su alcune zone, che poi ho conosciuto sui libri e anche sul terreno in versione alpinistico-escursionistica o scialpinistica. Montagne belle, bellissime, sacre, selvagge. Ecco perché sono schierato apertamente a difesa della loro integrità. Basta con gli impianti di sci, è business che non regge più (fra un po’ neppure più sulle Alpi…). Occorre riconsiderare la vocazione turistica dell’intero arco appenninico verso quelle attività che oggi rientrano nel termini smart, slow e green. A tal fine dovranno muoversi le autorità (campa cavallo…) e al seguito gli imprenditori, grandi e piccoli. Nel frattempo, iniziamo noi a frequentare l’Appennino con il sudore e la fatica del camminare. Ciao!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *