Il mese mirabile dei fratelli Masé-Dari

di Ledo Stefanini

Federico Masé-Dari, detto Fred, era del 1910, e il fratello Giorgio, aveva un anno in meno. La madre era nipote di Quintino Sella. Nel 1927 la famiglia Masé-Dari andò in villeggiatura a San Giovanni di Fassa. Il ragazzi, Fred e Giorgio avevano rispettivamente 17 e 16 anni e vennero affidati alla guida alpina Fedele Bernard (1896 – 1968) di Vigo. Fu lui a introdurre i due ragazzi all’alpinismo su roccia.

Due anni prima i ragazzi della Scuola di Monaco avevano portato in Dolomiti il VI grado. La Solleder alla Nord-ovest della Civetta era stata aperta nell’estate del 1925. Ciò che i sestogradisti avevano cominciato a diffondere era un nuovo spirito alpinistico che, per analogia con la letteratura, potremmo chiamare “poetica dell’estremo”.

La prima edizione di Jungborn (Fontana di giovinezza) di Eugenio Guido Lammer, che potremmo considerare il più lucido interprete di questa corrente di pensiero, era uscita a Vienna nel 1922, ma non ancora nella versione italiana (1932). Tuttavia, l’opera era già nota in Italia dalla metà degli anni ’20, grazie alle recensioni e alle traduzioni che Pino Prati pubblicava sulla Rivista Mensile del CAI a partire da 1925. Sul fascicolo di febbraio di quell’anno, Prati ne presentò due brani tradotti da Zieger della SAT di Trento, che definisce «meravigliosi», i cui titoli già davano un’idea dello spirito di cui erano pervasi: “Nel crepaccio” e “Parole di un uomo senza vincoli”. Nel 1929 i due fratelli Masé-Dari fecero la conoscenza di Hans Steger (1907 – 1968). Questi, nativo di Monaco, era la personificazione del nuovo spirito che applicava arrampicando prevalentemente con la moglie Paula Wiesinger. Ai primi di agosto Fred si unì a Steger e a sua moglie per un tentativo sulla Est del Catinaccio. In effetti, sull’immensa parete le vie tracciate erano molte, a cominciare dalla Via antica di Dimai e Rizzi del 1896, o la trasversale di Piaz del 1899 fino alla classica “Kiene” del 1909. Vie bellissime, che hanno però il difetto di fare lunghe traversate per seguire i punti deboli della parete. Nel 1929 mancava ancora una “direttissima” che, in modo analogo alla Solleder alla Civetta, puntasse nella maniera più diritta possibile alla vetta. Ai primi di agosto ci fu un primo tentativo di Steger con la Paula e il giovane Fred. Percorsero la parte bassa che è anche quella che oppone le maggiori difficoltà, ma furono fermati dal maltempo. Passarono la notte su un terrazzino, sotto la pioggia, e al mattino si sarebbero ritirati se le corde (di canapa) non fossero state gonfie d’acqua e quindi inutilizzabili per le doppie. Andò in loro soccorso Tita Piaz, considerato il re del Catinaccio. Il Tita e il giovane Sigi Lechner di Merano, per la Ampferer raggiunsero la cresta settentrionale e cominciarono a scendere per la “Trasversale” che Piaz aveva aperto nel ’99. Alla fine li raggiunsero, portando ai tre, provati dal bivacco imprevisto, il conforto dei viveri e della possibilità di una uscita molto più facile. Da quell’esperienza nacque l’amicizia tra Fred e Lechner che indusse quest’ultimo ad aggregarsi al gruppo nel tentativo successivo del 26 e 27 agosto, che ebbe successo. Tutt’ora la guida del Catinaccio di Antonio Bernard avverte che “si tratta di una via lunga e complessa, da non prendersi sotto gamba” le cui difficoltà sono valutate TD+. Anche le guide attuali segnalano la possibilità di una ritirata lungo la via Piaz tra la decima e la dodicesima sosta.

I fratelli Masé-Dari negli anni Trenta (Giorgio a destra). Foto: cortesia del dott. Marco Masé-Dari, Mantova.

