Le tre Gerva

di Enea Carone e Alberto Gandiglio
(pubblicato su Spit il 9 novembre 2020)
“Infiniti sono gli sguardi degli uomini, non le terre da conquistare (Enrico Camanni)”.

Stacco la sveglia al primo trillo: non ho chiuso occhio tutta la notte ed era un po’ che aspettavo quel suono. Mi libera dalla trepidante attesa. Che questa lunga giornata abbia inizio!

Fuori dalla finestra il buio è ancora intenso, ammorbidito da una fitta nebbia. Non mi pongo neanche il dubbio di rimandare e raccolgo la poca attrezzatura, attentamente selezionata il giorno prima secondo un criterio strettamente minimalista: imbrago, corda da 20 m, tre ghiera liberi e 12 rinvii. Tintinnano nel silenzio della notte quando li sollevo per infilarli dentro lo zainetto. Fuori dal portone di casa salto in sella alla bici. Con le gambe che iniziano a girare, l’aria frizzante che mi sferza la faccia mi avverte che l’avventura è iniziata. Raggiungo il compagno con cui l’idea ha preso forma e basta uno sguardo per ricordarci la sintonia che ci ha messi in questa situazione. Io e Gandi non siamo propriamente compagni di cordata. Sarebbe una definizione limitativa e forse persino fuorviante. Ciò che ci unisce non è la brama di raccogliere una sfilza di vie dai nomi altisonanti da aggiungere al palmares. Né la volontà di tirare tacche sempre più piccole su pareti sempre più strapiombanti. E neanche quella di passare piacevoli giornate a ripetere gli itinerari più blasonati. Ciò che ci unisce è un’idea. La stessa concezione estetica dell’avventura e della sua fine ricerca. Più che compagni di cordata siamo compagni d’avventura. Una comune sensibilità ci ha portati a porci le stesse domande sul senso di ciò che facciamo. E lo studio condiviso di certi personaggi dell’alpinismo di ieri ci ha portato a darci le stesse risposte.

Sulla via Gervasutti a Rocca Sella

L’avventura di oggi sta nella dimensione umana. Le grandi pareti e gli angoli sperduti del mondo sono stati esplorati e addomesticati, ma l’animo umano no. Non c’è artifizio che possa domarlo. La vera avventura diventa così alla portata di tutti, ma nascosta dietro un velo di Maya. E’ dietro casa, ma puoi vederla solo se la ricerchi e la coltivi. Solo se sei presente a te stesso. Nel suo visionario articolo L’ultima avventura Gian Piero Motti aveva gettato, quarant’anni in anticipo, il seme di quello che secondo noi è l’alpinismo e l’avventura del futuro. Noi abbiamo scoperto la piccola piantina che è nata da quel seme, malgrado le condizioni avverse della società, e stiamo cercando di prendercene cura, facendo nostre le sue idee più visionarie e cercando di completarle per metterle in pratica.

Il racconto che segue è un frutto di quella piantina. Non penso possa, per sua natura, diventare un albero. E non me lo auguro nemmeno. Ma penso possa comunque trovare la sua collocazione. Il suo ecosistema. C’è una domanda che il giornalista di montagna e alpinista Enrico Camanni dice di essersi sentito porre troppe volte: “dove va l’alpinismo?”. Forse l’incapacità di trovare una risposta o più probabilmente il pessimismo dell’unica risposta che credeva possibile lo hanno portato a un sentimento di fastidio nei confronti di questa domanda. Noi abbiamo la presunzione di proporre una risposta meno pessimista. E la riesumiamo dal passato, proprio da quell’articolo di Motti: “[l’avventura] non poi così difficile da trovare, anche se talvolta tutto appare così intrigato, contorto, quasi impossibile. Ma è in noi stessi la soluzione, nella nostra semplicità. Allora forse scopriremo l’avventura ogni giorno, aprendo solamente la finestra e guardando i tetti grigi di una qualunque città”.

