L’insostenibile centralità dello sci

La chiusura degli impianti fin dopo le feste rischia di affossare l’intera economia alpina. Un monito da cogliere per rimodulare l’attuale proposta fondata sulle piste da discesa e sul turismo di massa. Come? «Differenziando l’offerta e investendo anche su altre attività più lente e rispettose dell’ambiente».

L’insostenibile centralità dello sci
(Il CoViD-19 ci insegna che va ripensato il modello turistico)
di Max Cassani
(pubblicato su lastampa.it l’1 dicembre 2020)

«La chiusura dello sci sarebbe la fine della montagna», «Con le piste chiuse si darebbe il colpo di grazia all’intero comparto delle terre alte», «Senza sci danni per almeno 20 miliardi di euro». Frasi lapidarie, pronunciate negli ultimi giorni dal governatore veneto Zaia, da Anef e Federturismo e dagli assessori delle regioni alpine. «Non aprendo gli impianti entro Natale si ipotizza una riduzione di fatturato per il sistema neve fino al 65%, pari a oltre 8 miliardi di euro. In pratica si rischia il default», conferma Massimo Feruzzi di JFC, che cura l’osservatorio di Skipass Panorama Turismo.

Insomma: senza sci la montagna fallisce, è il coro di governatori regionali e operatori alpini. Secondo i quali vedere nello sci – che si pratica all’aria aperta, protetti e distanziati – la causa di tutti i contagi è una miope esagerazione da parte del governo. In Francia, almeno, il presidente Emmanuel Macron ha ipotizzato di tenere serrati piste e impianti ma di aprire le porte delle montagna «per godere dell’aria pura». In Italia il premier Conte è invece per la linea dura: niente sci fino a dopo le feste e vietato pure spostarsi per raggiungere le vette, trattate alla stregua di discoteche o luna park. Le piste da sci come quelle da ballo.

L’après-ski al SuperG di Courmayeur: musica, cocktail e divertimento direttamente sulle piste.

La montagna non è solo piste da discesa
La situazione è seria, e induce a una riflessione. Non c’è dubbio che gli impianti rappresentino un volano fondamentale per tutta l’economia di montagna: in totale il settore vale 10-12 miliardi di euro di fatturato e dà lavoro – compreso l’indotto – a 400 mila persone. Dalle piste da discesa non si può prescindere. Ma forse il modello turistico fondato sulla monocultura dello sci va ripensato, se basta tener chiuse le piste durante le feste per rischiare il collasso.

Insomma: se è vero che il 40% del giro d’affari della montagna invernale viene prodotto nelle due settimane natalizie grazie allo sci alpino, forse quel modello che punta tutto solo su un solo numero della roulette dev’essere messo in discussione. «Negli ultimi decenni scontiamo una narrazione dell’inverno falsa e interessata – ha dichiarato nei giorni scorsi Reinhold Messner –. Si riducono la montagna, la neve e il turismo all’industria degli impianti di risalita e ai caroselli sciistici. Non si può concludere che senza piste da discesa aperte si vieta alle persone di rigenerarsi nella natura alpina».

La montagna non è solo sci: su La Stampa non ci stanchiamo di ripeterlo (leggi l’articolo qui). Una vacanza sulla neve è fatta anche di altre attività che prescindono dagli impianti di risalita: il fondo, lo scialpinismo, le racchette da neve, lo slittino, le semplici escursioni sulla neve. Un mercato che in Italia conta circa un milione di praticanti e vale oltre 700 milioni di fatturato, in crescita costante. Attività che oltretutto si praticano per lo più isolati, senza pericolo di code ai tornelli o assembramenti in funivia. Sei tu a contatto con la natura: rischio contagio, zero.

Ecco, forse come accade all’estero andrebbe investito di più su queste attività, che tra l’altro sono complementari allo sci: «Oltre all’apertura degli impianti, proponiamo al governo di lavorare insieme sulle modalità di accesso alla pratica sportiva outdoor in genere – ha detto Marco Bussone, presidente dell’Unione comuni comunità ed enti montani –: ciaspole, scialpinismo, passeggiate, altre attività su neve e ghiaccio non riteniamo debbano essere vietate».