I giornali tedeschi parlarono diffusamente dell’impresa, che venne interpretata come espressione dei nuovo spirito “fascista” che aveva conquistato i giovani italiani. La cosa era del tutto fuori luogo; ma con qualche giustificazione; infatti, dal 1930 il CAI faceva parte del CONI e Presidente ne era diventato Augusto Turati, fino all’anno prima Segretario del Partito Nazionale Fascista. Fu proprio Turati a scrivere l’indirizzo di augurio per il nuovo corso:

La nuova «Rivista» segna una data importante nella storia del CAI: è, per essa, il soffio vivificatore del Fascismo che entra ed investe il saldo tronco nel quale vibra la passione di tutti gli alpinisti d’Italia. Questa corrente di giovinezza e di forza, questo maggiore spirito di coesione nazionale, accrescerà la potenza del Sodalizio, e — attraverso l’intera Penisola — susciterà sempre più viva la passione per le Alpi, le quali — tutte ormai riconsacrate dalla guerra e dalla Vittoria — sono divenute, plasticamente, il simbolo della Patria forte”.[1]

Infatti, quello del gennaio 1930 fu il primo numero della Rivista Mensile del CAI a recare in copertina il fascio littorio.

Frontespizio di copertina della Rivista Mensile del CAI, gennaio 1930.

Federico amava soprattutto ripetere le classiche, a differenza di Giorgio che aveva una particolare propensione ad aprire vie nuove, attività cui dedicava molto tempo e che non sempre era coronata da successo. O, quand’anche lo era, il percorso che ne derivava non lasciava prevederne un futuro, come la via alla Torre Marcia (di nome e di fatto), aperta l’11 agosto dai due fratelli con Alfredo Paluselli.

Catinaccio 2981 m
(Gruppo del Catinaccio)
Prima ascensione per via direttissima sulla parete est, 26 – 27 agosto 1929.
La parete est del Catinaccio è caratteristica per due grandi conche ghiaiose che si aprono ai lati della cima e dividono in tre settori la parte superiore della parete. Le vie di salita su questo versante sono molte, ma nessuna di esse raggiunge direttamente la cima, bensì terminano tutte nella conca di sinistra, meno la Trasversale Piaz 1899 e la via Deye-Peters 1928 (via che scala la parete nera sotto la conca), che terminano in quella di destra. Quasi tutte poi hanno itinerari molto complessi, a base di lunghe traversate: ne risultano tracciati molto irregolari. Queste vie, ad eccezione della Deye-Peters, non offrono speciali difficoltà. Rimaneva sulla parete est un problema interessantissimo, la scalata della parete sottostante alla cima, vincendo tutta l’altezza senza passare in nessuna delle due conche e mantenendo una linea di salita la più verticale possibile. In questo punto la parete ha la sua massima altezza : 7oo metri. Il terzo inferiore si presenta giallobiancastro, liscio, strapiombante e solcato da strettissime fessure; il terzo medio è di roccia grigiastra più mossa e meno inclinata, e il terzo superiore di roccia gialla compatta con una specie di fessura leggermente obliqua verso destra, che lo percorre tutto.

Noi abbiamo compiuto l’ascensione di detta parete e crediamo che il problema suesposto sia ora risolto con questa nostra via, che è realmente direttissima. Eccone la descrizione:
L’attacco (ometto) si trova pochissimi metri a sinistra del punto più basso delle rocce, pressoché sulla perpendicolare abbassata dal culmine della parete. Nella parete gialla, pochi metri sopra l’attacco, s’iniziano due vicine e strettissime fessure parallele. Dall’attacco, prima per facili rocce e poi per un canalino di roccia scura, si raggiunge l’inizio della fessura di sinistra. Per lo spigolo, friabile, del labbro sinistro della fessura, si sale su diritti per 30 m. fino ad un terrazzino (eccez. diff.). Dal terrazzino la fessura continua fortemente strapiombante. Superando uno strapiombo giallo, proprio sopra il terrazzino, e continuando per la fessura (eccez. diff.), si perviene ad un minuscolo ripiano. Si segue ancora la fessura per 25 m. (eccez. diff.), giungendo così ad un terrazzino abbastanza piccolo (su questo terrazzino, in un precedente tentativo fallito per il maltempo, eravamo in tre soli: Steger, Wiesinger, Masè Dari: bivaccammo immobili per 17 ore. Complessivamente siamo stati sulla parete circa 30 ore, e la pioggia ci costrinse a rinunciare a compiere tutta la salita : 13-14 agosto 1929). Da questo terrazzino, spostandosi leggermente a destra, si raggiunge la fessura di destra. Su per essa, stretta e con frequenti strapiombi fino ad un canale (tutto questo tratto, dall’attacco a qui, presenta continuamente difficoltà eccezionali e richiede grande resistenza). Si segue brevemente detto canale; quindi, utilizzando una rampa, si va leggermente obliqui a destra. Si perviene così ad una fessura con un masso incastrato. Si sale per questa fessura, che a mano a mano si allarga, per circa 150 m. (molto difficile), indi si esce sulla parete a destra della fessura e la si scala direttamente per circa altri 150 m., fino a che un muro grigio e liscio rende problematico il continuare. Allora si attraversa pochi metri verso sinistra (straord. diff.) fino ad una breve fessura che si scala. Quindi, per una serie di fessure, rampe, paretine — molto difficili e in parte friabili — si continua la salita obliquando a destra (si è qui nel terzo superiore e precisamente sul tratto di parete compreso fra le due conche). Bisogna mirare in questo tratto a un marcatissimo e largo camino, che termina in cresta. Superando da ultimo una difficilissima parete e un bianco strapiombo solcato da una fessurina (eccez. diff.). si raggiunge detto camino (quì abbiamo bivaccato nella notte dal 26 al 27 agosto). Si vince il camino per circa 30 m., indi fuori a sinistra su una larga cengia. Si segue questa cengia verso sinistra per pochi metri fino ad una fessura verticale e friabile. Su per essa ad un terrazzino (straord. diff.), donde per altre due fessure strapiombanti e difficilissime si perviene al termine della parete e a pochi passi dalla vetta.

