Fa più rumore un albero che cade

di Luca Marello
(Pubblicato su piemonteparchi.it il 13 Maggio 2021)

L’impatto emotivo di un bosco danneggiato o distrutto è sempre molto forte, ma per decidere se e come intervenire è necessaria un’approfondita conoscenza dell’ecologia dei boschi, delle loro funzioni, dei servizi ecosistemici che erogano nonché del regime di disturbi cui sono di norma sottoposti.

Questo articolo è un approfondimento della campagna #forestepiemonte nata per spiegare che il bosco è una risorsa per tutti e ha un prezioso alleato che deve gestirlo in modo appropriato e sostenibile: l’Uomo! 

Il motore che sta alla base della dinamica dei boschi. Ecco come possono essere considerati i ”disturbi” dal punto di vista ecologico, perché contribuiscono a mantenerne la vitalità e la straordinaria biodiversità che le foreste ospitano. E per questo sono da considerarsi processi naturali che regolano l’esistenza e il dinamismo di tutti gli ecosistemi, compresi quelli forestali.

Se una pianta crolla
Quando una pianta o un gruppo di piante crollano perché ribaltate dal vento o colpite da fulmini, le condizioni e la disponibilità di risorse di quel luogo cambiano. Nell’apertura che si viene a creare arriva al suolo, ad esempio, una maggiore quantità di luce che, per alcune specie, è condizione necessaria per nascere e crescere. Non solo, le piante cadute, così come quelle danneggiate rimaste in piedi, creano numerosi micro-habitat di cui molteplici organismi hanno necessità per vivere e riprodursi. Ecco allora che un “disturbo” diventa una opportunità di sostentamento e di dinamismo dell’ecosistema stesso.

In generale, i disturbi in natura non sono eventi negativi ma un semplice cambiamento che favorisce specie dalle caratteristiche ecologiche diverse e che negli stadi precedenti non trovavano condizioni adeguate. Le dinamiche naturali, tuttavia, si verificano oggi in foreste che sono state intensamente trasformate dall’uomo e che sono spesso influenzate da fattori antropici legati a inquinamento, clima ed attività dell’uomo. Anche lo stesso regime dei disturbi deve quindi essere considerato e affrontato tenendo conto di tali aspetti.

I ‘nostri’ boschi
La maggior parte dei boschi piemontesi, italiani ed europei derivano da un, più o meno, intenso utilizzo storico da parte dell’uomo che, in alcuni casi, ne ha modificato e talvolta semplificato la composizione e la struttura comportando una potenziale maggiore vulnerabilità ai fattori di disturbo e una minore resilienza a seguito di un evento. Gli effetti dei cambiamenti climatici, in aggiunta, portano con sé un aumento dell’intensità e della frequenza dei disturbi e gli incendi e le tempeste da vento di eccezionale intensità verificati negli ultimi anni ne sono una evidente manifestazione.

Come ormai ampiamente noto, i boschi hanno una particolare importanza in relazione all’erogazione di servizi essenziali per l’uomo: i cosiddetti servizi ecosistemici. Protezione del suolo, mantenimento della biodiversità, mitigazione dei cambiamenti climatici, regimazione delle acque, paesaggio e fruizione turistico-ricreativa sono solo alcuni di questi. Nell’ambito della protezione che i boschi offrono dal rischio idrogeologico, ad esempio, un disturbo di elevata intensità e su ampie superfici, può portare alla temporanea perdita della copertura forestale e compromettere la capacità del bosco di erogare il servizio richiesto (es. funzione protettiva nei confronti della caduta di valanghe o massi). In questi casi, il disturbo può creare importanti impatti di tipo sociale ed economico, e il ripristino dell’erogazione del servizio (e delle condizioni di sicurezza) è la priorità assoluta. In questi eventi, se l’uomo ha trasformato i boschi fino a comprometterne la resilienza, il disturbo può dare origine a un vero e proprio danno ambientale.

Luca Marello, funzionario del Settore Biodiversità e Aree naturali della Regione Piemonte spiega cosa accade in un bosco dopo eventi estremi, e come e quando è necessario intervenire.

