Incubo di una gita di mezz’estate

di Andrea Palazzi, pubblicato su Clean Outdoor Manifesto in data 27 ottobre 2020

 

Vorrei subito sottolineare una cosa. Non è un’atleta che sta parlando. Nemmeno un attivista. O uno story-teller. Mi piace pensare di essere unico nel mio genere ma allo stesso tempo parte di una comunità, e quindi molto simile a tante altre persone con cui sono entrato in contatto grazie agli sport outdoor. Credo che possa essere un pensiero condiviso da tanti, e questo andrebbe a confermare la mia ipotesi.

In realtà è da mesi che non so più chi o cosa sono.

In arrampicata ero “tirala più piccola”. In alpinismo ero “fai un passo oltre”. Sugli sci ero “come si usano questi cosi”. Credo come molti.

Ma una cosa la sapevo ed era che sicuramente non ero uno da endurance. Come fai a scegliere volontariamente di iniziare qualcosa e non finire finché i piedi non cambiano colore, forma, dimensione e il tuo corpo non ti chiede per pietà di smetterla? Come mi sarei mai potuto divertire – o cambiare in meglio come persona – se avessi dovuto tenere gli occhi fissi sui miei piedi che facevano avanti-indietro e la testa impegnata a tenere il ritmo per ore e ore? Non ha senso. Tutti quelli che mettono le scarpe, nuotano, sciano, camminano senza tregua andando contro gli stimoli del proprio corpo e i bisogni fisiologici – solo ora, dopo quattro mesi di devozione verso la corsa, sono venuto a conoscenza di mutande sporche, vomito a metà discesa e vesciche grosse come palline da tennis – sono dei pazzi senza nulla da fare. Riesco a malapena a restare concentrato per venti secondi netti su qualcosa, figurati quattro ore. Spero come molti.

Poi sono tornato a vivere in città, sono stato costretto ad abbandonare arrampicata e alpinismo e il lockdown mi ha dato il colpo di grazia. Il 4 maggio 2020 hanno riaperto le gabbie e – guarda un po’ la vita – sono diventato uno da endurance.

Mi è sembrata un po’ una barzelletta. forse ecco la risposta alla mia domanda: cosa sono? una barzelletta.

Corsa in Dolomiti. Foto: Ilaria Occhipinti.

Mi sono ricreduto su questa risposta. Non mi piace ammetterlo, ma ci metto tanto ad imparare. Dopo novecento chilometri e trentamila metri di dislivello positivo ne ho passato di tempo con lo sguardo fisso sui piedi che facevano avanti-indietro. E mentre osservavo quel movimento basculante infinito, odioso, monotono e logorante, riuscivo a vedere tutto quello che mi circondava. Che prima non vedevo perché preso a contare le cime col cappuccio di neve o a cercare il chiodo in via. Un fazzoletto, poi c’era un mozzicone – anche da fumatore non posso che provare pena per chi lascia le cicche di sigaretta incastrate nella roccia dopo averle spente -, poi degli escrementi di cane messi con cura nel sacchetto di plastica e lasciati di fianco al sentiero. Poi la vera montagna mi ha chiamato e ho passato tutto agosto a fare turismo mordi-e-fuggi sul Monte Rosa. Immagino come molti.

Tutti i chilometri macinati mi avevano regalato una capacità aerobica importante. Una mattina, arrivato col mio socio Fabio troppo in anticipo ad un bivacco a quota 4167 metri, ho iniziato a sciogliere un pò di neve per un the. Prima di berlo ho dovuto filtrare con la mia maglietta le microplastiche che ci ho trovato dentro. Non come una cordata italiana, che forse più realistica di me, aveva portato a quella quota una sacca per il filtraggio dell’acqua. quando sono rientrato in bivacco traumatizzato dalla scoperta, loro non è che lo fossero più di tanto. “Già, è per questo che abbiamo portato la sacca” hanno detto. Spero come pochi.

