Lassù sulle Grigne – 2

di Ugo Ranzi
(continua da Lassù sulle Grigne – 1)

Forse il titolo giusto sarebbe “Laggiù” perché qui si parla delle zone poco più su di Lecco. Pensando alla Grigna normalmente si pensa ai monti al disopra dei piani Resinelli e anch’io quando mi sono scritto i primi ricordi di Grigna (Lassù sulle Grigne – 1) me ne ero dimenticato. Invece le pareti sopra il lago in direzione Valtellina e la zona compresa tra Lecco e i Resinelli ne fanno parte e pareti importanti, prima fra tutte la Corna di Medale, offrono vie bellissime e frequentabili tutto l’anno. Essendo a bassa quota c’è vegetazione e quindi manca un po’ l’ambiente delle zone alte. Però è comunque piacevole e qualche volta gli arbusti offrono la possibilità di gradevoli sicurezze e soste aggiuntive. La roccia poi è quasi ovunque ottima, solida e molto appigliata.

I primi a fare qualcosa di importante furono Riccardo Cassin e Mario Dell’Oro che sul Medale aprirono una via che ancora oggi è rinomata. La prima volta l’ho salita con un amico di amici con cui non avevo mai arrampicato ma che, avendola già salita, pensavo fosse utile per indicarmi la via. A quei tempi, anni ’60, la Cassin era ancora una via considerata con grande rispetto dagli arrampicatori medi, quelli che facevano le vie di quarto grado da primi e azzardavano qualche tiro di quinto. La Cassin non era ancora lisciata dal passaggio di generazioni di scalatori e i suoi passaggi famosi “primo diedro, secondo diedro, la radice e il temuto traversino” erano veramente esaltanti. La via mi era piaciuta moltissimo, però avevo fatto una gran fatica, non per le difficoltà ma per via del mio compagno che ogni momento mi gridava “tira” e si faceva issare di peso. Ovviamente in seguito ho evitato ogni sua proposta di fare una via assieme. Dopo di allora l’ho salita parecchie volte con tutti i miei amici più cari.

Sul Medale, oltre alla Cassin, ho arrampicato sulla prima parte della Taveggia, un diedro veramente estetico. Purtroppo era una via super frequentata e quando l’ho salita io era ormai molto unta per cui mi è piaciuta così così.

Corna di Medale

Quando andavamo ad arrampicare in Medale lasciavamo gli zaini sotto la panca esterna dell’osteria da Zaccheo, dieci minuti sotto la parete e specialità polenta oncia. Nello zaino lasciavamo tutto il superfluo inclusi portafoglio e chiavi dell’auto. Mai ci saremmo preoccupati di non ritrovare qualcosa, la fiducia nel prossimo era totale. Peccato non sia più così! A proposito di questo mi vengono in mente due storie di quegli anni, fine anni ’50 inizio anni ’60.

Divagazione sul cambiamento della Fiducia
Le gite dell’oratorio
Ho sempre avuto una discreta abilità organizzativa, credo di averla ereditata da mio papà.  Quando avevo sedici anni cominciai ad organizzare delle gite sciistiche per conto del mio oratorio nella zona di piazzale Corvetto a Milano. Le mete erano quelle classiche del tempo: Passo della Presolana, Foppolo, Alpe di Mera e, la più richiesta, Cervinia. Non c’era internet e quindi si usava il passa parola e l’annuncio a Messa. Una volta fissata la data e raccolte le adesioni mi recavo alla SILA, la società che noleggiava le corriere, e dicevo: “mi serve una corriera da 50 posti per andare a…. tra due domeniche, partenza dalla chiesa di viale Lucania alle ore 6, dopo la Messa, ritorno alle 9 di sera”. Nessun’altra formalità. Durante il viaggio raccoglievo la quota di partecipazione e al lunedì andavo alla SILA a pagare. Ricordo che ero un ragazzo di 16 anni.

Anni 2000, ero manager in un’importante multinazionale con responsabilità per il sud Europa (Italia, Francia, Spagna, ecc.). Mi occupavo anche di organizzazione di eventi, però se chiedevo una corriera a una ditta di noleggio, volevano caparre, firme e contro firme, copia del bilancio dell’azienda, numeri di carta di credito, mancavano solo impronte digitali e foto della cornea.

