Connessioni naturali

di Chiara Baù
(pubblicato su imperialecowatch.com il 5 luglio 2021)

Il mondo naturale che ci circonda può essere paragonato ad un grande orologio: tutti gli ingranaggi sono perfettamente collegati tra loro ed ogni componente è decisivo.

Qualsiasi meccanismo del regno vegetale e animale è bilanciato con assoluta perfezione da molteplici fattori, impeccabilmente connessi. Animali e piante vivono in equilibrio tra loro, ogni creatura ha un significato e un suo specifico compito nell’ecosistema. Il fatto che questo sistema risulti apparentemente chiaro e comprensibile è fonte di grande sicurezza per l’uomo.

In natura è presente una rete con ramificazioni così sottili e delicate che non basta una vita per conoscerle tutte. Ma questo porta ad un insaziabile stupore.

Salmone che risale la corrente

Dal latino cum nectere, il verbo più usato dell’anno, connettere, più precisamente intrecciare, creare legami. Al giorno d’oggi la parola “connesso” è automaticamente associata all’uso di internet o al cellulare. Il genere umano è costantemente “online”, in riunione, in chat con amici, lo sguardo fisso su un anonimo schermo. In un recente colloquio di lavoro, su piattaforma zoom, confesso di essermi sentita disconnessa: l’immagine del viso distorta, lo sguardo mediato da uno schermo che annulla ogni emozione, il volto pallido appiattito, la voce che di tanto in tanto si perde, il timore che salti improvvisamente la connessione wi-fi. Meglio tornare alla vera connessione, quella in natura.

Durante la mia permanenza in Alaska, nel corso di soste lungo i torrenti per osservare i salmoni, mi chiedevo spesso in che modo questi abili abitanti dei fiumi decidessero di dribblare le correnti sfuggendo alle fauci degli orsi. Se da quest’ultimi è impossibile squagliarsela, esiste una connessione tra il salmone e le correnti, che risulta stupefacente.

Il salmone ascolta la sua linea laterale | © Chiara Baù

La connessione del salmone
Nell’acqua le vibrazioni si propagano con una velocità molto più elevata che nell’aria. È dunque logico che i pesci per nuotare al meglio nel loro ambiente, abbiano sviluppato organi sensoriali sensibili alle vibrazioni. Questo senso dei pesci si chiama linea laterale ed è così efficiente da far ritenere non strettamente necessaria la presenza di occhi e baffi. La linea laterale è alloggiata generalmente sotto l’epidermide lungo i fianchi e si presenta esteriormente come una riga di colore diverso che unisce il capo alla coda; è costituita da canali pieni di muco, comunicanti con l’esterno. Nei canali sono presenti organi sensoriali chiamati neuromasti che in condizioni normali inviano al cervello del pesce segnali sempre della stessa frequenza. Quando però varia la pressione sui neuromasti che sono collegati da fibre nervose al sistema nervoso centrale, i segnali trasmessi subiscono variazioni di frequenza e di intensità, fornendo al pesce un quadro abbastanza completo dei fenomeni circostanti.

Molti degli assalti mortali di squali avvengono nei confronti di nuotatori in superficie. Infatti, a differenza del subacqueo che nuota senza far rumore, il nuotatore in superficie percuote ritmicamente l’acqua, simile ad un pesce in difficoltà, provocando e attirando l’interesse del predatore. Osservando i salmoni nel loro percorso di risalita del fiume, mi sono sempre chiesta come riuscisse questo migratore a fronteggiare e lottare contro le rapide; supponevo fosse dotato di una notevole forza per scalare le montagne d’acqua che incontrava nel suo percorso. In realtà esso sfrutta mirabilmente la linea laterale per trarre vantaggio dal gioco delle correnti che si creano nelle rapide. Se non ne è impedito, il salmone nuota sempre vicino al fondo o ai lati della via d’acqua, dove é meno veloce la corrente. Quando si riposa, è sempre dietro un masso o in una pozza, dove l’acqua è quasi ferma.

Dovendo spiccare un salto fuori dall’acqua per affrontare una rapida, quasi certamente sfrutterà i riflussi per darsi una spinta. È chiaro dunque che la linea laterale è in grado di rilevare le più lievi turbolenze del torrente, di qualunque natura esse siano, rendendo più facile al salmone di fluttuare anche in acque poco chiare, dove la visibilità viene meno. Il salmone segue ciò che la linea laterale gli comunica.

Tra i pescatori subacquei si dice che la linea laterale percepisca anche le intenzioni del predatore uomo. I pesci, infatti, si lasciano spesso avvicinare dal subacqueo disarmato, mentre corrono a rifugiarsi nelle tane all’apparire di un sub armato di fucile, le cui bellicose intenzioni verrebbero captate dalla linea laterale, al pari di quelle di un qualsiasi altro predatore. In fondo seguire la linea laterale significa anche essere connessi con se stessi.