Servono proposte alternative
Il primo lockdown risale a marzo: possibile che in nove mesi il mondo della montagna non sia riuscito a partorire un piano B per salvare la stagione invernale minacciata dal Covid? A parte il protocollo comune di impiantisti e regioni e un’azione di lobbying per aprire gli impianti, poco nulla è stato proposto a livello di pianificazione strategica alternativa allo sci. Si è arrivati alla vigilia del nuovo inverno pensando di poter ripartire come se nulla fosse accaduto.

Per dire: settimana scorsa alla presentazione della stagione invernale della Val Gardena (mica della Val Trompia, con tutto il rispetto), il presidente Christoph Vinatzer ha accennato a un programma di attività outdoor alternative allo sci. Dopo di che ha ammesso di confidare «nella nostra clientela storica che ci viene a trovare da cinquant’anni. Diamo loro un servizio di alta qualità e speriamo basti a compensare un po’ le perdite, che saranno ingenti».

Si potrebbe per esempio istituire un gruppo di pressione per indurre il governo a spalmare il calendario delle vacanze scolastiche su tutta la stagione invernale. Come fanno all’estero, per esempio in Francia e Germania. Concentrarle solo a Natale e Pasqua è un rischio: se poi capita di non poter sciare durante le feste, per l’intero comparto è un disastro.

Cannoni sparaneve alla massima potenza sulla pista Deborah Compagnoni a Santa Caterina Valfurva.

A dispetto dei proclami, l’impressione è che a volte ci sia molto fatalismo – talvolta anche improvvisazione – nell’approccio degli operatori alpini: si confida ancora troppo sugli stranieri e sul turismo dello sci, e per il resto si spera nella provvidenza e nei ristori del governo. E sì che da anni nei vari convegni degli stati generali della montagna si ripete come un mantra che la sfida del turismo bianco si vince «diversificando l’offerta», «destagionalizzando la proposta», puntando sulla «qualità dei servizi», su «esperienze tagliate su misura» dei clienti. L’ultima occasione sono state le Giornate del Turismo Montano organizzate a metà novembre da Confesercenti Trentino. Tutti d’accordo – politici locali e addetti ai lavori – sul ripensare le strategie di accoglienza, sull’educare alla montagna, sull’allargare le attività montane a tutti gli sport open-air, sul favorire un turismo più lento, rispettoso e responsabile.

Meno consumismo, più responsabilità
Recentemente lo scrittore Paolo Cognetti – ma lo sostiene da sempre anche il suo collega Mauro Corona – ha ribadito che «un’altra montagna è possibile, con un turismo che consumi meno, invada meno, passi meno di fretta, e si trasformi almeno in parte in un ripopolamento, portando alla montagna non solo clienti e denaro ma umanità e cultura». E ha lanciato un appello: «Quella montagna fuoripista per favore non chiudetela».

In questo senso il caso di Cogne in Valle d’Aosta è raro quanto emblematico: le piste da sci alpino ci sono, ma ai fini dell’indotto turistico sono marginali rispetto alla pratica delle attività nel Parco nazionale del Gran Paradiso: sci di fondo e winter trekking su tutte. Allora la domanda da porsi è se l’emergenza Covid può essere un’opportunità per accelerare la transizione dell’economia alpina verso un turismo economicamente ed ecologicamente meno impattante rispetto a quello dello sci in pista che, sia chiaro, è e rimarrà sempre cruciale per le terre alte.

Una striscia bianca macchia il paesaggio: l’innevamento artificiale a tutti i costi.

Grazie all’innevamento artificiale ci siamo inventati l’insostenibile sci senza neve, abbiamo disboscato le montagne per costruire impianti e improbabili infrastrutture, abbiamo inseguito il turismo di massa dei suv e quello chiassoso degli après-ski, abbiamo sfruttato in maniera intensiva ogni genere di risorsa alpina senza preoccuparci di educare alla montagna le future generazioni. Tutto in nome del dio business.

Ora la natura ci sta presentando il conto, e forse non è un caso: dopo il riscaldamento globale, le frane e la tempesta Vaia, l’epidemia di coronavirus ci costringe adesso a spegnere gli impianti, rischiando di mandare gambe all’aria un intero comparto. Sembra un contrappasso per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Perché la montagna ha un suo equilibrio, e quando l’umano imbruttito lo violenta cercando di stravolgerlo, poi ne paga le conseguenze.

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