Tempo: noi, compreso il bivacco (circa 9 ore), abbiamo impiegato 24 ore. Crediamo che il tempo normale sia di 10-12 ore.
Salita eccezionalmente difficile.
Hans Steger (Sez. Bolzano), Fred Masé-Dari (Sat- Sucai), Paula Wiesinger (Sez. Bolzano) e Sigi Lechner (sez. Merano) [2]

L’ambiente alpinistico mantovano era costituito da poche persone: i fratelli Masé-Dari, Piero Dallamano, Eugenio Tormene e Renato Ghirardini. Dallamano divenne un alpinista provetto, tanto da essere ammesso al Club Alpino Accademico e fu il riferimento obbligato per una generazione di alpinisti mantovani che si andò formando negli anni che precedettero la guerra. Una testimonianza dell’amicizia di questi ragazzi è rappresentata dalla via aperta il 17 agosto del 1933 sulla Sud del Gran Ciampanil de Murfreid. Di Ghirardini, i compagni di scalata ricordavano la sfrenata passione per la montagna, anche se non andò mai da primo di cordata. Per contro, come secondo era un compagno prezioso, perché instancabile nell’incoraggiare il suo primo : «Dai! Tentala! — diceva — … che aspetti?».[3]

Abbiamo già ricordato che Giorgio era caratterizzato da un’irrefrenabile tendenza ad aprire vie nuove, tanto che ne tentò un centinaio, riuscendo in una decina di casi, come la Est della Cima Wilma (con Ghirardini) e la Est della Cima di Ball (sempre con Ghirardini e Dallamano) nelle Pale di S. Martino. L’impresa più bella Giorgio Masé-Dari la compì con l’amico-guida Fedele Bernard sulla parete nord-ovest del Sass Pordoi, pochi giorni prima che il fratello partecipasse all’avventura della Steger al Catinaccio. La guida del Sella del CAI, a proposito della via Fedele, dice:
«L’itinerario si svolge al limite destro della grandiosa parete nera (il nero è dovuto alla presenza di acqua) incombente allo sbocco della Val Lasties, tenendosi ora a sinistra ora a destra di una vistosa colata nera per una logica successione di diedri e rampe. Bellissima scalata di media difficoltà, tra le più note e frequentate del Gruppo; la roccia è ottima e i chiodi occorrenti sono in posto, oltre a numerose clessidre. La salita è raccomandabile solo a stagione avanzata e con tempo asciutto, altrimenti alcuni tratti possono trasformarsi in vere e proprie cascate. Dal cengione è possibile interrompere la scalata e traversare a destra scendendo al Passo Pordoi; di solito si continua fino in vetta seguendo la parte finale dell’itinerario Dibona».[4]

Sasso Pordoi 2950 m
(Gruppo di Sella)
Via nuova sulla parete nord-ovest, 1 agosto 1929.
La prima ascensione di questa parete venne compiuta da Guido e Max Mayer di Vienna, con la guida Angelo Dibona ed Luigi Rizzi, l’8 agosto 1911. (Vedasi le Mitteilungen del D.Oe.A.V., 1911, pag. 104).

