I cento anni della FISI

La FISI ha spento 100 candeline
di Carlo Crovella

E così, anche la cara “vecchia” FISI ha tagliato il traguardo dei 100 anni.

La nascita ufficiale della FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) risale al 1920. In realtà il processo di nascita della Federazione è più articolato. Per comprenderlo appieno occorre risalire a Paolo Kind figlio del notissimo Adolfo, colui che è considerato l’ìnventore dello sci italiano.

Adolfo Kind, svizzero di origine ma residente a Torino, verso la fine dell’Ottocento si fece recapitare dalla Norvegia degli ski in legno di frassino . La narrazione ricorda che i primi passi con gli sci ai piedi si tennero nei salotti della borghesia subalpino, in particolare in quello del Villino Kind e nell’antistante giardino proprio a ridosso del Valentino: i primi “esperimenti” sono datati novembre 1896.

Il Villino Kind a Torino, scenario dei primissimi passi con gli ski.

Ben presto l’attività si spostò sul terreno. Dopo alcuni tentativi sulla collina torinese, allora sistematicamente innevata nel corso dell’inverno, il gruppo si spinse nella vallate alpine, creando un fenomeno sportivo destinato a lasciare traccia indelebile addirittura nell’intera società italiana.

Adolfo Kind fondò lo Ski Clkub Torino (1901), seguendo a stretto giro l’esempio di altre importanti città europee (Monaco di Baviera nel 1891, Grenoble nel 1896).

Salto dal trampolino in epoca pionieristica

Per uno scherzo del destino, Adolfo Kind rimase vittima di un incidente nel corso di un’ascensione estiva al Bernina (1907), senza i suoi amati ski. Il testimone “sciistico” e non solo fu raccolto dal figlio Paolo, il quale, oltre a subentrare come Presidente dello Ski Club Torino, fondò nel 1908 l’Unione Ski Club Italiani (USCI), ricoprendone la carica di presidente nel periodo 1908-1913.

Convegno Internazionale degli Ski Club, Adelboden, 1903. In piedi Paolo Kind che rappresentava lo Ski Club Torino. Foto: Archivio Ski Club Torino.

Nel 1920 l’USCI si trasformò nella Federazione Italiana dello sci, poi ridenominata (1933) Federazione Italiana Sport Invernali (FISI).

Questo rapidissimo excursus storico permette di focalizzare il concetto che la “base” della FISI è indiscutibilmente incentrata sullo sci, anche se l’attività federale abbraccia ormai tutti gli sport invernali. Vorrei concentrare però le mie considerazioni sul solo sci, senza con ciò dare l’impressione di disprezzare le altre discipline invernali.

Sul termine “abbracciare” si innescano infatti alcune valutazioni. Quali sport, ma soprattutto quali risvolti degli sport invernali confluiscono nell’attività federale?

Chi ha seguito con attenzione l’excursus storico sopra esposto ha notato che la prima versione istituzionale, quella del 1908, era rappresentata da un’associazioni fra Ski Club, ovvero si trattava dell’associazione delle associazioni di appassionati dello sci (anzi dello ski, per utilizzare il termine originario). In sintesi l’interesse di fondo dell’istituzione era collegare fra loro gli appassionati dell’arte dello sci, mentre lo sviluppo successivo (oltre ad allargarsi a tutti gli sport invernali) si è fondamentalmente concentrato sul sostengo all’attività agonistica in senso stretto.

Non che i pionieri dello sci non fossero anche loro stuzzicati dal confrontarsi nell’agone delle competizioni, come dimostrano le accese sfide fra Paolo Kind e i fratelli Smith (norvegesi) sul trampolino di Bardonecchia. Ma si trattava di un risvolto complementare, certamente affrontato con determinazione e grinta, senza però assurgere a diventare lo “scopo” prioritario delle sciate.

L’evoluzione della FISI, in particolare dal secondo dopo guerra in poi, è stata invece esplicitamente “agonistica”. Non voglio disprezzare per nulla questa attività, perché la FISI è stata l’incubatore istituzionale di numerosi e travolgenti successi agonistici. Limitandosi al solo sci, si va da Zeno Colò alla Valanga Azzurra, e poi a Tomba la Bomba.

Il trionfo di Pierino Gros nello slalom speciale olimpico di Innsbruck (1976)

Io appartengo a quella generazione che si piazzava davanti al televisore in bianco e nero per assistere in diretta alle discese dei vari Thoeni, Gros, Radici, Plank, Paolo De Chiesa e compagnia che lottavano come cavalieri senza macchia contro i forestieri (austriaci, svizzeri, francesi e poi Stenmark).

Epopea della Valanga Azzurra: I cinque italiani dominatori del gigante di Berchtesgaden (7 gennaio 1974): Piero Gros, Gustavo Thoeni, Erwin Stricker, Helmut Schmalz, Tino Pietrogiovanna.

