La solitudine dei grandi

di Alessandro Gogna

In alto, sul promontorio di boschi e di rupi che divide la Valle di San Lucano, proprio a picco su Col di Pra e molto difficile da raggiungere è la Grotta di San Lucano. Pare che il santo abbia a lungo abitato lassù in meditazione e in preghiera. Egli era stato vescovo prima di Belluno quindi di Bressanone poi, per aver permesso ai suoi fedeli in Quaresima di cibarsi di latticini in un periodo di grande carestia, fu costretto a un lungo viaggio a Roma per discolparsi di fronte al papa Celestino I. A Roma arrivò in sella a un orso che gli aveva mangiato il cavallo e recando in dono al pontefice uno stormo di pernici. Il papa riconobbe la santità del vescovo e quando questi poté tornare a Bressanone era ormai da tutti considerato santo. Ugualmente però egli scelse l’eremitaggio e andò proprio in quella Val Serpentina dove gli abitanti erano terrorizzati dai troppi serpenti. Il santo, che dei rettili non aveva paura ed era anzi amico, un giorno li precipitò tutti in una fessura da lui aperta nella roccia, facendo così felici i valligiani. La leggenda continua nel tempo con l’episodio di Vazza, una donna assai pia di Listolade: San Lucano la portò con sé alla grotta ma prima, per convincere tutti delle sue intenzioni assolutamente religiose, impresse tre dita nella roccia per scacciare il demonio tentatore. Vazza dunque lo seguì e il Santo fece scaturire per lei nei pressi della grotta una fonte. In tarda età i due si trasferirono in una cella più o meno dove oggi sorge la chiesetta di S. Lucano e ivi morirono a distanza di un anno uno dall’altro.

San Lucano

Lo Spiz di Lagunàz è una cima nascosta dietro alla grandiosa parata delle Pale di San Lucano: l’accesso a questa montagna è problematico da ogni lato. Sul versante ovest, il più apparentemente inaccessibile, un diedro di 800 metri scende diritto e regolare dalla vetta e affonda le sue radici nel Boràl di Lagunàz, un tetro canalone affondato tra pareti spaventose che scarica le sue acque in una parete viscida e strapiombante di alcune centinaia di metri. Mai architettura fu più perfetta e più sola. Fui tra i primi a notarla e di sicuro il primo a volerla salire. Ma, nel 1975, fui preceduto da Renato Casarotto e Piero Radin: furono loro a percorrere quella struttura dolomitica, imperiosamente superiore al Burél, alla Civetta, alla Marmolada, là dove appare come miraggio la solitudine dei grandi.

Pale di San Lucano da Cima Valtorta (nei pressi del Monte Agnèr)

Ottobre 1978, Alagna Valsesia: comincio a conoscere più da vicino Renato Casarotto, in occasione delle preselezioni al corso aspiranti guida. In seguito, metà dicembre, ci ritrovammo in riunione con Reinhold Messner per programmare una via nuova al K2, la Magic Line. Lì scoprii che anche Renato aveva paura di non superare la parte di corso relativa allo scialpinismo: in effetti le nostre tecniche di discesa erano ab­bastanza approssimative… Decidemmo di allenarci assieme, per non sfigurare al successivo e risolutorio corso di Bormio. Andammo così a Cour­mayeur qualche giorno a farci “sgrezzare” da Renzino Cosson e poi anche in Valle Stura di Demonte da un comune amico maestro di sci. Facendo dei bellissimi fuori pista nella neve fresca, nello stesso tempo ci esercitavamo a stare insieme, perché pensavamo che al K2 così tutto sarebbe sta­to più facile. Gli ultimi ritocchi alla preparazione e all’equi­paggiamento ce li demmo a Champoluc, in occasione delle ultime gite prima di Bormio. Una volta giunti là ebbi l’im­pressione che tutti pensassero a Casarotto come al primo della classe. Lui non faceva niente per esserlo, conscio com’era dei suoi limiti in quella specialità. Eppure l’impressione era quel­la. Sembrava che Renato divi­desse la vita in momenti normali (che gli interessavano poco) e in momenti veri: sciare bene per lui faceva parte dei primi. Ma quando si trattava di bivaccare fuori in un igloo e poi di battere pista in salita sulla neve fresca e con gli sci sulle spalle, Renato si trasformava completamente e tutti avevamo chiara idea del perché gli riuscisse così bene fare le grandi imprese. Chi è un po’ invidioso, chi vorrebbe ma non può, travisa facil­mente la discrezione naturale e la grande tena­cia, pensando che siano superbia ed eccessiva ambizione. Così tutti lo rispettavano, ma pochi capivano come Renato realmente fosse. Un grande solitario.