Noi questa volta abbiamo un po’ barato, non ci siamo accontentati dei tetti grigi, ma ci siamo spinti geograficamente un po’ più in là. E poi ciò che intendeva l’autore era sicuramente più metaforico. Ma noi abbiamo usato le nostre peripezie semplicemente come mezzo di ricerca dell’avventura umana di Motti. Come mezzo per risvegliare l’alpinismo dal suo torpore durato almeno un ventennio. Come mezzo per sostenere una nuova metamorfosi dell’alpinismo, quella dell’avventura umana. E chiamiamo mezzanotte il movimento di coloro che cercano di mantenere viva questa possibilità. Con la presunzione di essere riusciti a fare un passo avanti nella realizzazione del Nuovo Mattino rispetto agli scalatori del pomeriggio e alle Antiche Sere. Non siamo certo gli unici, né i primi. Solo portavoce consapevoli. E ci illudiamo, con le nostre avventure, di regalare un sorriso allo spirito di Gian Piero.

Sulla via Gervasutti alla Rocca Sbarua

Svolgimento
Pedalo i 3 km che separano casa mia da quella di Enea ancora mezzo addormentato, la città, a differenza del solito, è quieta, immobilizzata nella nebbia, silenziosa, l’unico rumore è quello sordo delle mie ruote sull’asfalto. Mi basta incontrare lo sguardo di Ene, vivo e lucido come sempre, per risvegliarmi: che l’avventura abbia inizio.

Pedaliamo senza storia in mezzo al parco del Valentino buio e addormentato, incrociamo solo quattro ragazzi che zigzagano sotto i platani di corso Massimo d’Azeglio, stanno tornando a casa da una notte brava, non sappiamo se invidiarli o meno, loro alla fine della loro giornata, noi, all’inizio. Da Porta Nuova scivoliamo senza sforzo sulle rotaie illuminate dalle prime luci dell’alba fino a sant’Ambrogio di Susa, titubiamo su che direzione prendere usciti dalla stazione, ma la sagoma inconfondibile di Rocca Sella ci toglie ogni dubbio. Il nostro entusiasmo cala notevolmente fino al punto da maledire la nostra idea non appena iniziamo a inerpicarci su per la lingua di asfalto che porta al Col del Lys.

Per un attimo invidiamo davvero quei quattro ragazzi, a letto, spensierati e magari sognanti, ma poi basta alzare lo sguardo dal manubrio è tutto prende senso, il sole, ancora indeciso se sbucare da dietro le montagne o meno, illumina la Sacra di san Michele, il Rocciamelone e lo Chaberton, laggiù, a chiudere la valle.  In bici il tempo scorre diversamente, le distanze si dilatano, le salite si fanno più ripide, osserviamo però dettagli che chiusi dentro le nostre scatole di metallo non avevamo mai notato:  le piccozze appese sui balconi, lo sguardo malinconico di un’anziana affacciata alla sua finestra, l’odore del latte di capra che qualche pastore sta mungendo, l’abbaiare dietro un cancello di un cane geloso della nostra libertà.

Inebriati dall’incredibile varietà della vita racchiusa in appena una manciata di chilometri, e consapevoli di farne parte, giungiamo al rifugio Rocca Sella dove leghiamo le nostre bici. Scarpiniamo su per il sentiero che conduce all’attacco del primo capolavoro del Fortissimo, capace di trovare, anche su una montagnola così apparentemente anonima, una linea stupenda e impegnativa al tempo stesso. Ci imbraghiamo e ci auguriamo buon viaggio con uno sguardo che vale più di mille parole, uno sguardo di fiducia: io sono nelle tue mani e tu nelle mie. Legati in conserva a 10 metri troviamo subito il ritmo giusto, ogni passaggio è così logico e naturale che sembra quasi che la parete scorra sotto le Vibram delle nostre scarpette senza il minimo sforzo da parte nostra. Passa il tempo infinito di un attimo e le mani non trovano più roccia cui aggrapparsi, ma solo l’aria calda di un cielo settembrino, siamo in cima. Il tempo di una foto, una dedica sul libro di vetta e via veloci, ai nostri destrieri.

