Namasté

E’ con particolare affetto che pubblichiamo questo ritratto di una giornata-tipo in Nepal: perché ci stringiamo accanto al suo Autore, recentemente colpito da un gravissimo lutto familiare.

Namasté
di Salvatore Tore Panzeri

I sassi e i ciottoli della morena rotolano lungo il pendio smossi dai nostri lenti passi; il loro rumore saltellante si perde nella valle fino a tuffarsi nelle pozze formatesi tra i crepacci del ghiacciaio; anche le piccole onde che si sono formate dopo il tuffo si smorzano contro le pareti di ghiaccio verde senza lasciare traccia senza emettere suoni.

Il percorso è monotono e noioso e nessuno segue il tragitto delle rocce che scivolano a valle solo il loro picchiettare viene preso in considerazione come se l’udito fosse il senso più importante come se potessimo vedere con le nostre orecchie ammirare con i nostri timpani.

Nuvolette escono dalla bocca per perdersi nell’aria gelida del mattino per fermarsi a volte sul bavero della giacca o sui bordi del passamontagna per creare un sottile strato di ghiaccio intorno alle labbra appoggiato ai baffi e alla barba; il suono è appena percettibile ma è regolare e cadenzato leggero come un soffio.

Anche i bastoncini con il loro ticchettare vogliono fare la loro parte in questa atmosfera di suoni e rumori; anche loro segnano il tempo che passa e scandiscono i passi come le lancette di un orologio fanno per le ore.

Basta sollevare la testa dalla morena e guardarsi intorno per non sentire più nessuno di questi suoni ed essere proiettati in un’altra realtà fatta di altri motivi molto più forti più intensi, più da gustare. Il vento himalaiano fischia mentre si insinua tra le valli lungo i canali sopra le creste e poi canta quando avvolge le vette giocando con la neve e spostando le nuvole; poi ritorna a fischiare scendendo fino al ghiacciaio e a rumoreggiare mentre i vivaci colori delle bandierine di preghiera volteggiano intorno al bastone a cui sono ben legate e ai sassi a cui sono ben ancorate.

Piccoli granelli di sabbia vengono a bussare sul nylon dello zaino sul gore-tex della giacca a vento facendoci ritornare in questa realtà rifacendoci sentire suoni più terreni più umani…

Verso il K2

il fischio di uno yak-man ci desta con una dolce melodia intercalata da acuti di richiamo per le bestie da soma che scampanellando al trotto scendono a valle per rifocillarsi con della tenera erbetta fresca ed essere subito pronte per ripartire con nuovi carichi da portare sui monti.

E’ meglio scansarsi e lasciare passare queste carovane di yak adornati da treccine colorate; nonostante le loro dimensioni sembrano trottare a qualche centimetro dal suolo avvolti in nubi di polvere spostate dal vento; chi meglio di loro conosce queste vie chi meglio di loro può sentirsi sovrano di queste morene re di questi ghiacciai padrone di questi sassi che rotolano colpiti dagli zoccoli che sembrano voler seguire gli animali in questa folle corsa verso valle?

Mentre si dissolve nella valle lo scampanellare degli yak e il fischiare dei loro condottieri si ritorna a camminare si ricomincia a salire riposati dopo quella piccola sosta avvolti dal silenzio dell’aria tersa di alta montagna avvolti dall’aria gelida delle prime ore del giorno compiaciuti di poter salire ancora per raggiungere il calore del sole e la prossima meta con lui.

Dallo scomodo e sassoso sentiero morenico si passa repentinamente a un percorso molto più comodo e rilassante creato sembrerebbe per riposare le gambe e ristorare i pensieri.

Una via di terra battuta quasi pianeggiante si fa strada tra pini mughi e rododendri giganti in fioritura offrendoci fantastiche tinte di colori intensi e amabili profumi e soprattutto i suoni della natura e dei suoi abitanti.

Camminando molto più rilassati si può fischiettare e canticchiare imitando gli yak-men oppure si possono scambiare quattro chiacchiere con i compagni di avventura chiacchiere scherzose che aiutano a rilassare gli animi e ad ammorbidire l’ambiente in attesa di momenti più duri e di percorsi più impegnativi.