Cornacchia

La connessione della cornacchia
Se il salmone possiede già nel suo “bagaglio dotazioni” il dono della linea laterale, le cornacchie hanno dovuto faticare maggiormente per trovare una perfetta connessione con l’altezza da cui far cadere un bivalve, calcolando un proprio bilancio di costi-benefici. Infatti le cornacchie del nord ovest statunitense (Corvus caurinus) vivono nei pressi delle scogliere dove si alimentano di molluschi buccinidi (Thais lamellosa) che possiedono una conchiglia esterna di forma ovale. La conchiglia è molto resistente. Ma le cornacchie non sono interessate al contenitore, bensì al contenuto: un gustoso mollusco molto nutriente. Per cibarsene si alzano in volo numerose volte, lasciandolo cadere a terra finché il guscio che lo protegge non si spezza. La letteratura riporta che nel 1979 lo zoologo Reto Zach si prese la briga di misurare alcuni parametri del pasto delle cornacchie, arrivando ad un’interessante osservazione: gli uccelli erano molto precisi e lasciavano cadere i molluschi sempre e solo dopo aver raggiunto un’altezza di 5,2 metri. Nè più né meno. Poiché le azioni degli animali sono frutto di un adattamento, c’è da credere che non si tratti di un’azione casuale. Zach effettuò allora alcune prove sperimentali, giungendo ad una risposta sorprendente: l’altezza prescelta dalle cornacchie garantiva una maggiore resa energetica durante la caccia, riducendo al minimo gli sprechi e conseguentemente i costi del comportamento alimentare. Se l’animale lanciasse i molluschi da un’altezza inferiore, dovrebbe compiere molti più voli rispetto a quelli di solito necessari per frantumare il guscio; lanciandoli da altezze superiori, sprecherebbe inutilmente energia per raggiungere una quota non indispensabile. In realtà i risultati osservati in natura si discostano leggermente da quelli teorici: se l’animale si spingesse a quote di poco superiori, potrebbe infatti ridurre ulteriormente il numero di voli e consumare meno energia per ciascun pasto. Questo comportamento tuttavia, secondo i rilievi sperimentali di Zach, potrebbe aumentare la possibilità di perdere il pasto a causa del rimbalzo al suolo prodotto dall’eccessiva energia cinetica accumulata. E perdere il pasto è un costo davvero troppo alto per rischiare. Il risultato che si può trarre è che le cornacchie agiscano con una modalità di massima resa e minimo sforzo. Quale connessione migliore di un animale con il proprio ambiente.

Fringuello

Le connessioni tra fringuelli
Estate di qualche anno fa. Località: Rifugio Re Alberto, Alto Adige, tra le Dolomiti a 2600 metri d’altitudine. È in arrivo una forte tempesta, noto i fringuelli rifugiarsi velocemente sotto il tetto del rifugio. Una loro difficoltà è dovuta all’ambiente in cui vivono: i fringillidi, come tanti altri uccelli canori, hanno bisogno di risolvere due grandi problemi per far udire il loro canto, quello di evitare che il suono venga attenuato e quello d’ impedire che venga distorto. Sono queste le alterazioni che possono compromettere la comprensione di un messaggio acustico ma, in particolare, è il secondo aspetto quello decisivo.

Se il suono si distorce, il messaggio diventa incomprensibile, come quando tentiamo di inviare un messaggio col cellulare ma non c’è connessione. Per questo le specie di fringillidi che popolano le foreste hanno canti diversi da quelli delle specie che abitano le praterie: nei boschi, i rami e le foglie agiscono sulla propagazione del suono e causano un moltiplicarsi di echi e riverberi. Per evitare di far annegare il messaggio in un caotico sommarsi di piccoli segnali sovrapposti, bisogna usare messaggi semplici, con suoni lunghi e su frequenze piuttosto basse. Negli spazi aperti delle praterie, invece, la barriera acustica è rappresentata dal vento: le raffiche coprono il suono e ne mascherano il contenuto. Di conseguenza, la struttura acustica più efficace è quella che si traduce in brevi trilli ad alta frequenza. Essendo corti e rapidi, possono propagarsi in modo ottimale tra una raffica di vento e l’altra, con maggior probabilità che siano uditi per intero. Inoltre il suono ad alta frequenza resiste meglio alle lunghe distanze.

Il comportamento dei fringuelli si è evoluto in risposta a pressioni di natura ecologica: le caratteristiche fisiche dell’ambiente in cui il suono deve propagarsi. Un richiamo di corteggiamento incomprensibile non offre un buon successo riproduttivo a chi lo lancia. Del resto, se i costi fossero più consistenti dei vantaggi, la selezione non premierebbe questo comportamento. Come sempre, le soluzioni che hanno passato il vaglio della selezione naturale ci appaiono oggi straordinarie, meravigliose e sorprendenti, una vera e propria connessione.

