Ambiente contro paesaggi

La corsa a riformare l’articolo 9 della Costituzione. Non accontentiamoci di sbandierare semplici principi.

Ambiente contro paesaggi
(fermiamo questa guerra suicida)
di Salvatore Settis
(pubblicato su La Stampa l’8 luglio 2021)

55 sono i siti censiti dall’Unesco in Italia come patrimonio dell’umanità.
18,9 sono le costruzioni abusive ogni 100 autorizzate secondo l’Istat.
11,4 sono i milioni di ettari coperti da boschi in Italia: è quasi il 40% dei terreni.

Ambiente contro paesaggio: dovremo assistere inerti a questa inedita guerra suicida? Certo è che la presidenza di Legambiente ha accusato le Soprintendenze di frenare la transizione ecologica con la scusa di difendere i paesaggi storici.

Le pale eoliche, invece, sarebbero da accogliere festosamente, anche in prossimità di monumenti e centri storici, in quanto icone della modernità. Intanto è in discussione alla Camera la proposta di riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che al sobrio ma eloquente testo attuale («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») aggiungerebbe una coda un po’ verbosa: «La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali». Ma per dire (e soprattutto fare) queste cose è davvero necessario metter mano alla Costituzione?

Nel nostro costume politico ha un posto non secondario quella che un osservatore impertinente potrebbe chiamare l’incontinenza costituzionale. Chi vuol mostrare i muscoli dando il segnale di una svolta prova a farlo intervenendo sulla Costituzione. I due tentativi più corposi (Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016) vennero bocciati dal voto popolare. Le loro riforme non sarebbero piaciute a Piero Calamandrei, perché incidevano in un sol colpo su troppi articoli della Carta (43 con Berlusconi, 47 su 139 nel caso di Renzi), ma soprattutto perché proposte dal governo. Secondo Calamandrei, infatti, il governo deve «restare estraneo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione del Parlamento sovrano». Forse oggi abbiamo dimenticato che le buone Costituzioni sono fatte per durare oltre le contingenze, e cambiare la Carta di continuo ne indebolisce l’architettura e la tenuta, generando invece fragilità, instabilità, un terreno sempre più scivoloso. La Costituzione americana in 230 anni di vita ha avuto solo 27 emendamenti, di cui i primi 10 approvati tutti insieme; della nostra, in 80 anni, si son riscritti oltre 40 articoli.

La modifica dell’articolo 9 ora in discussione, già approvata dal Senato e ora alla Camera, condensa in una sette proposte su questo tema, avanzate da tutte le parti politiche nel corso di questa legislatura. Guardiamola più da vicino. La lettera dell’articolo 9, è vero, non usa la parola «ambiente», che non era ancora stata concettualizzata nel senso di «ecologia», quando su proposta di Concetto Marchesi (Pei) e Aldo Moro (De) quell’articolo entrò tra i principi fondamentali della Repubblica. Ciò non vuol dire che l’ambiente non sia un valore già tutelato dalla Costituzione. La portata delle norme costituzionali risiede nell’architettura del loro insieme, e la tutela dell’ambiente ha solidissima base nella combinazione dell’articolo 9 con l’articolo 32 (la salute come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»). E’ quel che ha spesso affermato la Corte Costituzionale, definendo mirabilmente, e senza bisogno di modifiche della Carta, la nozione costituzionale di ambiente come «valore costituzionale primario e assoluto». Le sentenze della Corte sono in crescendo: nel 1982 la sentenza numero 238 affermò che «la protezione dell’ambiente include anche la tutela del paesaggio, la tutela della salute nonché la difesa del suolo, dell’acqua e dell’aria dall’inquinamento»; nel 1987 la sentenza numero 210 delineò «la concezione unitaria del bene ambientale comprensiva di tutte le risorse naturali e culturali, al fine di proteggere valori costituzionali primari, che comprendono l’esistenza e la preservazione dei patrimoni genetici terrestri e marini e di tutte le specie animali e vegetali che nell’ambiente vivono». Dello stesso anno è un’altra sentenza (numero 641 ), secondo la quale «l’ambiente è protetto come elemento determinativo della qualità della vita (…) non per astratte finalità naturalistiche o estetizzanti ma per esprimere l’esigenza di un habitat naturale nel quale l’uomo vive e agisce». E nella sentenza numero 407 (2002) l’ambiente è «un valore costituzionalmente protetto che delinea una sorta di materia trasversale». E’ per questo che l’articolo 117 affida espressamente la «tutela dell’ambiente» alla legislazione esclusiva dello Stato.

Fermiamoci qui con le citazioni. Bastano già queste a consacrare il dato giuridico: la Costituzione vigente già tutela pienamente l’ambiente. Anzi, la Corte ha disegnato una nozione costituzionale di ambiente più avanzata di quella della riforma oggi in discussione. Le sentenze ne coprono ogni aspetto e vanno oltre, verso la comunità di vita (animale e vegetale) di cui l’uomo è parte. Perché, dunque, tanto accordo in Parlamento su una riforma superflua, che rischia di diluire il dettato dell’articolo 9 anziché di completarlo? Leggere nel cuore degli uomini è difficile, ma guardare nel cuore delle istituzioni è doveroso. Nel migliore dei casi, la riforma in itinere è un placebo, nel peggiore una foglia di fico per coprire l’inerzia dei governi, attenuando la tutela del paesaggio proprio mentre è messo a grave rischio da un’ondata di grandi opere e di impianti eolici e fotovoltaici in tempi di Pnrr. Insomma, per evitare, con buona pace dei Costituenti, che i valori paesaggistici possano mai contenere l’invasione di torri eoliche e pannelli solari in ogni angolo d’Italia.

Ma se vogliamo davvero fare qualcosa per l’ambiente, perché accontentarsi di sbandierare principi di facciata? Non sarebbe più coraggioso e più rispettoso delle generazioni future costruire e lanciare al più presto un lungimirante piano operativo che tenga in conto ogni aspetto del problema?

Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, prosegue la sua analisi sulle difficoltà di tutelare il nostro paesaggio.

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