Un piccolo torrente attraversa la nostra via saltellando da un sasso all’altro con un suono continuo e melodioso leggero e invitante; una piccola ansa e un praticello di un verde intenso colpito dal sole possono considerarsi più che un invito per un attimo di riposo e di ristoro ed in un attimo i nostri zaini giacciono con gli scarponi nell’erba mentre i nostri piedi urlando per il freddo affondano nelle gelide acque di origine glaciale.

Le borracce vengono riempite un poco più a monte lontani da pericoli di contaminazione là dove la trasparenza dell’acqua saltando tra blocchi di rosso granito diventa una schiuma bianca purificandosi ancor più e offrendosi con un fragore più forte più violento e assordante.

Panorama dal K2 su Concordia.

Pronti per percorrere un nuovo tratto ci si abbandona ancora a se stessi e ai propri pensieri lasciando correre il sentiero sotto i propri piedi lasciando che i suoni e i rumori ci attraversino senza lasciare traccia senza disturbare i nostri occhi intenti a osservare tutto ciò che c’è di nuovo o che ci risulta sconosciuto.

Solcare queste valli attraversare questi torrenti salire questi versanti è un viaggio molto interessante anche a livello interiore un viaggio che si fa a tratti da soli e a tratti accompagnati un viaggio che ti permettere di vedere i tesori del nostro globo e la ricchezza che ognuno di noi si porta dentro; per realizzare tutto ciò c’è bisogno di una grande tranquillità che solo vivendo queste particolari situazioni puoi trovare e sperimentare.

Lasciato il pianeggiante percorso tra i rododendri fioriti si comincia a salire tra verdi pascoli dove una mandria di yak si appresta ad una succulenta colazione a base di tenera erba ancora bagnata dalla rugiada del mattino.

La salita ci impegna ma il latrare di cani lo scampanellio di alcune capre ancora rinchiuse nel recinto e il vociare lontano di alcuni bambini ci annuncia l’avvicinarsi di un villaggio dove finalmente potremo riposare e ristorarci dove troveremo sicuramente qualcosa di buono da mettere sotto i denti.

Raggiunta la sommità del pendio siamo accolti dall’acre odore di urina di capra dall’aroma di sterco di yak bruciato nelle stufe e dal suo fumo che esce dalle tegole dei tetti dal profumo acidulo del latte che mani esperte stanno trasformando in burro o formaggio dal profumo balsamico di rametti di ginepro bruciati sull’altare di sasso a mo’ di preghiera per una buona giornata lavorativa.

Queste sono le sensazioni che nell’immediatezza riusciamo a cogliere e tutti i personaggi che ci sono intorno sono il tramite il mezzo per realizzare dove siamo dove andiamo chi siamo.

Continuando tra muretti di sasso camminiamo su pietre rese lisce e viscide dall’inesorabile trascorrere del tempo per raggiungere il “centro” del villaggio accolti da una moltitudine di bambini di tutte le età che ci saltellano intorno urlando elementari parole in lingua inglese.

“Namasté, namasté, namasté sir” gridano felici bimbi e ragazzini creando tutto intorno un atmosfera di allegria e di festa; ”Pen please pen” chiedono i più grandicelli con dei quaderni scolastici tra le mani; “Sweet, please sweet” urlano i più piccoli con le loro faccine simpatiche percorse dalle gocce che fuoriescono dal naso. Questo è un vero momento di festa di quelli che in qualsiasi occasione non puoi dimenticare di quelli che ti riempiono il cuore di gioia e ti fanno pensare ai tuoi cuccioli a casa e a quanto sono simili a questi bimbi himalaiani festosi e giocosi con la naturalezza che li contraddistingue.

Il suono di un corno che sembra venire dal cielo richiama i bambini alle loro lezioni basta giocare ora si deve studiare; il maestro con il suo copricapo tipico a bustina attende i ragazzini all’esterno di una costruzione dove su di un prato pianeggiante ha disposto diverse file di banchi e seggiolini dividendoli per classi; oggi si studia all’aperto la bella stagione lo permette. Curiosi osserviamo quel branco di selvaggi che ci ha accolto al nostro arrivo trasformarsi in diligenti e ordinati scolaretti; notiamo anche una bacchetta di canna di bambù nelle mani del maestro e allora capiamo la trasformazione così repentina.