L’uscita dall’ultima via Gerva

Finalmente la tanto sudata salita, vista da qui, non è altro che una morbida discesa fino ad Avigliana. Possiamo rilassarci mezz’ora, o meglio, potremmo, non fosse che alla prima curva mi sento sbalzato via dalla bici. Non so come, riesco a stare in piedi, ma quando guardiamo la situazione della mia ruota posteriore capiamo che non sarà facile proseguire. Il cerchione si è piegato completamente. Volevamo l’avventura? Eccola. Per fortuna conosciamo le buone maniere e con due calci ben assestati riusciamo a renderla di una forma vagamente tonda, dovrò pero salutare il mio freno posteriore, letteralmente esploso nell’inspiegabile episodio.

Saliamo non troppo dignitosamente per una decina di chilometri fino a Giaveno, da qui ci aspettiamo una morbida discesa in mezzo a distese verdeggianti fino alla successiva tappa, ma non è così. Un ciclista ci preannuncia un passo molto ripido, la “Colletta” di Cumiana. Speriamo sia uno scherzo, invece no, la strada impenna bruscamente, in piedi sui pedali e in stile fantozziano giungiamo, curva dopo curva, in cima al colle. Abbiamo perso il conto del tempo, non sappiamo né che ora sia né quanto manchi alla prossima sosta, poco importa, non c’è altro da fare che far girare le gambe. Non sto a raccontare quanto poco onorevolmente siamo giunti a borgata Ciom, dove lasciamo le bici per incamminarci sul ripido versante nord del Monte Tre Denti. Il nostro andamento è penoso, il caldo è insopportabile, abbiamo le gambe doloranti e lo stomaco che brontola, da stamattina abbiamo mangiato solo un pezzo di formaggio comprato per strada. La fatica ci obbliga all’introspezione, al dialogo con noi stessi, chi ce l’ha fatto fare? Nonostante la risposta nei giorni precedenti fosse così evidente, ora non lo è più, nascosta dietro un velo di sudore e fatica. Dubito quasi che oggi ce la faremo a realizzare il progetto, mi sembra già di stare raschiando il fondo del barile e siamo appena a 1/3 del nostro viaggio.

Dopo un tempo che pare infinito le nostre mani sfiorano di nuovo la roccia, siamo sulla via Gervasutti sul Dente Orientale di Cumiana. L’itinerario è così bello che la stanchezza e il caldo scompaiono, ecco che la nostra domanda trova di nuovo risposta: è la nostra voglia di avventura che ci ha portato qui, siamo nel posto giusto, stiamo vivendo ciò che volevamo. Mezz’ora dopo siamo in vetta, neanche il tempo di una foto e ripartiamo, attraversiamo i restanti due denti e scendiamo dal Colle Aragno verso la Rocca Sbarua. Il mezzo litro d’acqua che ci eravamo portati è finito ancora prima di iniziare ad arrampicare, ormai due ore fa, se prima sembrava già di raschiare il fondo, sicuramente ora non so da dove stiamo attingendo le nostre forze, probabilmente abbiamo sostituito il barile delle energie, ormai vuoto, con quello delle motivazioni che ci hanno spinto a fare tutto questo. Quando giungiamo al rifugio Melano, gli ultimissimi arrampicatori, anche i più ritardatari, se ne stanno andando, lasciando tutto per noi uno dei parchi giochi più belli del Piemonte.