Anche l’uomo dovrebbe imparare dai fringuelli a modulare il tono di voce, in virtù del fatto che urlare o parlare ad alta voce nei boschi è fuori luogo disturbando le connessioni degli animali. Nelle mie passeggiate in montagne mi accorgo ogni volta come i toni delle voci non siano per niente proporzionali con quelli dei boschi o della montagna. La montagna non urla mai, così come gli animali e le piante. Eppure animali e piante sanno comunicare e l’effetto è migliore di quello di cento parole.

Il cavallo e il suo rapporto con l’uomo | © Chiara Baù

Peyo, il cavallo connesso con l’uomo
Il test dello specchio è stato inventato nel 1970 dallo psicologo americano Gordon Gallup, il quale narcotizzò alcuni scimpanzé e dipinse loro sulla fronte una macchia di colore. Poi posizionò gli animali un pò imbambolati davanti a uno specchio per consentir loro di vedersi quando si fossero risvegliati. Appena cessato l’effetto dell’anestetico gli scimpanzè cominciarono a guardarsi e cercarono di togliersi la macchia dalla fronte. Per Gallup questo dimostrava inequivocabilmente che gli animali si erano riconosciuti nell’immagine riflessa allo specchio. Nel corso degli anni altre specie si unirono agli scimpanzé e superarono lo stesso test. Orangotanghi, delfini ed elefanti furono ammessi nei ranghi di animali molto intelligenti. In tempi più recenti questa qualità fu riconosciuta anche alle gazze, e proprio ultimamente anche ai cavalli, meritevoli di aver superato il test dello specchio.

Peyo è la storia di un cavallo: uno stallone di razza iberica di 18 anni, che si è guadagnato il soprannome di “dottore” per il fatto di essere l’unico al mondo impiegato nella pet therapy all’interno di strutture sanitarie. Pur avendo la stoffa per diventare un campione di dressage, possedeva un caratteraccio e una dote unica, quella di riuscire a creare empatia con le persone più fragili e malate, facendole sentire meglio. In questa attività era accompagnato dal suo proprietario, l’algerino Hassen Bouchakour che ha acquistato Peyo nel 2011 per partecipare a gare di dressage artistico. Il suo padrone si accorse ben presto di una particolarità. Al termine di ogni spettacolo Peyo si avvicinava ad una persona del pubblico e le si fermava accanto: sfiorava con le labbra le mani di una donna, strusciava la testa contro il corpo lasciandosi accarezzare; ci si accorse allora che erano persone fragili e con disabilità gravi quelle che Peyo sceglieva. Si scoprì così un’incredibile empatia di Peyo verso persone sofferenti con un’incredibile vocazione a consolare quelle in difficoltà. Avviene così che dal 2016 Peyo inizia a frequentare ospedali e hospice francesi, luoghi dove i malati terminali ricevono cure palliative.

Cavalli al pascolo | © Chiara Baù

La spiegazione di questo strano comportamento viene data da Paolo Baragli, professore di veterinaria dell’Università di Pisa, esperto nel rapporto tra equini e umani. Grazie alla dimostrazione che i cavalli sono in grado di riconoscersi allo specchio, si può sostenere che l’animale sia capace di empatia: se ti riconosci come individuo, intuisci che gli altri hanno una mente propria e cerchi di capirne motivazioni ed emozioni. Perché è attratto da persone fragili? I cavalli quando sono rilassati sono molto curiosi: può darsi che Peyo intuisca la sofferenza dei pazienti attraverso gesti, espressioni, odori collegati alla malattia e si avvicini loro per indagarne e comprenderne le ragioni. Un nuovo modo per connettersi.

La natura ci rivela connessioni e reti invisibili che si incrociano come ragnatele, tra gli animali e il loro corpo, tra gli animali e l’ambiente, tra gli animali e l’uomo. Una fonte di ispirazione continua. Leonardo da Vinci sosteneva che la natura è la fonte di tutta la conoscenza; oggi si parla anche di bioispirazione, come lo sviluppo di nuovi materiali, dispositivi e strutture ispirati alle soluzioni presenti nei sistemi biologici e all’evoluzione e al perfezionamento biologico avvenuto nel corso di milioni di anni. Nella bioispirazione intendo inserire anche l’apprendimento delle modalità di comportamento degli animali.

Comprendere le loro connessioni significa anche avere rispetto. Un rispetto che a mio avviso dovrebbe essere universale, come quello ad esempio per ogni singola goccia d’acqua da non sprecare, ma valorizzare. Eppure diffusamente migliaia di persone oggigiorno non si rendono conto quanto sia importante impedire che l’acqua scorra ininterrottamente dal rubinetto. Negli animali il concetto di spreco non esiste.

Diavolo spinoso

È il caso del diavolo spinoso (Moloch horridus) una lucertola che vive nel deserto Simpson, nell’Australia meridionale, i cui aculei hanno lo scopo di canalizzare verso la bocca l’acqua della rugiada che si forma durante la notte sul corpo. In questo caso neanche una goccia d’acqua viene sprecata. Un’altra connessione cui ispirarsi per imparare e trarre insegnamento dal mondo incomparabile che la natura ci offre.

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