Ormai liberi li lasciamo studiare e ci avviciniamo a una costruzione un po’ più elegante delle altre dove su di una tavola di legno spiccano delle scritte molto invitanti che ci fanno venire una certa fame. In breve ci accomodiamo su panche e tavoli ben disposti nella piazzetta di ingresso del lodge e ci godiamo il tepore del sole in attesa di uova sode patate riso e legumi carne di pollo chapati, coca-cola, birra e… penso che come colazione possa bastare.

Campo base del Lhotse

Siamo lontani migliaia di chilometri da casa e centinaia dai centri abitati più importanti eppure l’oste un simpatico sherpa a cui è impossibile dare un età sa come intrattenere i suoi clienti parlandoci delle sue salite sulle montagne himalaiane e della sua esperienza al seguito di numerose spedizioni sia come cuoco che come portatore di alta quota; per non annoiarci fa cenno anche ai nomi di alcune squadre di calcio e di alcuni calciatori italiani ma capisce presto che preferiamo sentir parlare d’altro.

Mentre oziamo semidistesi sulle panche del lodge il villaggio viene invaso da un centinaio di portatori che arrivando a piccoli gruppi ci hanno raggiunti ed ora dopo aver radunato le loro gerla con il carico si godono un po’ di riposo e di ristoro lungo le vie del paese.

Fra non molto dovranno ripartire con il loro carico ma non sembrano preoccuparsene d’altronde è il loro lavoro sono pagati per questo e sanno anche che se lavorano bene verranno tenuti in considerazione dai loro “sirdar” e saranno occupati per tutta la stagione.

Un impiego duro e pesante quello del portatore che viene affrontato da queste straordinarie persone in modo serio senza far trasparire nessun segno di sofferenza anzi offrendoci ad ogni occasione sorrisi e sguardi felici come se rispecchiassero la bellezze di queste vallate.

Siamo solo a metà mattinata e tanta strada dobbiamo ancora percorrere per arrivare alla nostra prossima meta di oggi per cui incominciamo a prepararci senza nessuna fretta senza scordarci di mettere nel nostro zaino anche la tranquillità e la semplicità elementi essenziali per i viaggi in questi luoghi tra queste genti.

Riprendiamo così il cammino seguiti quasi subito dai primi portatori attraversiamo ancora parte del villaggio che salutiamo quando ad una svolta tra due massi incisi da mantra di preghiera scompare alla nostra vista.

Un ripido sentiero scende a stretti tornanti lungo il pendio tra un fitto bosco di rododendri; giù sempre più giù senza vedere dove porta senza capire il perché di una discesa così ripida; ma non dovevamo salire?!

Verso il Makalu

Il rombo dell’acqua e il fragore delle rapide ci fanno aprire gli occhi le goccioline vaporizzate che ci colpiscono in faccia ci fanno sentire e finalmente capire che per attraversare questo immenso turbine di acque marroni non c’era altra via che scendere fino al ponte e poi risalire dalla parte opposta. Un moderno ponte in funi d’acciaio ha sostituito per nostra fortuna il vecchio e instabile ponte tibetano in corda che giace oramai abbandonato qualche metro più a valle; nonostante la novità è bene pregare gli dei per una buona attraversata così che centinaia di bandierine di preghiera colorate adornano il ponte da una sponda all’altra e splendidi gigli di montagna sono stati deposti come offerta all’ingresso del ponte. Impariamo dai portatori a rispettare queste usanze a non vedere il colore delle bandierine come decoro a non pensarle come attrattive folcloristiche apprendiamo dai portatori il rispetto per il fiume la forza delle sue cascate la purezza della sua schiuma la sacralità delle sue acque e la potenza della sua voce.

Prima di ricominciare a salire ci soffermiamo a lungo a osservare questa opera dell’uomo che è il ponte e questa opera della natura che è il torrente e la vallata stretta e ripida selvaggia e scura che l’acqua ha scavato nell’arco dei secoli lasciando dietro di sé una firma inimitabile.