La torta al rifugio Melano

Saziamo la nostra sete alla fontana, mangiamo una mela e ci incamminiamo verso le placche gialle. Una stretta di mano, il solito sguardo e ripartiamo sull’ultima delle vie Gervasutti del nostro progetto, probabilmente la via più iconica dell’intera parete. Per entrambi è la sesta volta su per questi diedri stupendi, li abbiamo già saliti in ogni modo e condizione possibile. Voliamo su per questo capolavoro, i nostri corpi non hanno peso, non c’è più stanchezza, ma solo gioia e felicità. Usciamo appena 15 minuti dopo in cima, increduli. Vi siete mai chiesti se i nostri moschettoni possono sentire le nostre emozioni? Eh sì, perché le emozioni sono segnali elettrici trasmessi al cervello, e i metalli sono ottimi conduttori di elettricità. Allora quel momento deve essere stato grandioso anche per la ferraglia attaccata ai nostri imbraghi. Il sole sta tramontando dietro le montagne, la luce rossastra ci illumina mentre contempliamo il paesaggio. No, non invidiamo i quattro ragazzi del Valentino che avranno passato tutto il giorno a letto. Avrà, uno solo di quei quattro, fatto un sogno più bello di quello che stiamo vivendo noi ora?

Pausa arrosticini…

Ritorniamo al Melano, ordiniamo due bibite e due pezzi di torta che ci vengono portati con tre candeline sopra. Le spegniamo, quasi commossi, non ci crediamo di aver superato tutti gli ostacoli previsti e non, ed essere qui ora, a brindare a una delle follie più grandi che abbiamo mai realizzato.
Torniamo con i piedi per terra quando guardiamo l’ora, sono quasi le 20.00, e l’ultimo treno per casa era alle 19:30. Discutiamo su quale amico chiamare per farci venire a recuperare, ma mentre parliamo il rifugista ci riprende ”Vorrete mica farvi venire a prendere? Ormai dovete finire l’avventura con le vostre forze”.

Le sue parole sfondano una porta aperta, ha ragione, non possiamo mollare ora. Un piede davanti all’altro risaliamo fino al ripidissimo Colle Aragno dove siamo obbligati ad accendere le frontali, la discesa sembra non finire più, l’introspezione la fa di nuovo da padrona. Ripensiamo a come e cosa ci ricorderemo di questa giornata. Si alza un alito di vento, il bosco prende vita, le foglie e i fili d’erba iniziano a muoversi insieme nella danza più antica del mondo. Danziamo anche noi, nel ventre di madre natura sotto un soffitto di non so quante stelle. Giunti alle bici impieghiamo almeno 20 minuti prima di deciderci a ripartire, il corpo chiede riposo. Pensiamo a chi ci aspetta a casa, alla nostra avventura, che deve finire così com’è iniziata, attraversando il cancello di casa sulla sella dei nostri destrieri.

… e successivo appisolamento.

Quando guardiamo la strada sul navigatore quasi ci cedono le gambe, siamo a 32 km dai nostri letti, il che significa che prima di casa supereremo i 100 km e i 3000 metri di dislivello positivo. Pedaliamo nel buio e nel silenzio di lingue d’asfalto che sembrano non avere fine, uno attaccato all’altro, quasi a spingerci a vicenda. Chissà cosa devono aver pensato gli automobilisti nel vedere le nostre lucine su quelle statali anonime, chissà se immaginavano da dove siamo partiti, chissà se anche loro oggi hanno vissuto la loro avventura, se hanno realizzato un loro sogno o se stanno semplicemente seguendo la routine del sabato sera, quasi obbligati a uscire e a far finta di divertirsi, postando magari qualche foto simil sorridenti sui social. Sono domande senza risposta, quel che è certo è che noi sì, oggi abbiamo vissuto per davvero, siamo usciti dai binari del giusto, del normale, del solito, dell’abitudine.

Oggi non siamo stati schiavi di nessuno, né del tempo né dello spazio, ci siamo mossi liberi, guidati solo dai nostri ideali. E forse, anzi, sicuramente, mentre pedaliamo nel buio in mezzo a queste macchine impazzite, capiamo cos’ha provato Giusto Gervasutti quando si è recato al Monte dei Cappuccini, prima della sua solitaria invernale al Cervino: “Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi“.

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1 Comment

  • Complimenti agli autori. Non sono indispensabili montagne o pareti celebri per creare belle avventure e raccontarle in modo avvincente

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