Il versante occidentale dello Spiz di Lagunàz è intagliato dallo splendido Diedro Casarotto.

Parlando con Messner prima di partire per la spedizione avevo a­vuto l’impressione che anche Reinhold fosse tentato di attribuire a Renato una parte di questi aspetti negativi di carattere. Sem­brava quasi che ne cercasse conferma da me, che lo conoscevo me­glio e che avrei fatto vita comune con lui per quasi tre mesi. Il rispetto che avevamo entrambi per l’imponente quanto cristallina attività alpinistica di Renato ci impedì di parlarne chia­ramente subito: e così al primo confronto importante le cose non si mise­ro bene: ancora scossi per la morte di un portatore, il 13 giugno 1979 ci trovammo nella tenda mensa del campo base a discutere per la prima volta se era il caso di insistere con il progetto Magic Line del K2. Nella sostanza ci trovammo d’accordo, e qui non è il caso di ricordarne le ragioni, di abbandonare quell’idea e di concentrarci sulla salita in stile semi-alpino dello Sperone A­bruzzi. Tutti d’accordo, meno Renato. Alla spedizione interessava il successo quasi sicuro, a Renato premeva il confronto con una grande idea, con una grande montagna molto più forte di noi. Sa­peva anche lui di non avere ancora quell’esperienza hima­layana per poter essere sicuro del suo sentire, ma se fosse stato per lui avremmo dovuto tutti partire a testa bassa per la Magic Line. Da quel momento iniziò il suo graduale autoescludersi dai nuovi o­biettivi della spedizione. Partecipò ai lavori, ma poi si dovette arrendere alla mancanza di motivazione interiore. Ricordo come dal campo 2 guardava con intensità quello che poi nel 1983 sa­rebbe diventato il suo sperone all’Anticima nord del Broad Peak. Sognava ad occhi aperti una salita solita­ria, senza nessuno con cui dover prendere delle decisioni in comune. Questo me lo con­fidò in una notte di bufera, ma io l’avevo già capito. I rapporti tra Reinhold e Renato si diradarono, anche se la cosa lì per lì passò quasi inosservata a causa di altri problemi più gravi tra Messner e Robert Schauer. Eppure al campo base la convi­venza proseguiva serena, il disaccordo non degenerò mai. Nei giorni di brutto tem­po Renato si preoccupava molto del suo essere in ordine, soprat­tutto curava i suoi capelli, terrorizzato com’era di essere sulla via di perderli.

K2 dal Campo Base. La Magic Line punta alla vetta tra ombra e sole

Al ritorno dal Pakistan, poche settimana dopo, ero con lui nella stessa stanza dell’Hôtel Bagni di Màsino, per il corso di ghiaccio e misto. Mi disse di volere a tutti i costi tornare al K2 per fare la Magic Line da solo, ma mi pregò di non dirlo a nessuno. Era chiaro che aveva riflettuto a lungo e che non condivideva minimamente le motivazioni alpinistiche di una qualun­que spedizione a più elementi. Reinhold invece mi mostrò in seguito dei ritagli di giornale di provincia in cui, secondo il giornalista, Renato dava tutta la colpa a Messner per il mancato successo sulla Magic Line. Ero amareg­giato, e sapevo che come al solito ba­sta dare un mignolo perché ti prendano tutto il braccio e Renato non era esperto di queste cose. Un mo­mento molto bello vissuto ancora assieme fu la salita della plac­ca di Nuova Dimensione in Val di Mello. Allora quella salita di pura aderenza su placca liscia di granito, senza alcuna protezio­ne valida per il capocordata e con soste dubbie, era considerata una realizzazione nuova e provocatoria dei Sassisti. Renato se la cavò egregia­mente, ma non fu una passeggiata. Ricordo come, a dieci metri da me che lo “assicuravo”, si dondolava sulle suole lisce delle EB, senza decidersi a fare l’ulteriore passo. E la mangiata di mirtilli che ci facemmo dopo Luna Nascente chiude le immagini serene: dopo non ebbi più modo di seguirlo così da vici­no nei grandi exploit, verso il tragico epilogo del suo de­stino solitario.

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