Il sentiero sassoso sale con strette curve tra la folta vegetazione sale senza tregua a volte sembra volersi impennare per lasciare più rapidamente possibile il buio di quel fondovalle; la fatica si fa subito sentire e come i portatori siamo costretti a brevi pause di riposo su degli appositi massi per scaricare un attimo dalle spalle il peso dello zaino; spettatrici di questo calvario sono delle tremende scimmie di montagna che saltando da un ramo all’altro sembrano apprezzare lo spettacolo lanciando grida quasi spettrali.

Solo quando il mondo si trasforma da verticale a orizzontale capiamo di essere arrivati a destinazione solo quando la penetrante luce del tramonto si accende ai nostro occhi e con lei si presenta un fantastico panorama all’orizzonte possiamo essere certi di aver raggiunto la nostra meta.

Una leggera brezza serale sventola alcune tovaglie e delle lenzuola appese ad una corda indicandoci così il lodge dove passeremo la notte; siamo invitati ad entrare da un gruppo di donne ma preferiamo goderci ancora per un attimo quel magnifico spettacolo che è il tramonto in queste valli e dopo aver individuato le prime stelle e aver assaporato un ultima boccata di aria frizzante di montagna possiamo entrare nel nostro rifugio.

Siamo subito avvolti dal calore del locale dal profumo di incenso dai colori tenui delle pareti e dalle tinte forti dei tanka appesi qua e la; nonostante la confusione che creiamo entrando con i nostri zaini e tutto l’equipaggiamento continua a regnare la pace la serenità e una sorta di quiete quasi magica molto spirituale.

Lungo le pareti per tutto il loro perimetro corrono delle panche molto larghe coperte da tappeti di lana dai colori più vari e adornate da diversi cuscini; nel mezzo della stanza un lungo tavolone la fa da padrone; è coperto da una tovaglia molto pesante che arriva fino a terra e sotto di esso una specie di pentola fa da stufetta bruciando sterco di yak e mantenendo così calde le gambe mentre si consuma la cena o si sta seduti a chiacchierare.

Verso il Makalu

Una serata allegra e tranquilla cenando a base di dal bhat e chapati (riso e legumi e spianata di pane) niente di straordinario anzi ma a volte la compagnia e il luogo riescono a sopperire ad un menù così povero; non dimentichiamo la birra che rallegra gli spiriti.

Unica preoccupazione è riuscire a dormire e riposare bene per l’indomani così da poter affrontare la tappa successiva in piena forma.

Bella la vita in questo modo bello poter dimenticare i problemi che nel quotidiano ci affliggono bello poter dedicare tutto il tempo a cose interessanti senza essere interrotti bello poter vivere a pieno il giorno e godersi la quiete della notte.

Dalla valle principale si diramano diverse valli minori che salgono sempre più in alto fino a scontrarsi con le nevi eterne dell’Himalaya; i gruppi di case dal tetto di paglia che creano dei veri e propri villaggi scompaiono per lasciare il posto a piccoli gruppi di baite dai tetti di pietra abilmente tagliata e lavorata dai valligiani; i terrazzamenti ricavati sui pendii sapientemente coltivati da millenni sono sostituiti da piccoli orticelli riparati da alti muri di pietre per proteggere i pochi frutti che la terra riesce a produrre dalle intemperie e dalle bufere di alta montagna; man mano che si sale notiamo questi cambiamenti e cerchiamo anche noi di adattarci alla natura che ci circonda e che cambia immancabilmente con la quota.

Una tappa segue l’altra con lo stesso ritmo con la stessa cadenza senza però annoiare senza cadere nella monotonia anzi incuriosendoci ancor di più golosi di nuovi panorami che ad ogni passo ci si aprono davanti.

Il profumo dell’erba dei pascoli lascia il posto alla fragranza delle erbe aromatiche di montagna; l’odore prevalente di incenso dei villaggi è sopraffatto dall’intensità delle resine delle conifere e dal profumo di legna di pino mugo bruciata creando così un ambiente magico intriso di spiritualità ma anche di semplicità e naturalezza.

Camminando giornalmente tra tutte queste sensazioni cerchiamo di assorbirle al massimo consci che una volta saliti sul ghiacciaio il nostro naso non godrà più di queste prelibatezze per diverse settimane.

