Zeno Colò, primo “uomo jet” olimpico

Il 16 febbraio 1952, a Oslo, l’azzurro Zeno Colò (1920-1993) conquistava la discesa libera nell’Olimpiade invernale. L’Italia non aveva mai vinto un oro nello sci. La Gazzetta dello Sport esalta l’impresa e le dedica tutta la prima pagina: Zeno Colò conquista all’Italia il titolo olimpico di discesa. Gian Maria Dossena, con la sua penna raffinata, raccontò la gara.

Zeno Colò, primo “uomo jet” olimpico
di Gian Maria Dossena
(pubblicato su Sportweek n. 48 del 30 novembre 2019)

Comparve Colò. Esclamazioni ammirate lo accompagnavano. Magnifico, classico nell’azione, sempre armoniosa anche nei tratti più difficili, scendeva rapido intuendo il terreno, quasi accarezzandolo con gli sci per carpirne i segreti e amicarseli. Scendeva, meraviglioso signore della neve, e il procedere facile impressionava per la scioltezza: sembrava fermo, con la pista che gli corresse sotto come un docile tappeto rotante, e solo quando balzava nel vuoto dei gobboni si aveva il senso della sua velocità. Allargò le braccia sul traguardo, si arrestò ansante «Non si poteva andare più forte», disse. Lo attorniarono gli italiani, dandogli pacche di felicitazioni sulle spalle, e accorsero i fotografi. Il suo tempo era nettamente il migliore. Guardammo all’elenco, cercando nella lista gli uomini temibili che lo seguivano: lo svizzero Adolf Rubi giunse a poco meno di 2″ dal 2’30″8 di Colò che eguagliava il primato della pista; l’austriaco Otto Linher sperperò tempo in una caduta, e il pericoloso Othmar Schneider non andò sotto i 2’32”, come il suo connazionale Christian Pravda.

Zeno Colò

Ormai la soluzione definitiva era negli sci del prestigioso Stein Eriksen. Colò sedette sulla balaustra di legno della baracca, e io potevo ora leggere la gara nei suoi occhi, e si poteva dimenticare anche la gara guardando quegli occhi, gli occhi di un uomo che aveva fatto mille e mille gare, dominando sempre, e che era due volte campione mondiale e stava (unico al mondo) per vincere anche un titolo olimpionico. Guardai quegli occhi per un attimo solo, e trovai in essi il timore, e l’attesa, e una cattiveria quasi, una volontà di fermare il tempo o il desiderio di una fuga impossibile, di sottrarsi a una improvvisa verità nemica. Queste e altre cento sensazioni esprimevano gli occhi di Colò. Ed arrivò Eriksen, miracoleggiando al solito con l’equilibrio. E la gente urlava. Poi le grida s’affiacchirono, e noi capimmo cos’era. Allora tutti furono di nuovo attorno a Colò, e lo chiamavano per nome. Zeno, Zeno. Colò disse: «Ci sono ancora i giapponesi», e tutti risero. Ormai era fatta.

Gian Maria Dossena
Milanese, si è dedicato fin da giovane allo sport e al suo racconto. Sulla Gazzetta dello Sport ha realizzato importanti servizi sull’atletica, sul ciclismo e sullo sci. Suo un importante libro sull’odissea di Fiorenzo Magni, il Leone delle Fiandre. È stato anche inviato e vicedirettore de L’Europeo.

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