M&M’s (Microplastiche in montagna)

di Paolo Bursi, pubblicato su Ecochange il 26 maggio 2020

Cevedale, fine primavera 2019.

La mia prima volta su questa montagna. Decidiamo di salire da Solda, per poter ammirare il Gran Zebrù in tutta la sua immensità.

Giornata spettacolare, sole pieno, neve polverosa.

Il bianco del ghiacciaio e l’azzurro del cielo. Non esistono altri colori per descrivere l’ambiente che ci circonda. Il velo candido della neve copre tutto, rocce e tracce.

Ad un occhio più attento però, si nota la presenza di tanti puntini neri, che più o meno rapidamente si muovono in direzione del punto più alto innevato.

Eccoli, gli scialpinisti: ormai anche loro sono diventati conquistatori dell’inutile.

Gli scialpinisti all’attacco. Foto: Paolo Bursi.

Osservando questo fenomeno, la mia mente divaga. Questo è uno dei tanti modi con cui riesco a tenere sotto controllo l’affaticamento fisico, comincio a pensare al posto in cui sono e alle memorie di quello che ho letto.

Mi sale il brivido della scienza, mi ricordo di alcuni articoli letti sui giornali e su internet che parlano delle microplastiche in montagna, in particolar modo nella zona del ghiacciaio dei Forni, nello stesso gruppo montuoso in cui mi trovo.

Delle microplastiche parla già Lucia in questa bell’esperienza, che siano presenti nel mare c’è evidenza da parecchi anni.

Ma la scoperta delle microplastiche nei ghiacciai è relativamente recente. In pochi pensavano che in queste zone “incontaminate” si potesse trovare traccia dell’inquinamento dell’uomo.

È chiaro, nelle zone molto turistiche, il passaggio dell’uomo si vede a grande distanza. Nelle zone frequentate principalmente da alpinisti, si pensava di essere riusciti a mantenere incontaminato l’ambiente.

Speranza vana” penso, spostando gli sci lungo il plateau, prima della pala del Cevedale.

Anche la neve dei ghiacciai è contaminata, si parla di contaminazione comparabile ai sedimenti marini e costieri europei. Si pensa che le microplastiche si originino localmente, da particelle distaccate dal materiale dei frequentatori, oppure siano trasportate dalle masse d’aria. Ancora non si conoscono pienamente le conseguenze biologiche e i processi microbiologici di degradazione, saranno oggetti di successivi studi. Si suppone che le microplastiche possano essere un ottimo substrato per l’accumulo di inquinanti a livello dei ghiacciai.

È certo che i ghiacciai sono tutt’altro che incontaminati: vedere tutto candido e pulito non vuol dire che sia ancora puro.

La fortuna è che almeno non si vedono macroplastiche, la cultura alpina, nei posti frequentati da alpinisti è ancora presente.

 

Sono alla base della pala, lo zig-zag di salita sembra veloce. Le inversioni sono piacevoli, più salgo e più si apre davanti agli occhi lo stupendo panorama della val Martello e del Parco Naturale dello Stelvio.

Da una parte sono onorato di poter apprezzare queste meraviglie, dall’altra penso che comunque, per quanto leggero possa essere stato il mio passaggio, resterà la mia traccia.

Non solo quella GPS, ma anche quella ambientale.

Vetta.

Si gode a 360° della bellezza della montagna, decidiamo di raggiungere anche la bella Zufallspitze, poco distante.

Facili roccette ci conducono alla seconda cima. Le gambe cominciano ad accusare i segni del dislivello.

Forse ieri non dovevo andare a scalare. 

Gran Zebrù visto dal Cevedale. Foto: Paolo Bursi

Scendiamo, la pala è bellissima. Le curve si alternano una dietro l’altra, talmente veloci che non facciamo neanche una foto. Nel plateau la situazione cambia, white-out. Sono arrivate delle nuvole e non riusciamo più a capire se stiamo salendo o scendendo.

Attimi di panico.

Grazie GPS, riusciamo a trovare la via e facciamo gli ultimi 1000 m di discesa su una polvere da sogno.

Qualunque azione determina delle conseguenze a livello dell’ambiente, su questo non possiamo agire. Come non possiamo avere tutta la situazione sotto controllo mentre siamo in montagna. Possiamo soltanto contenere il rischio.

Così quando frequentiamo ambienti che sembrano immacolati, sappiamo che andremo ad alterare la zona. Ma fino a quando l’alterazione è all’interno dei cicli naturali, la natura è in grado di rispondere positivamente al danno esterno, riuscendo a mantenersi inviolata nel tempo.

Solamente quando si supera la capacità di riparazione della natura, questa inizia a perdere colpi, mostrando alterazioni climatiche, morfologiche, chimiche a livello di ambiente, flora e fauna.

Gran Zebrù. Foto: Paolo Bursi.

Siamo nati per godere della natura, dobbiamo andare nella natura, ma non dobbiamo pensare che l’antropizzazione sia la risposta al vivere la natura. Dobbiamo viverla entro i limiti di autoriparazione della stessa.

 

 

 

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