I pini mughi diventano sempre più piccoli fino a salutarci definitivamente sconfitti dall’aria rarefatta di queste quote; piccoli licheni compaiono qua e là tra i blocchi di granito accompagnati da colorati fiorellini di montagna che sembrano nascondersi per non essere mangiati dai golosissimi yak; tappeti di muschi si sforzano si dare ancora un po’ di colore ad un mondo nuovo fatto di grigio roccia bianco neve e azzurro cielo.

Verso il Makalu

Anche lo scampanellare degli yak assume suoni diversi in questo splendido teatro fatto di spigoli e pareti pilastri e creste ghiacciai e vette torrenti che scompaiono fra le rocce e morene.

A bocca aperta ammiriamo esterrefatti quest’angolo di mondo come se fosse la prima volta come se fossimo dei bambini abbagliati dai mille colori di un albero di natale navighiamo mentalmente in questo nuovo mare memorizzando ogni cosa che ci riconduce alla realtà; una realtà così lontana da non sembrare vera neppure quando una sferzata di vento gelido ci colpisce il viso e l’acuto richiamo

di un gipeto ci fa alzare gli occhi al cielo per vedere la sua ombra gigante nascondere per un attimo il sole.

La nostra prima meta è stata raggiunta i mille colori e i mille odori accompagnati dai fantastici suoni della natura si sono fermati poco prima per lasciare posto al silenzio del ghiaccio e al suo antisettico colore; il rosso del nylon delle tende il giallo del gore-tex delle giacche a vento il bianco spettrale delle alogene delle lampade frontali sono diventati i colori per i nostri occhi; solo questo vedono ora in attesa di salire per raggiungere il blu intenso della stratosfera e godere accompagnati dal sibilo del vento del tondeggiante orizzonte del mondo.

La vita al campo base passa dalla monotonia giornaliera ad attimi di euforia un euforia diversa dal comune che può scaturire da cose impensabili e di parvenza normali che a queste altitudini esplode e ti avvolge completamente ridandoti la voglia di vivere per scoprire di cercare per trovare di ascoltare per poi parlare.

La moltitudine di tende di forme e colori diversi appollaiate sui sassi del ghiacciaio non sono che uno sputo nell’immensità di questi luoghi eppure noi cerchiamo ogni volta di lavorare e trasformare il terreno circostante in modo da renderlo più confortevole in modo da sentirci padroni e conquistatori di queste terre; prestiamo attenzione all’ambiente cercando di non contaminarlo ma solo osservando dai campi più alti capiamo che già con la nostra presenza abbiamo inquinato quei luoghi spostando i suoi massi nella assurda ricerca di bloccarne l’inesorabile scivolata verso valle o accendendo lampade ad oscurare la magnificenza della via lattea e delle moltitudine di costellazioni.

Convinti della nostra buona causa continuiamo nella nostra salita verso il cielo scavando trincee nella neve per assicurarci il passaggio piantando chiodi nelle fessure per appenderci la nostra vita senza pensare anche se per esperienza lo sappiamo che un giorno la montagna si prenderà qualcuno di noi per a volte risputarlo più a valle a distanza di anni e anni.

Ma questo fa parte del gioco e poi a noi non potrà mai succedere e allora continuiamo a posizionare corde sui pendii carichi di neve a scavare piazzole per le tendine nei posti più assurdi sicuri di quello che facciamo e consci di essere nel giusto.

Al riparo della nostra accogliente dimora al campo base è facile commentare una brusca variazione del tempo con tutti i problemi che può creare lassù in alto; è facile trovare l’errore per un incidente occorso ad un altro alpinista magari di altra nazionalità; è come essere seduti sul morbido divano di casa e commentare a vanvera alcune notizie del telegiornale; ci sarebbe di cui vergognarsi ma siamo uomini siamo uomini e alpinisti alla ricerca di conquista una conquista personale che a volte sboccia nel collettivo per farci sentire sopra anche se di pochi centimetri alla massa alla gente.

La salita è ancora aperta da un campo si passa all’altro per poi scendere a riposare sperando che nel frattempo qualcun altro faccia ancora un po’ di lavoro lassù in alto e soprattutto non divori le provviste che a fatica sono state trasportate nei campi avanzati; è un susseguirsi di piani operativi che puntualmente vanno a farsi friggere ossia che hanno il tempo che trovano perché quassù niente è pianificabile niente si può programmare e decidere senza il nulla osta della montagna consigliata a sua volta dall’alta quota.