Il bosco che commuove
L’impatto emotivo di un bosco danneggiato o distrutto è sempre molto forte, ma per decidere se e come intervenire è necessaria un’approfondita conoscenza dell’ecologia dei boschi, delle loro funzioni, dei servizi ecosistemici che erogano nonché del regime di disturbi cui sono di norma sottoposti.

Per alcune tipi di alberi, la natura e l’evoluzione hanno provveduto a fornire strumenti quanto mai idonei al superamento di condizioni difficili: ad esempio la capacità di alcune latifoglie di ricacciare nuovi fusti dalle gemme presenti alla base del fusto o sulle radici (cd. capacità pollonifera) consente loro di rigenerarsi a seguito di un disturbo, e quindi di sopravvivere anche a traumi di grave entità.

Altre volte può accadere che, a seguito di un disturbo, si creino naturalmente le migliori condizioni possibili per l’avvio delle fasi di successione: nei pressi dei tronchi caduti a terra si può accumulare suolo e si possono avere le necessarie condizioni microclimatiche affinché i semi degli alberi presenti nei dintorni trovino un substrato e condizioni idonee per germogliare e crescere.

Lasciare che la natura faccia il suo corso
La selvicoltura naturalistica prende spunto proprio dall’imitazione dei disturbi naturali e, in tal senso, gli interventi effettuati dall’uomo mirano a creare le medesime condizioni di un disturbo circoscritto ma distribuito su una certa superficie, e con dei tempi che devono essere attentamente pianificati.

Nel caso degli interventi di ricostituzione a seguito di un incendio, oppure di uno schianto da vento, occorre applicare il medesimo approccio al quale, però, si deve aggiungere una attenta valutazione relativa all’erogazione dei servizi ecosistemici che sono stati compromessi.

Piantare alberi è, spesso, una delle prime richieste che viene fatta da coloro che hanno a cuore le foreste e vorrebbero “fare qualcosa”. Occorre considerare, però, che il patrimonio genetico della flora e della fauna che vive in un determinato luogo rappresenta sempre il miglior adattamento possibile a quelle specifiche condizioni. Anche il ”non intervento” rientra quindi tra le possibilità, purché sia frutto di una valutazione e offra maggiori vantaggi/benefici rispetto a un intervento umano.

In tutti i casi in cui è possibile, è quindi preferibile assecondare le dinamiche naturali favorendo la rinnovazione forestale e la vegetazione presente o creando le condizioni per cui si possa insediare rapidamente.

Quando è l’uomo a intervenire
Laddove l’interruzione delle funzioni del bosco comporti problemi di sicurezza per le persone o le infrastrutture, allora occorre che gli interventi di ricostituzione siano tempestivi, specifici e incisivi e possono prevedere sia interventi finalizzati ad accelerare i processi naturali, sia interventi di ripristino della copertura vegetale e rimboschimenti. Questi ultimi sono in genere limitati a particolari situazioni valutate da un tecnico competente che saprà porre particolare attenzione alla scelta delle specie e alla loro provenienza.

Attraverso ricerche che negli ultimi decenni hanno migliorato la conoscenza dell’ecologia delle foreste e del regime di disturbi naturali, abbiamo oggi a disposizione più strumenti per pianificare in maniera approfondita e puntuale interventi di prevenzione, mitigazione degli impatti da eventi dannosi e di miglioramento della resilienza delle superfici forestali. Le stesse ricerche ci possono guidare nella scelta delle corrette strategie di ripristino (lasciare fare alla dinamica naturale oppure intervenire).

Per questi motivi, a seguito di un disturbo di forte intensità, risulta di particolare importanza il ruolo di un dottore forestale e di altre competenze di carattere ambientale-naturalistico che, assecondando quanto più possibile le dinamiche naturali, possano trovare un corretto equilibrio tra i processi naturali e le necessità umane. 

La Regione Piemonte ha avviato la campagna informativa dal titolo “Suolo e Foreste: un unico ecosistema”, in questo video si parla di ricostituzione post disturbi. Infografica a cura del Settore Foreste della Regione Piemonte.


Per saperne di più
:
Motta R (2018). L’equilibrio della natura non esiste (e non è mai esistito!).

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