Lo stesso palpito è riemerso circa dieci anni dopo a infiammare l’Italia grazie alle discese di Alberto Tomba, capace di interrompere la serata finale del Festival di Sanremo grazie alla sua vittoria olimpica in diretta (febbraio 1988).

Il trionfo di Alberto Tomba nello slalom speciale olimpico di Calgary (1988)

Neppure ai giorni nostri possiamo dichiararci insoddisfatti (anzi…), grazie agli alfieri del momento. E che dire della valanga rosa, cioè della nazionale femminile che si fa rispettare da decenni e che oggi regala medaglie olimpiche e vittoria nella Coppa del Mondo assoluta?

Federica Brignone

Non disprezzo l’approccio agonistico in quanto tale. Anzi penso che praticare un qualsiasi sport a livello agonistico (pur senza essere un campione) costituisca un tassello irrinunciabile nella costruzione della personalità di un individuo, specie se tale esperienza viene vissuta negli anni dell’adolescenze o della giovinezza.

Anche con obiettivi modesti in termini di risultati, doversi allenare sistematicamente insegna a programmarsi e a stringere i denti (quando non avresti voglia di allenarti, ma lo fai lo stesso…), mentre affrontare la tensione delle gare irrobustisce il carattere e la determinazione: sono abitudini che, se interiorizzate, restano per tutta la vita e caratterizzano l’approccio al lavoro, alla famiglia e alle scelte esistenziali. Nel mio piccolo ho vissuto alcune esperienze agonistiche (nuoto, scherma, canottaggio), proprio negli anni fra l’adolescenza e l’università, e sono molto contento delle tracce che hanno lasciato nel mio carattere. La caparbietà, la determinazione e lo volontà di raggiungere gli obiettivi sono state certamente corroborate da tali esperienze.

Tomba la Bomba va a vincere la medaglia d’oro in slalom gigante a Calgary, 1988

Nel caso dello sci mi salta però all’occhio un contrasto che io giudico insanabile. Lo sci è nato come arte o quanto meno come piacere (i francesi utilizzano il termine “loisir”): una vita sugli sci è una continua ricerca della curva perfetta. L’approccio amatoriale, che caratterizzava l’originaria associazione del 1908, è quindi inconciliabile con le esigenze agonistiche, quanto meno con le esigenze agonistiche “spinte”. Purtroppo dico io, ma è così. Nelle gare, cioè che conta è impiegare il minor tempo possibile, non ricercare l’estasi artistica della sciata.

Sono due approcci molto diversi, anzi addirittura opposti, non so neppure dire se uno stesso individuo possa coltivarli entrambi, specie se contemporaneamente.

A naso direi di no. Ne ho trovato la controprova in diversi riscontri in cui mi sono imbattuto nei mie oltre 50 anni di sci. Per esempio due mie colleghi di lavoro, circa 15-20 anni fa, partecipavano al circuito master: si tratta di gare amatoriali, per individui senza alcuna velleità di successi internazionali, persone che in genere dedicano solo il tempo libero ad allenarsi e a gareggiare. Attività assolutamente da ammirare. Tuttavia, osservandoli, notavo che per loro la cosa più importante non era più “sciare”, bensì rosicchiare quel mezzo secondo fra inizio e fine stagione (mezzo secondo fra dicembre e Pasqua: l’obiettivo di una stagione!). Soprattutto era diventato prioritario battere l’amico-rivale, magari di un centesimo, ma arrivargli davanti nella classifica. Insomma non vedevo più in loro il “piacere” dello sci, ma una specie di ossessione morbosa (quasi una droga) per il risultato prettamente agonistico, peraltro modesto in termini assoluti.

Questo risvolto è sempre stato completamente estraneo alla mia attività in montagna, in particolare con gli sci. Non so dire per quale motivo, ma è andata così: probabilmente non ho proprio il talento per gareggiare sugli sci. Per fortuna, dico io: infatti lo sci per me è sempre stato solo “piacere” puro, loisir senza confini, adrenalina per la sciata perfetta, ricerca della neve ideale e soprattutto “esplorazione”, in particolare del mondo innevato che è fiabesco per definizione. Non mi addentro oltre in questi concetti, perché ci allontanerebbero dalla FISI: la Federazione si occupa dello sci agonistico, dalle garette dei pulcini fino alle competizioni internazionali. Quello è il suo campo d’azione e bisogna rendere merito alle eccezionali capacità dei tecnici e dei dirigenti italiani che hanno operato in questi 100 anni.

Piero Gros e Mario Cotelli alla presentazione del libro di Cotelli sulla Valanga Azzurra: Monte dei Cappuccini (Torino), aprile 2017.