Negli stessi giorni un mio caro amico aveva dato vita, dalla sera alla mattina, ad un collettivo che si sarebbe ripromesso di organizzare giornate di raccolta dei rifiuti in dolomiti. Gli ho fatto i complimenti, ho ricondiviso l’iniziativa sul mio Instagram e sono tornato sul Monte Rosa. Bell’idea, ma dopo quello che avevo visto mi sentivo troppo piccolo. E poi volevo scalare, da egoista che sono. Come molti.

Neanche il tempo di elaborare la cosa e qualche giorno dopo, in un bivacco a 3800 metri, un alpinista per farsi spazio e trovare un giaciglio al coperto prende l’enorme sacco di immondizia aperto e stracolmo all’interno della capanna e lo sposta per tutta la notte sulla balconata, 200 metri a picco sul ghiacciaio.

Non so neanche se lo ha riportato all’interno quel sacco. So solo che qualche ora dopo si godeva l’arrampicata su quello gneiss rosso a 4.000 metri immerso in una natura così forte da poterlo uccidere allo stesso tempo così debole da poter essere uccisa.

Sono tornato a casa e ho raggiunto Gabri, il mio amico che raccoglie spazzatura in montagna. Nel frattempo si era organizzato con gli altri due fondatori e aveva avuto successo anche in Val di Mello e in Piccole Dolomiti, verso la pianura vicentina. Il weekend successivo – il quinto consecutivo – avevano organizzato un collecting day al Passo Pordoi, sopra Canazei. Non potevo mancare. Mitico. È da tre anni che frequento la zona, che osservo il turismo che impatta sempre di più sul territorio mentre le amministrazioni locali aprono un nuovo parcheggio a 2000 metri. Da arrampicatore tutto questo lo vedi, lo capisci, ma in fin dei conti siamo onesti, lo ignori.Hai quella tacca piccola da tirare che non può scapparti stavolta.

Questa volta però c’erano tutti i presupposti per redimersi e contribuire ad un solo scopo: sensibilizzare. Non si parla di recuperare un microonde guasto gettato nel bosco – si, è successo – ma di ricordare a chi incontri che non basta portare a casa il rifiuto che si produce. Non è più sostenibile. “Le possiamo lasciare un guanto e un sacchetto, e sulla strada della sua camminata, se trova un mozzicone o un pezzo di plastica, lo può raccogliere senza fatica. Poi può riportarci il sacchetto, per differenziare e smaltire quello che raccoglierete. Saremo qui ad aspettarvi.” ripete allo sfinimento ma col sorriso Elena, sorella di Gabri e co-fondatrice di Trashed Dolomites.

Se vedete un sacchetto blu pieno di immondizia in un posto così, c’è un raduno di Trashed Dolomites. Foto: Andrea Palazzi.

Il giorno precedente a quello della raccolta, quindi sabato, ci rendiamo conto che domenica troveremo enorme partecipazione da parte di amici e ragazzi che Gabri ed Elena hanno conosciuto durante le 20 estati passate a Canazei. Ma difficilmente avremmo trovato il tempo di ripercorrere il sentiero più frequentato, e probabilmente più intaccato dal passaggio di escursionisti o presunti tali: il sentiero che porta al Piz Boè 3152 m. Il percorso passa per la forcella del Sass Pordoi 2829 m, comodamente raggiungibile – in discesa – dall’arrivo della funivia, una cassa metallica posizionata qualche metro sopra la forcella, sulla vetta del Pordoi. Grazie ad essa, dal parcheggio si guadagnano velocemente 700 metri di dislivello per toccare la cima a 2950 m, per poi compiere una discesa e un lungo traverso verso la bellissima vetta del Piz Boè.

