La Terra dello Spirito

di Alessandra Panvini Rosati

Mi ritrovai scaraventato da un trattore sul ciglio della Statale n. 20 da qualche parte inoffensiva del MidWest.

Macchie di unto sul fondoschiena e un afrore selvatico, stavo sonnecchiando e la brusca frenata mi diede la sveglia.

Ero bello alticcio, una brutta sbornia sponsorizzata da pessima birra.

Ringraziai con la mano il mio taxi driver improvvisato e mi rimisi in attesa di un altro passaggio.

Mi accorsi in breve che avrei potuto anche restare confinato su quel tratto di Statale per il resto dei miei anni terreni. La strada pareva finta, il panorama da est a ovest non mutava: non passava un’auto manco a pregare.

Evidentemente il Grande Padre aveva scelto per me un altro luogo per morire perché, dopo un’attesa snervante, arrivò una furgone dell’UPS che mi raccattò, per pena.

Arrivava da ovest, quindi sarei andato a est.

Il MidWest sarebbe un bellissimo posto se ti piacessero i grandi spazi e le pianure.

Orizzonti troppo lunghi, anche se strizzi gli occhi non ci arrivi alla fine, fidati!

Distese di campi di granoturco che ti invogliano, quando fa caldo, ad entrarci dentro e finire i tuoi giorni in un labirinto pannocchioso.

Laghi immensi che paiono mari.

Poi ci sarebbe pure Chicago. Ci sarebbe, ma non per me.

Io sono quello che l’enciclopedia così descrive: un lavoratore nomade, uno che si gode la vita, un superstite del romanticismo. Nutrito di un immaginario potente, impersono la figura del pioniere, dell’esploratore.

Insomma, una specie di Hobo, sopravvissuto alle stagioni, alle guerre, alla beat generation, ai wasp, ai nerd, alle torri gemelle, a tutta la retorica benpensante.

Per scelta, arrivo da chissà dove e vado chissà dove.

Lavoro quando posso e faccio ciò che devo, senza lamenti.

Non elemosino, mai. Suono.

Suono quando ne ho voglia, dove voglio. Solo se devo, mi faccio pagare.

E’ vero però pure il contrario: ripago con la musica chi vuol essere gentile con me.

In cambio di un posto letto e di un bagno pulito, di un passaggio motorizzato o di qualche dritta, suono la mia vecchia Silvertone (regalo di una donna che mi amava ma che non imparai ad amare).

Se mi riempite la pancia con la zuppa del giorno e una Bud a temperatura giusta, suono per voi qualche canzone.

Musica scelta tra quelle che porto nel mio cuore, non quelle che volete voi; non faccio il juke box vivente.

Prendere o lasciare. Se lasciate ci perdete voi ma non è detto che io ci guadagni, semplicemente non sono un juke box.

Comunque dove eravamo? Ah sì, mi ritrovai ad Alliance, West Nebraska, il 10 aprile.

Postaccio infame aggravato anche da quella specie di Stonehenge di denuncia del sogno americano.

Il fattorino UPS mi ci lasciò praticamente di fronte, indicandomi la strada principale che mi avrebbe portato in città.

Ero lì, zaino in terra e chitarra appoggiata, che guardavo queste vecchie Cadillac verniciate di grigio e cercavo di capire se ciò che osservavo mi piacesse oppure no.

Da dietro una di loro mi venne incontro un nativo americano. Un Pawnee? Uno dei pochi ancora in circolazione? Avevo letto che ne sopravvivono 3000 in tutto lo Stato; se ne stanno nella Contea, a 440 miglia da qui.

Comunque, veniva verso di me ciondolante e bonariamente alterato. Mi chiese cosa ci facessi lì, allo Carhenge.

Gli risposi che molto probabilmente stavo facendo quello che faceva lui: tirare sera. La differenza stava solo nel quantitativo di birra già pisciato.

Mi chiese perché avessi una chitarra. Mi chiesi se fosse stupido. Tirai fuori la Silvertone dalla custodia e glielo spiegai a suon di note.

“…Well there she sits buddy just a-gleaming in the sun
There to greet a working man when his day is done
I’m gonna pack my pa and I’m gonna pack my aunt
I’m gonna take them down to the Cadillac ranch…”

Canzone di Springsteen che mi pareva pure azzeccata.