La sosta doveva essere di due giorni e invece le cattive condizioni del tempo ci tengono fermi da ormai due settimane; nonostante i nostri tentativi di forzare una via verso l’alto siamo costretti per ora a desistere e ad aspettare al campo base preoccupati per i giorni successivi in balia del meteo e dei nostri capricci.

La tentazione di scendere verso valle verso la civiltà verso i colori e gli odori è fortissima e solo qualcosa di inspiegabile che abbiamo noi alpinisti riesce a trattenerci quassù tra i ghiacci eterni; eppure una piccola capatina si può fare così scendo a valle camminando per qualche ora fino al limite della vegetazione fino a quando mi sento invaso da profumi e odori ormai nuovi quasi dimenticati.

Piccoli cespugli d’erbe montane con la loro essenza e il loro colore sembrano attirarmi a loro con una forza inaudita fin sul limite della cresta di confine che si è formata tra la realtà del campo base e l’illusione di una vita più comoda a valle; resistere a ciò è molto difficile e solamente dopo pochi minuti di lotta estenuante uno sguardo verso l’alto mi fa chiudere occhi e naso per risalire sul ghiacciaio e riprendere il posto a me designato.

Sono ancora in quello strano e fantastico stato di dormiveglia sdraiato nella mia tendina al tepore del sacco piuma quando un vociare che si fa sempre più vicino e concitato e lo sferragliare di attrezzatura mi destano dai miei sogni che vengono allontanati pian piano senza fretta dissolvendosi nell’aria gelida del mattino.

Gli occhi faticano ad aprirsi come se non volessero vedere come se preferissero coccolarsi ancora un po’ alla tenue luce rossastra della tenda; le mani tastando il telo della tenda intriso di umidità gelata trovano la zip e la fanno scorrere con attenzione verso l’alto scoprendo man mano quel triangolo di mondo che si para davanti; gli occhi finalmente si aprono e subito restano accecati dall’impressionante intensità di luce che c’è fuori; una splendida giornata finalmente una di quelle giornate che difficilmente si trovano in queste zone presagio di bel tempo e di scalate alla vetta.

Il campo base è in fermento tutti sono presi dalla frenesia del bel tempo tutti vogliono salire per non perdere l’occasione; in un’agitazione crescente gli zaini vengono prima riempiti per poi essere svuotati e riprovati e così via per diverse volte; ognuno si è già chiuso in se stesso anche se non lo dà a vedere tutti sono alla ricerca della concentrazione necessaria per affrontare l’ultimo decisivo balzo così che non vogliono lasciare niente al caso e vogliono limitare al minimo l’errore.

Per non perdere la concentrazione indosso le cuffiette del walkman gustandomi le mie canzoni preferite che sempre mi accompagnano in queste occasioni; posso così preparare la mia attrezzatura senza essere disturbato dalle decisioni altrui e nello stesso tempo senza disturbare.

E’ il momento più importante e decisivo per una salita in Himalaya e pensandoci bene mi viene da ridere pensando che è opinione di tutti dire che una salita himalaiana è gioco di squadra mentre ora ognuno si è isolato e chiuso in se stesso.

Finalmente arriva la sera con le sue migliaia di stelle la tensione si è un po’ stemperata e tutto e tutti sono pronti per la partenza i piani per la salita sono stati fatti speriamo solo di riuscire a mantenerli; interviene ora la paura anche se molti negano di averla la paura di aver sbagliato qualcosa o di sbagliare la paura di non riuscire la paura di deludere e di deludersi la paura di non tornare o di tornare senza qualcuno.

Verso lo Shisha Pangma

Al momento della partenza tutto svanisce; non si ha più il tempo di pensare a queste cose quando i ramponi stanno già grattando il ghiaccio o quando il respiro si fa sempre più affannoso in un tratto ripido da questo momento tutto è programmato tutto è schematico lasciarsi andare ad emozioni può essere pericoloso addirittura distruttivo; anche la forte emozioni che si vive sulla vetta deve essere controllata e dosata se si vuole scendere e vivere.

