E’ possibile cambiare?

di Beppe Guzzeloni
(pubblicato su LoZaino n. 11, estate 2020. L’intero numero di LoZaino n.11 è scaricabile qui)

Mentre scrivo, in una Pasquetta tiepida, di quest’anno bisestile, gli alberi si gonfiano, scoppiano le gemme; le prime foglie mostrano il loro verde tenero sui rami rugosi, i clivi si coprono di primule: grandi macchie colorate che chiazzano l’erba sotto le siepi, ai piedi degli alberi, negli avvallamenti del terreno. E le finestre restano aperte per assorbire il calore del sole e udire le rondini garrire; nelle corti il bucato sospeso alla fune dondola, gonfiandosi come una vela alla brezza di primavera. E fuori, per le strade, non sento voci e rumore d’auto; solo, in lontananza la sirena di un’autoambulanza e le ore ricordate dal campanile. L’aria è più pulita e il silenzio si fa più presente. Non ero abituato al silenzio cittadino, pensavo non esistesse. Invece, l’arrivo di un virus invisibile ma tangibile, ha sconvolto la nostra esistenza. Uno tsunami improvviso, una valanga imprevedibile di enormi dimensioni ha ribaltato la nostra società con una crescita esponenziale di contagi, vittime, fratture familiari e relazionali. Un’impalcatura economica, sanitaria e sociale messa a dura prova. Storie personali e psicologie individuali rivoltate come un calzino. Uno stile di vita crollato come un castello di carta. Il contagio è diventato la misura di come la nostra società sia globalizzata, interconnessa, intricata. Il CoViD-19 ha svelato ciò che sapevamo, ma non immaginavamo con quale potenza e velocità avrebbe avuto inizio la destrutturazione della nostra complessità, del mondo che abitiamo e delle sue logiche economiche, politiche e sociali. Una sorta di tabula rasa, di azzeramento, di smarrimento. Nei mesi precedenti avevo effettuato delle belle salite sulle montagne lombarde e svizzere, canali e creste innevate, in ottime condizioni. Avevo anche ripreso ad arrampicare su qualche falesia. Avevo progetti di salite, c’era da organizzare i corsi di alpinismo, incontri sociali al CAI, riunioni istruttori. Il mio lavoro di operatore sociale che mi impegna tutti i giorni della settimana. Insomma, la mia solita vita fatta di interessi, impegni, contatti. SF, una vita piena che, in breve tempo, si è trovata catapultata all’interno di uno spazio vuoto a causa delle misure di contenimento e di distanziamento sociale. Esperienza condivisa da molti. Da una presenza e da una pienezza consolidate negli anni da abitudini, progetti, relazioni, forse anche sogni, mi sono trovato in un salto nel buio che si rovescia nell’esperienza del vuoto, della mancanza, dell’imprevedibilità, nell’insicurezza e nella paura. In un girovagare, materiale e spirituale, in uno spazio tanto fisico quanto interiore in cui l’incontro con l’altro è ridotto al minimo. Ho cercato, così di riempire la mia giornata “facendo “, di inventarmi cose da fare, leggere, sentire musica, videotelefonate, chiacchiere per ore, ginnastica casalinga. Tutto ciò per fuggire dal vuoto, invece che viverlo, di attraversarlo e di saper aspettare. Le montagne sanno aspettare, io sto imparando il coraggio di rinunciare ad un qualcosa cui tengo molto. Ma l’attesa che vivo in questo periodo è diversa da quella precedente. Prima sapevo aspettare ciò che avevo progettato. Un’attesa di un qualcosa di certo e definito. Ora è diverso. Sto sperimentando un’attesa desiderante un qualcosa da costruire, da rivedere, riformulare, riprogettare. Ho iniziato a scoprire l’essenziale, a viverlo di persona, con tutta la fatica e le difficoltà che ciò comporta. E soprattutto a toccare con mano la solitudine, a fare i conti con l’ansia, a temere il sospetto e il mio stesso respiro: potrei essere contagioso. Una solitudine che mi interpella, che mi pone domande, che non esige risposte immediate. Mi sono accorto di essere entrato in un deserto e devo attraversarlo. Da solo, ma con il mondo intero. “Da soli non se ne esce”. Nel contagio epidemico se ne esce solo con un nuovo senso di “essere comunità”, nel nostro quartiere, paese, città, con uno sguardo rivolto al mondo: l’epidemia cambia se cambiamo noi, cambiando il nostro modo di essere nel mondo. Dobbiamo inventare un rinnovato e diverso “essere insieme”. Il noi deve prevalere sull’io. La stessa libertà individuale sarà tale solo se sarà solidale.

Questo mondo ancora meraviglioso noi stiamo facendo del tutto per degradarlo e per perderlo. Il cambiamento climatico che aggredisce l’ambiente provocando deforestazioni, desertificazioni, il ritiro dei ghiacciai, l’estinzione accelerata di specie di animali, gli allevamenti intensivi che creano colture involontarie. Se poi aggiungiamo l’urbanizzazione di grandi territori, le megalopoli con milioni di abitanti, il quadro è completo. Ciò che stiamo vivendo in questo periodo è solo il sintomo di un disagio più profondo. “Se il contagio è un sintomo, l’infezione è nell’ecologia (Paolo Giordano)”.