Mi ascoltò ritmando il riff con la testa. Mi chiese il nome: Dennis. Gli chiesi il nome: Jace.

Il mio viso deve avere espresso tutta la mia delusione perché immediatamente specificò che, in una  ipotetica terra indiana, si sarebbe chiamato Volpe Grigia.

Sorrisi… Sorrise.

Mi disse che i suoi bisnonni sapevano ancora cantare in lingua Caddoan. Ecco, questo era interessante.

Gli chiesi se si ricordasse qualcosa a sua volta, una strofa… bastava un accenno e avrei trovato il modo di riprodurla.

Il Pawnee iniziò una cantilena che diceva più o meno così:

Comincia la primavera. Sento i profumi diversi delle erbe bianche usate nella danza”

Accennò anche a qualche passo di danza. I suoi movimenti fluidi ed elastici lo facevano assomigliare a un rapace che avrebbe potuto librarsi in volo, se avesse voluto.

Le parole invitavano alla bella stagione, un augurio affinché arrivasse presto. Purtroppo non si ricordava altro.

Danzava al suono di parole che non pronunciava, danzava attraverso un ricordo ancestrale, evocava qualcosa che non sarebbe stato più.

Mi incuriosii e provai a strimpellare qualcosa di molto ritmato che potesse aiutarlo, anche se le chitarre non sono lo strumento adatto per questo genere di suoni.

Eravamo due metafore del sogno americano infranto, che se ne stavano ai piedi di un monumento al Fordismo.

Comunque suonavo… pochi accordi ripetuti e graffianti. Jace ballava.

Le auto ci stavano ad ascoltare, costrette nel loro grigiume morto.

Magari era davvero un’opera d’arte che avrebbe dovuto attirare qualche redneck fino a questo buco di culo di posto?

Non era un mio problema e decisi di non pensarci.

Con la Silvertone riproducevo il ritmo che i suoi piedi mi impartivano ma le parole erano sempre le stesse.

Comincia la primavera. Sento i profumi diversi delle erbe bianche usate nella danza”

Dopo qualche minuto smise di danzare ed io fermai le dita.

Gli chiesi se conoscesse un posto economico per dormire e mangiare qualcosa e lo invitai a bere con me.

Volevo fermarmi qualche giorno o anche di più se avessi trovato come rimediare qualche pezzo da 50$.

Mi indicò il nome di un Motel, in Cody Avenue, a dieci minuti di macchina o mezz’ora di cammino.

Optai per la mezz’ora.

Gli proposi di sforzarsi a ricordare qualcosa di più in lingua Caddoan, di rivederci il giorno dopo per provare a ridare vita ad un canto antico del popolo Pawnee.

Hiya – Sì

Rispose che era giunto il tempo per lui di andare lontano, motivo per il quale non poteva bere con me né ospitarmi, ma che lo avrei ritrovato al Carhenge il giorno dopo, poco prima del calar del sole.

Toksà Akhè.

Arrivederci.

Arrivai al Motel. Cenai con un sandwich e un paio di Bud sputati da un distributore automatico sorpreso di percepire una presenza umana.

Mi sentivo stanco ma suonai per il silenzio un paio di canzoni.

Hard Traveling di Woody Guthrie.
….I’ve been hittin’ some hard harvestin’, I thought you knowed
North Dakota to Kansas City, way down the road
Cuttin’ that wheat, stackin’ that hay and I’m tryin’ make ’bout a dollar a day
And I’ve been havin’ some hard travelin’, Lord….

Beautiful Nebraska, come omaggio al padrone di casa.
…Beautiful Nebraska, as you look around, you will find a rainbow reaching to the ground.
all these wonders by the Master’s hand, Beautiful Nebraskaland…

Chiusi gli occhi abbracciato alla Silvertone. Non era una gran chitarra, ma faceva il suo dovere.

Il giorno dopo girovagai nei dintorni di Cody Avenue. Trovai una caffetteria, scambiai due parole con un benzinaio che mi informò di un festival di Buskers che si sarebbe tenuto non lontano da lì, in un paio di settimane. Attesi il calar del sole.