I miei primi sci di metallo
Monte Bondone primi di dicembre del 1960, vacanze di Sant’Ambrogio. Cercando di suscitare l’ammirazione di Erica, ragazza trentina dai begli occhi azzurri, stavo danzando con gli sci sul pendio ripido del Palòn, la pista più difficile, a quel tempo non ancora addomesticata per lo sci di massa. In quegli anni gli sci erano ancora di legno, principalmente frassino o hickory (noce americano). Io avevo un paio di Mistral della Persenico, molto belli, picchiettati di riflessi dorati e argentati. Improvvisamente la punta, i primi 30/40 centimetri, di uno sci si spezzò, probabilmente l’avevo lesionata in qualche evoluzione precedente. Due problemi, uno immediato come scendere a valle sciando con un solo sci, problema risolto abbastanza bene, l’altro più importante, con cosa sciare per il resto della stagione appena iniziata.

Tornato a casa, abitavo a Milano, con i due pezzi di sci mi presentai fiducioso al negozio di via Pistrucci dove comperavo l’attrezzatura sportiva. Il signor Gualdana titolare del negozio mi rispose sconsolato “impossibile aggiustarlo, devi comperare degli sci nuovi”. Facile a dirsi ma per uno studente squattrinato non era facile per niente e in più mi ero messo in mente l’ultima novità del settore: gli sci metallici.

“Cosa vorresti prendere? “Mi piacerebbero i Gazelle ma 60.000 lire non le ho”. Erano degli sci bellissimi, sottili con un meraviglioso colore blu chiaro. “Facciamo così, quando puoi mi porti 5000 lire fino a quando non arrivi a 60.000”. Mi diede subito i Gazelle senza nessuna formalità e nessuno scritto e nel giro di poco più di un anno saldai il mio debito. Avevo 17 anni e a quel tempo si diventava maggiorenni a 21.

Così potei ricominciare a danzare in sicurezza sul ripido ma stavolta davanti alla ragazza con gli occhi neri più belli di Trento.

Gli sci Gazelle

Il Medale restò a lungo quasi l’unica meta della zona poi, improvvisamente negli anni ’70, ogni parete attorno venne scoperta, salita e valorizzata. Conoscemmo così il Pizzo Boga, l’Antimedale, i Pilastrini e sullo stesso Medale furono tracciate decine di vie e di varianti anche da alpinisti del calibro di Walter Bonatti e Alessandro Gogna. E non dimentichiamo tutte le belle pareti sopra il lago tra Lecco e Abbadia Lariana, in particolare l’attraente Torrione di val Realba con un paio di vie di difficoltà media. La guida delle Grigne di Claudio Cima mi fece scoprire tutta l’attività di un manipolo di giovani arrampicatori “moderni” che all’inizio degli anni ’70 aveva esplorato tutto l’esplorabile al disotto dei Resinelli.

In quel periodo facevo il venditore e “casualmente” avevo tra le mie zone il lecchese dove aziende di Mandello come Gilardoni e CEMB erano ottimi consumatori dei componenti elettronici (valvole, transistori, ecc.) in cui la mia azienda era leader. Alla CEMB il direttore tecnico ingegner Gianni Capozzo era anche istruttore di alpinismo, nacque un’amicizia extra lavoro e facemmo salite sulle torri del Sella, Pale di san Martino e mi fece conoscere le Piccole Dolomiti. Era ancora il tempo in cui la pausa pranzo permetteva ai lavoratori di andare a mangiare a casa e a me in quelle due/tre ore di intervallo prima degli appuntamenti pomeridiani permetteva di correre a fare la prima parte della ferrata del Medale o i primi tiri del Pizzo Boga.

Fino agli inizi degli anni ’70 nessuno aveva preso in considerazione il Pizzo Boga. Strano che quella grande placca di roccia bianca non avesse attirato almeno l’interesse degli appassionati di chiodi e staffe. Poi arrivò Ivan Guerini e tracciò la via Gary Hemming (G.H.). L’ho scoperta sulla guida che Claudio Cima pubblicò nel 1975, la prima guida delle Grigne dopo quella storica di Silvio Saglio. Questa via a me è sempre piaciuta molto anche con le sue varianti e ci ho portato tutti i miei amici. Spesso ho salito i primi due tiri da solo, una volta ho rischiato grosso. Ero concentrato sul secondo tiro, un passaggio non è facile, e non mi ero accorto che il bosco sotto la parete stava bruciando. Superato il passaggio, il fumo che saliva dal basso mi aveva avvertito della situazione pericolosa. Fortunatamente i primi due tiri si svolgono su un avancorpo ed è possibile uscire con un sentiero a sinistra. L’ho percorso a tempo di record in gara col fuoco che si stava espandendo in quella direzione e, per pochi minuti, me la cavai solo con un forte spavento.