A destra, sulla parete nord-ovest del Sasso Pordoi, si scorgono due verticali strisce nere: tra queste si svolge la salita. L’attacco trovasi circa cinquanta metri a sinistra del punto più basso della parete. Si salgono direttamente circa settanta metri per rocce facili, fino ad un terrazzino (ometto costrutto all’inizio della suddetta striscia nera di sinistra), dal quale si prosegue obliquamente verso destra lungo una parete nera, per circa quindici metri fino ad un altro terrazzino (ometto). Si attraversa per pochi metri obliquamente verso destra fino ad una breve fessura strapiombante, superata la quale si raggiunge in breve un terrazzino, dal quale direttamente ad una rotonda macchia gialla sotto la quale si attraversa verso destra, fino ad una fessura nera che conduce ad una cengia (ometto). Dall’ometto, superando uno strapiombo e quindi salendo dritti per la parete, si raggiunge un’altra cengia che si segue verso destra fino ad una fessura nera lungo la quale si raggiunge la sommità d’uno spuntone situato sulla striscia nera di destra. Dallo spuntone diritti per circa sei metri, poi obliquamente verso sinistra per sessanta metri fino ad uno spuntone (ometto). Di nuovo diritti per una specie di canale bagnato, poi a destra ad una cengia che si percorre sino al suo termine cioè ad una nera fessura. Si sale per essa raggiungendo un’altra cengia, dalla quale si prosegue obliquamente verso sinistra per circa settanta metri (tenersi pochi metri sotto una gialla parete) fino ad un largo camino dal quale ha inizio la striscia nera di sinistra. Su per il camino per circa trenta metri fin dove si scorge sulla parete sinistra una fessura obliqua lungo la quale si sale per circa sei metri portandosi poi con una traversata orizzontale verso sinistra ad un camino. Per esso sino al suo termine, poi a destra, per breve parete al cengione, che si attraversa giungendo alla base di una fessura obliqua, da sinistra a destra, e lunga duecento metri, lungo la quale si perviene alla spianata della cima.
Arrampicata lunga e molto difficile, tempo ore 8-9. Altezza della parete m. 800. Giorgio Masé-Dari (S.A.T.-Sucai) e Fedele Bernard (sez. Bolzano). [5]

L’attività alpinistica dei due ragazzi Masé-Dari nel mese di agosto del 1929 ha dell’incredibile:
16 luglio: Punta Emma, parete sud-est, Giorgio con Bernard;
1 agosto: Parete nord-ovest del Sass Pordoi, Giorgio con Bernard;
7 agosto: Via Piaz-De Zulian, alla Nord del Catinaccio, seconda ascensione, Giorgio con Steger, Wiesinger, Bernard;
11 agosto: Torre Marcia, prima ascensione, Fred e Giorgio con Alfredo Paluselli;
26-27 agosto: Direttisima alla parete est del Catinaccio, Fred con Steger, Wiesinger, Sigi Lechner;
11 settembre, Torre Winkler da sud-ovest, Fred con Steger, Wiesinger e Paluselli;
stesso giorno, Punta Nord del Catinaccio, Giorgio con Renato Ghirardini.

La fine degli anni ’20 è alpinisticamente caratterizzata dalla transizione dell’alpinismo estremo dalle Occidentali alle Dolomiti e dal passaggio dall’alpinismo con guida, di impronta inglese, all’alpinismo senza guide, importato dalla cultura tedesca. A questo proposito, il rapporto tra Fred Masé-Dari e Hans Steger, che era più un appassionato di alpinismo che una guida in senso tradizionale, è particolarmente significativo. Come anche l’aspirazione di Giorgio alla personale apertura di nuove vie, che ha in qualche modo soddisfatto. Certo, questi due ragazzi hanno avuto la ventura di partecipare, più come compagni che come clienti, all’apertura di alcune delle vie di roccia più belle e famose delle Dolomiti: la “Fedele” al Sass Pordoi e la “Steger” al Catinaccio ed è un peccato che non tutti – neppure i mantovani – conoscano la provenienza dei due valorosi alpinisti che vi presero parte.

Note
[1] Turati, Augusto, «Presentazione», Rivista Mensile del CAI, gennaio 1930.
[2] Masé-Dari, Giorgio, «Nelle Dolomiti», Rivista Mensile del CAI, gennaio 1930, pp.40-42.
[3] Colli, Dante, «Alpinismo in Val di Fassa negli anni ‘30», Rivista Mensile del CAI, luglio-agosto 1993, pp. 46-51.
[4] Favaretto, Fabio – Zannini, Andrea, Gruppo di Sella, Club Alpino Italiano, Touring Club Italiano, 1991, p. 345.
[5] Masé-Dari, G., «Nelle Dolomiti», Rivista Mensile del CAI, gennaio 1930, pp.43-44.

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