All’ora stabilita ero al Carhenge, che mi pareva ancora più incomprensibile. Jace sbucò da dietro un’auto. Indossava dei pantaloni in pelle color marrone chiaro, una camicia dello stesso colore ma con frange nere, mocassini morbidi e un gilet molto colorato, quasi festoso.

Io non mi ero cambiato neppure le calze.

Ci salutammo stappando un paio di birre che avevo comprato in Cody Avenue.

Mi disse che non era riuscito a ricordare il testo di quel canto di primavera, però si ricordava una leggenda che i suoi bisnonni tramandarono fino a lui.

Era la storia dell’Uomo che andò nella Terra dello Spirito.

Mi sedetti, appoggiai chitarra e schiena contro una delle auto conficcate nella sabbia, incrociai le gambe e lo invitai a parlare.

Jace-Volpe Grigia iniziò:
“Un giovane uomo viveva in un villaggio dove c’era una ragazza. Egli amava la ragazza, ma non avrebbe potuto ottenerla, poiché era povero. Decise che sarebbe diventato ricco in modo da poterla sposare. Andò sul sentiero di guerra con altri due o tre giovani uomini e catturarono molti pony, che portarono al villaggio. Quando i pony furono divisi, il giovane uomo scelse un piccolo pony bruno, che si mostrò essere un buon corridore. Quando cavalcò il pony, fu in grado di accerchiare e uccidere un bufalo. Andò nuovamente sul sentiero di guerra insieme a molti altri giovani. Trovarono un nemico e lo uccisero. Il giovane uomo si mostrò audace. Tornarono a casa e le donne danzarono in onore del giovane uomo. Il giovane uomo pensò allora che avrebbe potuto ottenere la ragazza. Chiese la sua mano e i suoi parenti le permisero di sposarla.
In pochi giorni la ragazza si ammalò e morì.
Fu seppellita. Il giovane uomo stava ogni notte attorno alla tomba a piangere.
Una notte qualcuno gli parlò: “Vuoi vedere tua moglie”? L’uomo rispose: “Sì”.
L’essere misterioso disse all’uomo che avrebbe potuto portarlo dov’era sua moglie, se fosse stato coraggioso. Il giovane uomo promise di essere coraggioso. L’essere misterioso disse: “Ti porterò, ma dovrai viaggiare da solo. Tu non mi vedrai, ma ti parlerò di quando in quando per farti sapere che sono con te”. Il giovane uomo si mise in cammino e viaggiò per molti giorni. Molte volte pensò che era stato matto ed era in procinto di tornare indietro, ma l’essere misterioso gli parlava: “Mantieni il tuo coraggio; continua ad andare avanti”.
Il giovane andò avanti.
Una notte egli pensò che i fantasmi erano su di lui e che erano sul suo cammino, ma proseguì sino a che vide un tepee luminoso. Il giovane uomo entrò e trovò una vecchia seduta al lato sud del tepee con salvia selvatica sparsa attorno. La donna chiese al giovane uomo perché fosse lì. Egli disse: “Mia moglie morì tempo fa; mi manca e la sto cercando”. La donna disse: “Il viaggio è duro, ma ti lascerò andare. Da qui alla Terra-dello-Spirito tutto è buio. Arriverai a un ruscello d’acqua nera. Dall’altra parte di questo ruscello d’acqua c’è un tronco. Se riesci a superare questo tronco entri nella Terra-dello-Spirito. Se manchi nel superarlo, morirai.
Ti darò ora queste palle di fango che devi portare con te.
Quando entri nella Terra-dello-Spirito gli spiriti staranno danzando e fra loro ci sarà tua moglie. Ti devi sedere e osservare la danza, ogni volta che tua moglie ti passerà vicina, devi gettarle una di queste palle di fango. La quarta palla con cui la colpirai le farà ricordare della sua gente ancora viva, e loro le ricorderanno di te. Lei saprà quindi che sei lì e verrà da te.
Quando arriverà da te, vai dalle palle di fango e raccoglile, poiché è per mezzo di quelle che tornerai al tuo paese”. La vecchia disse al giovane di iniziare, ma al suo ritorno avrebbe dovuto renderle visita.
