Ma l’ambiente resta il vero sconfitto

di  Mario Tozzi
(pubblicato su La Stampa del 17 ottobre 2021, con aggiornamento)

C’è una prima “vittima” delle elezioni amministrative che si sono concluse il 18 ottobre 2021: l’ambiente, di cui o abbiamo perso le tracce oppure abbiamo visto tutte le forme, tranne quella che le urgenze suggerirebbero. Nella maggior parte dei programmi elettorali, lo si cita quasi per forza: un’appendice, in genere buona ultima, dopo economia, lavoro, snellimenti burocratici, sport, divertimento e, qualche volta, perfino cultura. Non si riesce a comprendere come ogni altra tematica, soprattutto viste le criticità attuali, ne dipende: non ci può essere alcuna economia sana, tanto per iniziare, se non c’è una biosfera sana, cioè se non si conserva integro il capitale naturale. E ciò è vero anche a scala locale, soprattutto nei centri minori, che possono emergere dalla marginalità puntando sulla qualità ambientale al cui interno trovano spazio turismo sostenibile ed enogastronomia di qualità. Ma anche nelle grandi città, dove mobilità, rifiuti, gestione dell’acqua, energia dovrebbero essere tutte ricadute di una nuova governance ambientale che, però clamorosamente manca.

Mario Tozzi

È la visione di città a essere clamorosamente assente, anche quando si parla di Roma o Torino. Come se le aree metropolitane fossero in qualche modo indipendenti dal contesto ambientale: strade, palazzi e monumenti, al massimo qualche villa o parco urbano, in genere verde addomesticato e indebolito dalla cattiva qualità dell’aria e del suolo. L’ambiente ridotto alla manutenzione dei giardini e alla potatura degli alberi, invece che stella polare di rinnovate città sostenibili e potenzialmente resilienti. Nelle città del futuro non ci potrà essere più spazio per la mobilità privata a motore endotermico: ci saranno solo mezzi pubblici ecologici, auto elettriche condivise, biciclette e altra mobilità “minore”. Eppure ecco che sentiamo di piste ciclabili che peggiorano il traffico veicolare (!) e ZTL invise ai commercianti che, è stato dimostrato, vedono aumentati i loro affari dove la gente va solo a piedi (e forse hanno come unico scopo di arrivare al proprio esercizio in auto, altro che favorire i clienti).

Se da un lato l’ambiente ha lo stesso destino che ha nei libri di testo, relegato in finestre che non fanno parte del programma, dall’altro viene additato a responsabile di aumento di prezzi e vincoli insopportabili, volendo così marcare una differenza ideologica rispetto alla parte avversa che, almeno in teoria, ne fa bandiera. Dimenticando radici ambientali antiche almeno quanto i presunti fasti di tempi per fortuna lontanissimi. Così si configura l’anomalia tutta italiana di un movimento ambientalista sostanzialmente inesistente, a fronte di una politica europea che vede i Verdi ormai nelle sale di comando anche locali. Ma non perché le tematiche ambientali vengono così strettamente condivise che non c’è bisogno di dividersi su queste, ma proprio per l’esatto contrario, perché hanno diritto di cittadinanza solamente a parole.

E anni di amministrazioni alle spalle ce lo dimostrano: mai presi provvedimenti “pesanti”, in particolare uno, la vera cartina di tornasole che certifica come le questioni ambientali non si affrontino quasi mai concretamente. Nessun sindaco, in nessun luogo d’Italia, ha mai veramente ridotto a zero il consumo di suolo, vera piaga nazionale per cui va perduto un metro quadrato di territorio vergine ogni secondo che passa. Anzi, tutti hanno continuato a concedere licenze a costruire, indurre condoni e non abbattere alcuna costruzione abusiva (pur essendo gli unici che hanno il potere di farlo). Anche se è ormai chiaro che su ristrutturazioni e ricostruzioni il settore edile prospererebbe addirittura meglio che sul mattone nuovo. Ma ci vorrebbe a sostegno una cultura ambientale di cui stentiamo a riconoscere le tracce.

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