Nonostante tutto a volte a me piace eludere queste regole attirato dalla natura e dai suoi fantastici modi di presentarsi nei vari elementi; come non soffermarsi ad osservare ammirato il sorgere del sole da quota ottomila mentre laggiù in basso regna ancora la notte con le sue stelle e una piccola luna sta tramontando come non voler condividere con gli amici questa magia raccontando ciò che accade con il walkie talkie per far navigare le mie emozioni nell’etere come non bloccare con un semplice scatto fotografico qualcosa che una volta riguardata ti può dare e dire tante cose.

Alla fine di tutto quando siamo arrivati a cozzare con l’impenetrabile blu intenso del cielo non ci resta che scendere verso la vita verso il calore verso tutto quello da cui siamo voluti fuggire e di cui ora sentiamo la mancanza.

Durante la discesa tutto può accadere come nella salita ma si svolge in un atmosfera diversa forse perché ormai si è già arrivati dove si voleva arrivare o forse perché il nostro corpo urla a squarciagola la sua stanchezza e la sua voglia di normalità; proprio per questo l’attenzione si fa estrema contribuendo ad isolarci ancor di più dai compagni come in una sorta di autodifesa alla ricerca di protezione da noi stessi.

Più che una discesa è una fuga da tutto e da tutti un ripercorrere le tracce della salita in modo confusionale disordinato caotico; una camminata sciatta che non trova nemmeno il tempo per soffermarsi a osservare o a fotografare da questo nuovo punto di vista.

L’unica cosa a cui si pensa intensamente è arrivare al campo base e da lì ripartire a breve per ritornare alle nostre case stanchi di questo vivere estremo.

Gli ultimi giorni al base non sono mai esaltanti o festosi ma mosci e troppo tranquilli tanto che ti inducano ad abbandonarlo a breve; perché è di abbandono che si tratta dopo così tanti giorni; i bidoni vengono riempiti alla rinfusa gli oggetti che faticano ad entrare vengono regalati ai portatori tutti il nostro guardaroba così ben tenuto all’inizio viene pigiato a forza nei per fortuna capienti bidoni che ci seguiranno passo passo fino a casa.

La tenda nostra dimora per intere settimane viene riposta in un attimo senza dover far attenzione a dove si appoggia o a cosa c’è sotto e del nostro passaggio non resta che il segno rettangolare della base che ha appiattito il ghiaccio… alcuni passi già con lo zaino in spalla e non resistiamo alla tentazione di girarsi ad osservare quella macchia sul ghiacciaio che nel giro di pochi giorni svanirà ma che per ora racchiude una storia fantastica da noi vissuta in prima persona come in un sogno.

La nostra fuga per un attimo si arresta e veniamo invasi da una moltitudine di ricordi che ci scorrono davanti ad alta velocità per andare a sbattere contro il muro del presente della vita che continua della voglia di intraprendere nuovamente storie come questa.

Finalmente un suono nuovo ci riporta su questa terra sono arrivati gli yak scampanellando e i loro condottieri fischiando al loro seguito gli odori da noi dimenticati dello sterco di sudore di ginepro di fieno ed erba della civiltà che ha continuato ad esistere a pochi giorni di cammino da noi senza che noi la importunassimo e senza che lei infastidisse noi.

Solo ora ha inizio la festa ci viene ridata vitalità da tutte quelle piccole cose così normali che ci sono mancate quassù cose che per ora vengono rivalutate ed esaltate per poi tornare ad essere quelle normalissime cose che sono.

Camminando spensierati verso valle incappiamo di nuovo nel rumore dei sassi che rotolando sulla morena si tuffano nelle pozze del ghiacciaio lasciando alle loro spalle una nuvoletta di polvere con il suo caratteristico odore; ci fermiamo ancora un attimo quanto basta per ricordarci l’importanza di queste sensazioni quando siamo passati di qua nella salita.

Suoni rumori odori sapori quasi dimenticati che ci avvolgono nuovamente con tutta la loro forza vitale diventando di estrema importanza per il proseguo della nostra storia sia tra le vette himalaiane che tra gli edifici cittadini.

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