Quando il giovane uomo lasciò il tepee, camminò sino a che raggiunse il tronco al di là del ruscello nero. Quando fece i passi sul tronco e trovò che era insicuro, qualcuno gli parlò e disse: “Mantieni il tuo coraggio”. Egli camminò sino a raggiungere la fine del tronco, quindi saltò giù.
Camminò sino ad arrivare al villaggio. Là, tutto era luce.
Uomini e donne stavano danzando girando in cerchio.
Fra i danzatori c’era sua moglie.
Quando lei si avvicinò, egli lanciò una della palle di fango e la colpì. Lei nuovamente gli si avvicinò e lui nuovamente la colpì. Nuovamente lei si avvicinò e di nuovo lui la colpì. La quarta volta lei si avvicinò e lui di nuovo la colpì. Lei lo guardò e venne da lui e volle sapere cosa stesse facendo.
Lei disse: “E’ triste, ma non posso tornare con te”.
L’uomo la supplicò: “Tu devi venire con me”.
Lei gli rispose di aspettare, poiché voleva andare al villaggio e raccogliere alcune delle sue cose. Ella tornò e stette con lui per un po’ di tempo.
Infine lei si incamminò con lui.
Tornarono indietro.
Attraversarono il tronco insieme. Camminarono sino a raggiungere il tepee dell’anziana donna. L’anziana diede loro qualcosa da mangiare e li tenne lì per un po’ di tempo.
Lei insegnò al giovane uomo una certa cerimonia nota come Danza dell’Alce.
Gli diede un fischietto e alcuni fagioli rossi. Spiegò che quando fosse tornato dalla sua gente, avrebbe dovuto dar loro da mangiare i fagioli rossi, in modo ch’essi avrebbero ricevuto il potere di comunicare con gli spiriti dei morti. Disse quindi al giovane di prendere le quattro palle con sé nel viaggio di ritorno a casa. Ogni volta che avessero avuto fame, avrebbero dovuto gettare via una delle palle: questa si sarebbe trasformata in un bufalo. “Quindi” – lei disse – “devi tagliare il bufalo e fare essiccare la carne al sole, in modo da poterla portare con te. Quando finisci la carne, devi gettare via la successiva palla di fango, questa si trasformerà in un bufalo e dovrai ucciderlo. Taglia la carne, seccala e portala con te. Farete così fino alla quarta palla ”.
Iniziarono il viaggio e fecero come l’anziana donna aveva detto loro di fare.
Con loro viaggiò l’essere misterioso, come aveva promesso.
Quando gettarono la quarta palla e uccisero l’ultimo bufalo, l’essere misterioso disse: “Ora ti devo lasciare. Ti ho portato alla Terra-dello-Spirito, hai tua moglie e anche la cerimonia.
Io sono il Vento.
Il tuo villaggio è ora a una corta distanza da qui”.
I due innamorati camminarono e finalmente raggiunsero la loro casa.
L’uomo e sua moglie-fantasma vissero felicemente per un po’ di tempo, ma quando il giovane uomo iniziò a ballare la danza dell’Alce, alle donne piacque così tanto che lo vollero sposare. La donna-fantasma aveva detto all’uomo che non voleva che lui avesse nulla a che fare con altre donne, ma quando lui le disobbedì, lei si ammalò e morì nuovamente.
Questa volta morì per sempre.
L’uomo pianse presso la sua tomba come aveva fatto in precedenza.
Il Vento tornò da lui e gli disse che non v’era possibilità di usare il suo pianto; che la donna era tornata da lui e che lui non l’aveva trattata nel giusto modo.
Il giovane uomo tornò al villaggio e insegnò ad alcuni amici guerrieri la sua cerimonia.
Dopo aver insegnato la danza e constatato che la sua cerimonia era ormai conosciuta, si allontanò e morì”.

Alla fine del racconto, Volpe Grigia si mise a danzare tra le auto e ogni tanto emetteva dei lamenti sincopati. Pensai che avrei dovuto aiutarlo, suonando qualcosa che potesse essere funzionale e somigliare alla Danza dell’Alce, forse?

No! Rispose come se avesse capito il mio pensiero: quella danza non avrebbe più avuto alcun senso, né le alci né i guerrieri esistevano più. Nessuno sarebbe più tornato.

Testardo, volli tentare ugualmente.

Le mie dita improvvisamente dissotterrarono il giro armonico perfetto. Le mie labbra iniziarono a pronunciare strofe che mai avevo cantato prima, in una lingua che non conoscevo.