La controprova emerge dalla constatazione che gli sciatori esclusivamente amatoriali non sono iscritti alla FISI, ma rientrano in altre campi associativi (CAI e vari Sci club: lo Ski Club Torino è molto attivo anche ai giorni nostri): meglio così, perché c’è una netta distinzione fra le due tipologie di sciatori. Ci possono anche essere sconfinamenti fra le due attività, ma un conto è se uno sciatore amatoriale fa ”anche” qualche gare (di discesa o di scialpinismo), un altro è ipotizzare che lo sciatore agonista si possa “distrarre” dagli obiettivi delle competizioni. Forse tornerà a sciare per puro piacere solo a fine carriera.

Eppure anche io ho avuto a che fare con la FISI, pur non avendone mai sottoscritto l’adesione. Accadde più o meno nei mei anni delle scuole medie, quando iniziai piano piano a sciare per conto mio, sganciandomi progressivamente dall’alveo familiare.

Al tempo frequentavamo la nota località valsusina di Bardonecchia. Ad inizio degli anni Settanta, nel comprensorio del Colomion (alla cui base si trova Campo Smith, così chiamato in ricordo dei due fratelli norvegesi) inaugurarono una nuova pista e la chiamarono FISI 50, perché dedicata ai 50 anni della Federazione (1970). Era considerata una pista tecnica e tornare da una sua discesa garantiva (specie ad un ragazzetto come me) un’aura quasi leggendaria.

Bastava dire: “Ho fatto la FISI 50” e chiudevi la bocca a tutti.

Carlo Crovella sulla pista FISI 50 nel comprensorio del Colomion (Bardonecchia), metà anni ’70. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Ben altro sarebbe stato far davvero parte della FISI, allora come oggi, ma questo ancora non lo sapevo. Però già sulle gobbe di quella pista, a 13-14 anni, iniziai inconsciamente a rincorrere la curva perfetta. Non l’ho mai raggiunta, la curva veramente perfetta, e questo è stato il segreto per continuare a sciare per tutta la mia vita: una delle più grandi fortune che mi abbia regalato il destino.

Fisi, la festa dei 100 anni apre la stagione della neve
(Federica Brignone, la regina di Coppa del mondo: «Voglio vincere ancora»)
di Daniela Cotto
(pubblicato su La Stampa del 6 ottobre 2020)

Dal libro del Centenario al francobollo celebrativo, dalla presentazione della Fiera di Skipass ai Mondiali di Cortina: la federazione degli sport invernali festeggia i 100 anni, un lungo percorso fatto di sogni vittorie storie e grandi protagonisti dello sport. La sede scelta per l’occasione è la prestigiosa sede dell’Hangar Bicocca a Milano. Qui il presidente Flavio Roda ha presentato la stagione alle porte. Ma ad entrare nel dettaglio illustrando progetti allenamenti e obiettivi futuri sono loro, i campioni della neve.

Apre la regina della Coppa del mondo Federica Brignone, prima azzurra a vincere il trofeo che premia la più costante di un intero anno. «Sto bene, ho lavorato molto e l’obiettivo è vincere ancora – racconta l’azzurra – Soelden, la prima gara è il 17-18 ottobre, alle porte. Manca sempre troppo poco al primo appuntamento, ma mi presenterò in pista e darò il massimo. Questa è una gara a sé, staccata dalle altre ma anche non dovesse andare c’è l’opportunità di rimediare».

Gli allenamenti sui ghiacciai hanno dato ottimi risultati, le italiane sono cariche, come spiega Sofia Goggia: «Sfrutterò al meglio quello che abbiamo fatto. Ma è vero che per la prima gara non ci si sente mai pronte… A me è mancato il lavoro che di solito facevamo in Argentina ma si fa fuoco con la legna che si ha». Dominik Paris, 31 anni, capitano della velocità azzurra, ha recuperato dopo l’infortunio al ginocchio e il ricco palmares (una coppa di supergigante e due medaglie mondiali) gli regalano certezze anche in questo momento. «Sono tornato sugli sci e le sensazioni sono sempre le stesse, devo riprendere con calma».

Il presidente Roda, al timone di una corazzata che regala trionfi, spiega poi: «Stiamo preparando il protocollo sanitario, abbiamo iniziato a tracciare le linee guida in modo che i club possano essere in grado di seguire un protocollo adeguato. Inoltre, abbiamo inviato le mascherine ai club. Pensiamo di passare un messaggio che aiuti la ripresa e che aiuti a mantenere il contagio».

Dal 1920, quando venne fondata, ne ha fatto di strada la federazione. Oggi gli azzurri, dagli sciatori a Dorothea Wierer imperatrice del biathlon e alla snowboarder Michela Moioli, sono nelle prime posizioni delle classifiche. Tra pochi giorni parte la Coppa del mondo di sci alpino: sintonizzatevi.

 

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