Nel tempo sono state tracciate altre vie, comprese quelle in artificiale sulla placca bianca. Io ho percorso la R2 Monza, molto bella e più difficile della Gary Hemming e la via Ania a sinistra della placca.

La R2 sale alla sinistra dell’avancorpo, poi si sposta a destra e, nella fascia centrale, sale un bellissimo tiro di 40 metri di IV grado continuo con 4 chiodi. Poi finisce percorrendo il bordo destro della placca bianca. Una via di soddisfazione.

Pizzo Boga

Tra il Medale e il Pizzo Boga c’è il Dente del Coltignone con un paio di vie di Lele Dinoia, Claudio Cima e Ivan Guerini che però non hanno riscosso l’interesse dei frequentatori della zona.

Sopra il Pizzo Boga, nell’orario giusto, si evidenzia tra sole e ombra uno spigolo molto marcato, non ho mai saputo se la guglia relativa abbia un nome. Una volta, dopo aver salito la G.H., ho cercato di raggiungerne la base, occorreva una mezz’ora, ma mi ero stancato sulla via e dopo un po’ rinunciai. E’ rimasto solo nei miei desideri, chissà se qualcuno lo avrà salito.

Sulla sinistra della pala del Medale sale la ferrata, credo sia stata una delle prime ferrate difficili. Ho salito molte volte la prima parte, quella più aerea, e, prima di ridiscendere dalla stessa parte, facevo una visitina all’attacco dello spigolo Bonatti. Salivo la ferrata cercando di arrampicare il più possibile, evitando di usare la fune metallica e i gradini artificiali. La seconda parte, fino alla vetta, è meno bella e l’ho salita solo quattro o cinque volte. Ancora a sinistra c’è la bellissima parete dell’Antimedale.

Antimedale a sinistra, Corna di Medale a destra: la ferrata sale tra le due

Le classiche che ho percorso sono la via Chiappa e la via degli Istruttori, entrambe bellissime. Le due vie si incontrano sotto il tetto a 150 metri dalla base, poi si dividono ancora, la Chiappa gira a sinistra e la Istruttori costeggia il tetto sulla sinistra. La roccia è favolosa ma purtroppo unta dal passaggio di migliaia di estimatori. Qualcuno ha mai pensato se sia possibile inventare (o magari esiste già) un solvente che possa riportare queste vie e la Cassin e la Taveggia agli splendori iniziali?

Il tetto dove le due vie si incontrano

Pilastrini del San Martino
Arrivando a Lecco dalla superstrada di Milano sul monte San Martino vedi una macchiolina bianca in mezzo a rocce e vegetazione sospesa 500 metri sopra Lecco. E’ la Cappelletta della Madonna del Carmine sul sentiero che da Lecco porta al rifugio Piazza.

A metà strada tra Malavedo e il rifugio ci sono i Pilastrini, uno a destra e l’altro a sinistra del sentiero. Sono due falesie di 15/20 metri, una quindicina di vie con roccia salda ben appigliata, chiodatura plaisir, vie facili secondo la concezione attuale ma alcune difficili secondo la mia concezione. Le ho salite spesso sia con amici che da solo autoassicurato.

Nei giorni feriali la solitudine è totale. Una volta, mentre ero da solo a metà falesia, sono arrivati due caprioli che tranquillamente si misero a brucare l’erba alla base delle rocce. Al mio richiamo mi hanno guardati incuriositi, si saranno chiesti cosa fosse quella “cosa” ansimante abbarbicata alla roccia. Non era un umano perché non aveva due gambe, non era un uccello perché senza ali, non un serpente perché aveva quattro zampe appiccicate alla roccia: sarà stato una specie di lucertolone variopinto con una coda rossa bifida (salivo autoassicurato) e si sono rimessi a brucare.

I Pilastrini

Nella zona al disopra dei Pilastrini ci sono molte rocce emergenti dalla vegetazione. Era per me una zona sconosciuta, da tempo avrei voluto esplorarla in inverno per evitare spiacevoli incontri con entità striscianti con testa triangolare. Rileggendo più attentamente la guida del Cima ho scoperto che le mie aspirazioni di vie nuove erano state deluse dagli inesauribili Dinoia, Guerini, ecc. che all’inizio degli anni ’70 avevano salito e battezzato ogni scampolo di roccia (scoglio di Kroneker, Sperone UO, Pilastro Irene, ecc.) con vie dai nomi innovativi (Echi d’alluminio, Cascate di Zinco, Spirali d’Argosuono, ecc.