Con questo costante peso sulla schiena, quello della prestazione – che ora è peggiorato, e dall’arrampicata è traslato verso la corsa – decido che avrei potuto trovare un compromesso. Nel tempo in cui le mie due amiche con cui ero lì sarebbero salite in cima – si, senza prendere la funivia – io sarei potuto salire due volte e scenderne una. Prestazione. Pura prestazione. Il primo giro avrebbe dovuto essere il migliore, ma non l’ho detto a voce alta. Avevo in testa questa cosa del restare sotto l’ora di corsa per arrivare in cima la prima volta. Il resto non mi interessava, sarebbe stato solo allenamento. Sicuramente Re Kilian ci avrebbe messo un quarto del tempo, ma sarebbe stata una cosa personale, un FKT (Fastest Known Time) intimo.

Per me 4,3 km e 900 metri di dislivello positivo rimangono comunque una prova importante, non di endurance forse ma di potenza sicuramente. Ed era un tempo che ero pronto a prendermi, dopo tre mesi di corse infinite senza una base atletica, tecnica o una qualche abbozzata conoscenza del corpo umano, interrotti da un mese di alpinismo in quota e l’abbandono totale della corsa. Insomma una specie di resurrezione. Ero tornato a vivere a Milano. Avevo abbandonato un lavoro che era più di un’esperienza professionale. Mi ero lussato una spalla guadagnandomi un’operazione chirurgica senza sapere tempi e speranze di recupero. E come se non bastasse avevo dovuto abbandonare ciò che respiravo e mangiavo – l’arrampicata, la palestra, la fatica.

Il sentiero che porta alla forcella del Pordoi, con il suo ghiaione tutt’altro che facile da correre. A sx, tra le nuvole, la cima del Sass Pordoi. Il Piz Boè rimane ben oltre la coltre di nubi e la bastionata gialla al centro dell’immagine. Foto: Andrea Palazzi

Tornando a noi, ricordate quando all’inizio di questo pezzo avevo scritto che non riesco a restare concentrato per più di venti secondi? E’ esattamente quello che è successo. Dopo venti secondi di corsa, su un percorso breve e ripido, intravedo a qualche metro il primo fazzoletto gettato a terra, o forse caduto. Ci rifletto due secondi netti, mi avvicino, lo raccolgo e faticosamente lo inserisco in una delle tasche dei pantaloncini. “Avrei dovuto dirgliene quattro a quel ragazzo che ha lasciato il bidone dei rifiuti in balia del vento” mi ripeto. Continuo così fino in cima, collezionando qualunque tipo di rifiuto, anche sulle gradinate di secondo grado che percorrono i lati dei tratti attrezzati che portano alla cima, a mezzogiorno completamente intasati di persone più o meno in difficoltà.

Per tutto il percorso ringrazio chi mi fa i complimenti senza guardare, mi stima senza aiutarmi, mi incita restando fermo. E quante cose vorrei dirgli: che non farlo è disumano, che è il gesto minimo-sforzo-massimo-risultato migliore che esiste, oppure di tornare domani perchè saremo in tantissimi e, in fin dei conti, ci divertiremo.

In cima, prima di guardare l’orologio e fermare il tempo, mi rendo conto che forse è successo qualcosa: sono cambiato.

Il “bottino” dopo 3 ripetizioni dello stesso percorso. Foto: Ilaria Occhipinti.

P.S.

Ho fermato il cronometro a 1 ora, 3 minuti, 3 secondi.

Dopo mezz’ora di discesa, ho ripercorso il sentiero senza fermarmi e ho trovato nuovi fazzoletti, involucri di caramelle, mozziconi, pezzi di gomma, riempiendo nuovamente un’intera tasca dei miei pantaloncini da corsa.

In 2 ore e 40 minuti circa ho ripetuto tre volte il percorso e ho riempito tutte e cinque le tasche.

Per scendere di nuovo al Passo Pordoi, ho preso un’altra traccia e ho camminato insieme alle mie due amiche. In 5,7 km abbiamo riempito mezzo sacchetto della spesa.

La regione del Trentino si vanta di amministrare una rete sentieristica di 5.000 km nel solo territorio regionale delle Dolomiti. Sarebbero circa 500 sacchetti della spesa pieni solo considerando i sentieri.

Pubblicato il

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *