La doppia beffa in montagna

La neve è arrivata nei giorni del vaccino ma gli impianti sono chiusi. Impariamo a rispettare l’ambiente, il contatto con la terra ci dà forza.

La doppia beffa in montagna
(è il segnale che ci dà la natura)
di Deborah Compagnoni
(pubblicato su La Stampa del 29 dicembre 2020)

Finalmente la neve, i tetti imbiancati e il paesaggio fiabesco, come quando ero ragazzina. Il destino e l’universo ci hanno giocato uno scherzetto con le montagne pronte a ospitare gli sciatori e gli impianti chiusi. Una beffa? Sì, dal punto di vista economico, perché siamo stati privati della gioia e della bellezza delle nostre sciate sulle piste nel momento più magico dell’anno, le vacanze invernali. Ma dal punto di vista ambientale è stato un segnale chiaro e preciso.

Sono convinta che in questo anno difficile la natura – che io immagino come un essere vivente e piena di vitalità – abbia voluto darci una lezione. Attenti, l’uomo deve camminare al mio fianco. Non prevaricarmi. Madre Natura non cerca giri di parole, va dritta al punto.

Mi tornano in mente le pagine del libro di John Muir, naturalista, che ha scritto: «Andare in montagna è come tornare a casa». E per me lo è. Sono cresciuta amando e coltivando la passione per tutto ciò che è natura, assecondando i suoi tempi, i suoi capricci – come il meteo che ieri ha bloccato le gare di sci alpino – e raccogliendo i suoi frutti. Ciò che pensa Muir è un inno alla vita. E le sue parole riescono a comunicare l’entusiasmo, il rispetto e una visione autenticamente spirituale.

Nei suoi scritti lo sguardo del naturalista si combina con quello del poeta, dello scienziato e dello scrittore, riuscendo a toccare la mente e il cuore di chi ama la montagna. Siamo una comunità ormai globale e di conseguenza il più piccolo dei rioni deve essere progettato come un modello funzionale del mondo intero. Ma, a dispetto di quello che vuole imporci il virus, abbiamo imparato a vivere insieme, ad aiutarci e a sostenerci. E sappiamo stupirci prendendo energia proprio dal contatto con la terra, un gesto che aiuta anche a risanare l’anima. Ecco questa è la lezione che io mi porto dietro, la capacità di emozionarmi e l’entusiasmo che si rinnova ogni volta, quando trascorro ore in montagna ad arrampicare e camminare in estate e in inverno.

Avete notato? La neve è caduta negli stessi giorni in cui è arrivato il vaccino, come a volerci liberare dall’angoscia di quei giorni bui, terribili e complicati in cui ci siamo sentiti prigionieri. Una giornata che molti hanno atteso e sognato a lungo.

Proprio lui, il virus, mi ha impedito di organizzare la gara di sci con la mia associazione benefica Sciare per la vita. Quest’anno avevamo scelto di sostenere uno degli ultimi progetti del «Comitato Maria Letizia Verga» per lo studio e per la cura della leucemia del bambino, il progetto Sport Therapy che ha come obiettivo quello di contrastare, a livello osseo e muscolare, gli effetti delle cure chemioterapiche cui devono sottoporsi i piccoli malati di leucemia e linfomi in cura pressò il Centro di Monza.

La scienza ci aiuta e dobbiamo accogliere in modo positivo l’arrivo del vaccino. E anche nella pandemia ho fatto del mio meglio per non lasciare soli i medici e il personale sanitario che ci hanno assicurato assistenza continua.

E ora più che mai la natura ci insegna che dobbiamo fermarci a riflettere sull’importanza della lotta contro l’inquinamento. Pensiamoci, non dobbiamo più sbagliare. Perché avere la terra e non rovinarla è la più bella forma d’arte che si possa desiderare.

Deborah Compagnoni

Deborah Compagnoni, 50 anni, ex sciatrice cresciuta a Santa Caterina Valfurva, è la prima ad aver vinto una medaglia d’oro in tre diverse edizioni delle Olimpiadi invernali nella storia dello sci alpino. Nonostante alcuni seri infortuni, è la più vittoriosa sciatrice italiana di ogni epoca.

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