È spaventoso, ma al contempo affascinante, questo nostro mondo senza di noi. Gli animali si riappropriano dei loro spazi, le acque dei fiumi sono più pulite, lo smog sparisce dai cieli delle grandi città, le montagne abbracciano orizzonti lontani, il silenzio ode la propria voce e la natura respira grazie al ritorno della solitudine. E noi, seppur impauriti, cogliamo che c’è qualcosa di bello in tutto ciò. E vorremmo che continuasse. Dall’angoscia del rischio del contagio e dal timore di perdere la nostra libertà individuale e collettiva, è subentrata l’angoscia di perdere il mondo con le nostre abitudini e la possibilità di vivere insieme come prima. E quindi lo spaesamento dovuto alla difficoltà di rappresentarci come saremo e come vivremo. Come scrive Padre Luciano Manicardi, Priore della Comunità di Bose, nel suo libro Fragilità, anche il crollo di un impero, come la fine di una relazione coniugale o il fallimento di una grande azienda possono apparire improvvisi, ma in verità sono preparati da una storia, più o meno lunga. Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un processo, un mutamento, una relazione. Anche quanto stiamo vivendo in questi mesi di emergenza epidemica che stravolge le nostre storie mettendo a dura prova la nostra economia, le nostre relazioni sociali, il nostro stile di vita, forse anche il nostro stesso senso del vivere, è uno svelarsi di verità altrimenti nascoste, il “totalmente altro”. Il CoViD-19 è figlio delle nostre aggressioni all’ambiente, della riduzione degli spazi biologici che inducono ogni forma vivente a sopravvivere dove e come può. L’uomo ha devastato il Giardino Terrestre mettendo le premesse per l’incontro con il perturbante: ciò che sembrava conosciuto e familiare si snatura, e ciò che conoscevamo, ciò a cui eravamo abituati, si svela in una nuova prospettiva. Che ci obbliga a fermarci, a riflettere, a ripensare su come ripartire. Il perturbante offre l’opportunità di cogliere una visione eterotopica (Michel Foucault) del nostro mondo. Ciò che è stato, in gran parte non dovrà più essere. L’esperienza della pandemia ci dice già che non torneremo alle condizioni di prima, non sarà un riprendere lo stile di vita precedente, ma sarà l’avvio di una sofferta trasformazione individuale e collettiva, personale e globale. Il CoViD-19 è l’occasione di prendere coscienza di essere stati catapultati in uno spazio “altro”, in un “non luogo” diversi da quelli da noi conosciuti. La tragicità dell’emergenza endemica che ci attraversa diventi fonte di energie e visioni nuove. Sia un attraversamento del deserto, sia spoliazione di egoismi e individualismi, dove la libertà diventi costruzione di una convivenza solidale tra uomo e natura.

Mi manca moltissimo la montagna e la sua frequentazione, soprattutto attraverso l’alpinismo. Ho nostalgia della quota, dell’ambiente glaciale, dei pilastri di granito e degli spigoli dolomitici; così come sento il profondo bisogno di spazi aperti, di camminare su sentieri e cavalcare creste. Vorrei tanto che l’ambiente alpino rinasca con altre logiche economiche e culturali perché diventi realmente strumento per una vita migliore i cui valori si basino sulla coscienza civile, solidarietà, senso del bello, e che questi valori vadano trasmessi e conservati per le generazioni future. Credo che tutte queste cose siano racchiuse nel cuore della montagna e delle sue genti, che tutti quelli che la frequentano dovrebbero avvicinarsi ad essa con la voglia di rispettarla e che non si comportino da conquistatori e predatori, sconvolgendo habitat, tradizioni e storie di vita alpina.

Comprensibilmente l’attenzione, oggi, degli amanti della montagna, di noi istruttori, si concentra sul come e quando riprendere a effettuare salite, calpestare sentieri, legarsi in cordata, arrampicare e sentire “il proprio respiro” libero da costrizioni. Emerge il problema della frequentazione dei rifugi, del trasporto, del distanziamento sociale che tale emergenza ci ha imposto, dell’uso o meno delle mascherine, del programmare gite in piccoli gruppi, di come affrontare una sosta o effettuare una corda doppia cercando di rispettare le indicazioni per evitare possibili contagi. Usare o meno del disinfettante dopo ogni manovra; fare attenzione a dove metto le mani; a sanificare attrezzatura e materiali vari dopo l’utilizzo… Certo, questo è un vero problema che si deve affrontare e a cui cercare di dare risposte. E ciò influenzerà in modo considerevole il nostro modo di andare in montagna e il nostro modo di essere istruttori. Tutto questo concerne un cambiamento di mentalità, aumentando e affinando la nostra preparazione sia tecnica che culturale, consolidando il nostro senso di responsabilità.

Ma il salto di qualità consiste nell’essere consapevoli che le Scuole di Alpinismo svolgono un’attività di rilevanza sociale, di indirizzo, di ricerca e di proposta culturale che abbia a cuore la frequentazione della montagna. Le Scuole di Alpinismo assumono su di sé una valenza educativa. Educare nel tempo delle problematicità non significa aumentare il senso di sicurezza, bensì far emergere a livello cosciente le resistenze che si oppongono al cambiare direzione nei confronti della montagna e di come viverla alla luce della sostenibilità e della sua salvaguardia; a decidere se veramente si vuole affrontare il difficile compito di incamminarci su sentieri nuovi che l’esperienza dell’emergenza sanitaria ci sta obbligando a percorrere.

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