Laboratori nella natura

I nuovi metodi dei prof, una cura dopo la Dad (didattica distanza). L’innovazione di due docenti a Scienze della formazione. Studenti entusiasti: “Boccata d’ossigeno dopo un anno davanti al pc”

Laboratori nella natura
di Filippo Femia
(pubblicato su La Stampa del 7 giugno 2021)

In mezzo a un bosco, sulle rive del Po o all’interno di una cava. I docenti più tradizionalisti potrebbero storcere il naso per il luogo singolare che sostituisce l’aula, ma gli studenti sono entusiasti. Accade all’Università di Torino, dove chi frequenta Scienze della formazione sperimenta i metodi educativi di Anna Perazzone e Marco Tonon, docenti di scienze della terra. Potrebbero essere definiti rivoluzionari, anche se vengono applicati da tempo: laboratori in mezzo alla natura, cercando di andare oltre il dogma delle lezioni frontali per sperimentare in concreto ciò che si impara sui libri. «Il nostro obiettivo non è scardinare l’accademia – sottolinea il professor Marco Tonon – Proponiamo una didattica diversa, che coinvolge gli studenti e fa apprezzare loro la materia».

I metodi d’insegnamento prevedono un approccio interdisciplinare, per superare le barriere tra le diverse materie: un’uscita di geologia comincia con un trekking, può continuare con alcuni giochi didattici, la lettura di poesie e terminare con la modellazione dell’argilla in una sorta di atelier artistico. «Ci sporchiamo letteralmente le mani, mettendoci alla prova – racconta Valentina Riccardi, 21enne al terzo anno di Scienze della formazione – In questo modo possiamo entrare in contatto con la materia di cui abbiamo sentito parlare solo a livello teorico e andare oltre l’astratto».

Le idee applicate da Perazzone e Tonon sono l’eredità di Elena Ferrero ed Elena Camino, due docenti-pioniere che già negli anni ’80 proponevano metodi d’insegnamento innovativi, rischiando di passare per eretiche all’interno dell’ateneo. L’importanza di questi laboratori è doppia se si considera che a frequentarli sono gli insegnanti del futuro: «Le nostre studentesse vivono sulla propria pelle un modello differente, vedono quali sono le potenzialità didattiche ed educative e potranno farle loro per riproporle in futuro», commenta Tonon.

Del gruppo di lavoro fanno parte anche Andrea Caretto, che cura la parte artistica dei diversi progetti e il dottorando Andrea Gerbaudo. Un altro aspetto su cui si punta molto è l’educazione alla sostenibilità. «Il nostro è un approccio trasformativo – spiega Gerbaudo – Con il coinvolgendo emotivo si tenta di cambiare alcuni nostri atteggiamenti. Educhiamo le persone a sentirsi parte di un ambiente: la natura non è qualcosa che inizia dove finiamo noi. La Terra è un insieme, di cui noi siamo solo una parte che vale esattamente come le altre».

Nel mondo post pandemia questi metodi di insegnamento sono ancora più preziosi. Una sorta di detox che cura i postumi della Dad. Lo dimostrano le adesioni degli studenti: mezz’ora dopo l’apertura delle iscrizioni, l’ultimo laboratorio era già al completo. «Dopo un anno di lezioni davanti al pc questa è una vera boccata d’ossigeno – dice Alice Negro, 26 anni – Poter stare all’aria aperta insieme agli altri studenti è davvero un lusso».

La pandemia ha avvicinato molti professori, prima scettici, ai metodi alternativi di Perazzone e Tonon. «Noi siamo convinti che questo tipo di approccio andrebbe sperimentato anche nelle scuole medie e superiori: un differente tipo di coinvolgimento può motivare gli studenti ed evitare di perderli per strada».

Il prossimo appuntamento dei laboratori è una residenza di tre giorni con due notti da passare in tenda nel Cuneese. «Condividendo più tempo con gli studenti si riescono ad abbattere le barriere – conclude Tonon – Il professore non è più avvertito come un soggetto distante che impone il suo sapere».

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