Avevo trovato su Lo Scarpone (che nostalgia per quel bel periodico cartaceo, il nuovo digitale non mi coinvolge) la relazione di una nuova salita sul monte San Martino nella zona dei Pizzetti. Avevo ritagliato l’articolo perché il quarto era il mio grado preferito e dopo pochi giorni con Massimo abbiamo salito la via delle Poiane. La ricordo non facile, c’erano delle freccette nere dipinte sulla roccia per indicare la direzione visto che i chiodi erano proprio pochi e quindi non sempre era facile capire dove salire. All’uscita si scendeva in pochi minuti al rifugio Piazza, uno dei pochi rifugi aperti al giovedì invece del mercoledì. Polenta e un bicchiere di vino rosso per festeggiare il successo della salita.

Sulle pareti che sovrastano la strada tra Abbadia e Lecco a partire dagli anni ’70 sono state tracciate tantissime vie, monotiri e vie lunghe, quasi tutte di difficoltà elevata e comunque al disopra delle mie capacità. Unica eccezione, poco sopra la ferrovia si stacca dalle pareti retrostanti un bel torrione di roccia bianca, è il Torrione di val Realba. Sulla sua parete rivolta al lago regala una via di IV grado che ho percorso parecchie volte. La brevità di accesso, la possibilità di arrampicarvi in ogni stagione, il piacere dell’ambiente, sei subito sopra il lago, e la roccia solida e appigliata sono tutte ragioni per andare a salirla.

Torrione di val Realba

Ormai lo percorrono in pochi il sentiero che da Chiuso sale ai Resinelli per la val Calolden. Peccato perché meriterebbe una maggiore frequentazione anche per rendersi conto delle fatiche che i vari Riccardo Cassin, Ugo Tizzoni, Vittorio Ratti dovevano sobbarcarsi per arrampicare nel fine settimana. Guardando verso l’alto si nota l’ardita sagoma del Campanile San Pietro: vanta un paio di vie che però, causa il lungo avvicinamento e la roccia friabile, sono poco o per nulla ripetute. Invece mezz’ora dopo aver lasciato la macchina al primo tornante dopo Pomedo, si trova il Torrione basso di val Calolden sul quale l’attivissimo Ivo Mozzanica ha tracciato una via interessante.

Salendo in auto ai Resinelli è frequente trovare delle macchine parcheggiate al tornante 12. E’ da li che in una mezz’ora si raggiunge con un po’ di saliscendi la zona del Vaccarese dove sono state tracciate molte vie, principalmente monotiri. Quando fa molto caldo è gradevole arrampicare al riparo degli alti alberi che proteggono le rocce dal sole caliente. Una salita per tutti o quasi è la via della Pera, tre brevi tiri superprotetti a spit. Non è la Nord di Lavaredo ma se si cerca una salita rilassante in un ambiente rilassante, con un approccio rilassante, con una chiodatura e una discesa rilassanti la via della Pera risponde a tutti i requisiti. Peccato solo che sia breve.

Andando da Ballabio in direzione del colle Balisio sulla sinistra un’evidente guglia attira l’attenzione del viandante automunito: è il Dito, nome veramente adeguato. E’ una cima da non perdere, all’arrampicatore offre una varietà di vie belle, divertenti, con buona roccia e anche di un certo impegno. La salita alla vetta è facilitata da una breve sequenza di corde fisse utili anche per la discesa dalle altre vie. Conosco e ho salito tre vie. La via Dones che attacca dalla forcella tra Dito e Zucco di Teral, è breve ma non banale. L’estetico Diedro Obliquo, bello a vedersi, è difficile e faticoso ma di grande soddisfazione, è molto chiodato e io su parecchi chiodi mi ci sono tirato. Forse la più bella è la via Lunga, molto varia e abbastanza impegnativa.

Il Dito, con l’evidente Diedro Obliquo

Gli alpinisti dell’inizio del secolo scorso non avevano preso in considerazione queste zone e quindi i vari Cassin, Tizzoni, Ratti, che salivano da Lecco ai Resinelli per la val Calolden, dovevano sobbarcarsi una bella fatica per poter arrampicare in Grigna nel fine settimana.

Siamo stati fortunati, io e i miei amici che per andare ai Resinelli abbiamo potuto usufruire della strada carrozzabile che sale da Ballabio e che, grazie alle vie di bassa quota, a partire dagli anni ’70 abbiamo potuto arrampicare in ogni stagione.

Ringrazio quindi sia i grandi del primo Novecento, sia i “moderni” degli anni ’70 che mi hanno dato la possibilità di vivere tante belle emozioni.

Pubblicato il