“…Guerrieri del vento, cercheremo la libertà e per essa combatteremo!
Soffia vento, soffia!
Come sabbia, andremo dove il vento ci trascinerà!
Soffia vento, soffia!
 Il vento ci mostrerà la direzione, danzando andremo incontro al destino…
Soffia vento, soffia!
Saremo leggeri come piume di aquila e audaci come i nostri antenati…”

La musica divenne leggera come l’aria, gli accordi erano nuvole.

Volpe Grigia piegò la testa come per ascoltare meglio e iniziò a ballare una nuova ma istintiva cerimonia: la Danza del Vento.

Volpe Grigia adesso volteggiava in una danza energica; sorretto dalle correnti ascensionali che evocavo con il suono, aveva preso il volo davvero!

Il gilet sbottonato creava armonie di colore alla luce del crepuscolo.

Le strofe uscivano potenti. A tratti la voce mi risultava distorta dallo sforzo inusuale di pronunciare, cantando, parole incomprensibili ma, come il vento si calma solo per riprendere potenza, anch’io rallentavo il ritmo e abbassavo il tono quando iniziavo a perdere il controllo, poi la voce riprendeva limpida e stabile.

Quando rallentavo e riducevo la voce ad un bisbiglio,Volpe Grigia si rannicchiava ondeggiando e abbracciandosi quasi a voler trattenere il vento tra le pieghe del gilet. Quando riprendevo il ritmo e cantavo in trance, il Pawnee si rialzava e volteggiava a braccia aperte, ora su un piede, ora sull’altro.

Non so per quanto tempo continuammo così. Era buio pesto.

Volpe Grigia pian piano si fermò, esausto. Si sedette con le braccia incrociate e le gambe distese. I suoi occhi guardavano lontano verso un orizzonte perduto.

Io sfumai in un ultima armonia, fino ad interrompermi a mia volta.

Stavamo seduti uno di fronte all’altro, appoggiati alle auto.

Chiusi gli occhi. Il sonno venne a prendermi.

Sognai uomini e donne indiani che ballavano la nostra Danza del Vento al suono percussivo di tamburi nella Terra dello Spirito. Stavo in bilico sul tronco del ruscello nero senza decidermi se proseguire o tornare. Avevo paura di cadere nelle acque nere della terra del nulla.

Vedevo la donna che mi regalò la Silvertone vestita da vecchia Pawnee, ammiccare e sorridere con occhi di fuoco. Il suono dei tamburi si tramutava nel suono della mia chitarra ma le sei corde si pizzicavano da sole: non c’erano le mie dita!

Mi svegliai d’improvviso e spaventato, cercando le mie mani.

Il sole era già alto. Volpe Grigia non c’era più.

Iniziai a pensare di avere fantasticato tutto: a volte le sbronze sono davvero le migliori amiche dell’immaginazione.

Mi rialzai, chiusi la Silvertone nella custodia e mi scrollai la sabbia dai jeans, pronto a riprendere il cammino.

Lo vidi all’ultimo momento, nella sabbia mezzo sepolto… il gilet.

Lo raccolsi.

Mi convinsi che rappresentasse gli spiriti di tutti coloro che avevano ballato la Danza del Vento con noi, tramite il corpo di Volpe Grigia e attraverso le mie note.

Come il vento, se n’erano andati esattamente dove va la musica quando è stata suonata.

Non mi rimaneva che andarmene, proseguire il mio futuro.

Salii sul primo pick-up truck che mi diede un passaggio, destinazione Sioux Falls, almeno sei ore di viaggio. Andavo al festival di musicisti da strada dove avrei potuto suonare.

Improvvisamente mi resi conto che non ricordavo alcuna nota, alcun accordo, alcuna strofa della Cerimonia! Il vento si era ripreso ciò che doveva rimanere suo.

Il contadino che mi stava portando a Sioux Falls vide il gilet che avevo indossato.

“Ehi man, questo gilet è particolare! Dove lo hai preso?”

“Nella Terra dello Spirito”                                                                                                                                                                                       

(La leggenda è tratta da: George A. Dorsey, 1906, The Pawnee mythology. Part I, Carnegie Institution, Washington, pp. 411-413)

 

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