Gli splendidi 40 anni della capanna Regina Margherita

La capanna Regina Margherita è stata realizzata a 4554 metri di quota sulla punta Gnifetti del massiccio del Monte Rosa. Le è stato dato il nome della Regina Margherita che vi salì la prima volta nell’agosto 1893. Dopo diversi rifacimenti, nel 1980 l’ultima ristrutturazione. Dispone di 70 posti letto e un centinaio a tavola. Per raggiungerla ci vogliono 5 ore di ascensione.

I 40 anni della nuova vita del «Regina Margherita», a 4554 metri sul Rosa
di Franco Brevini
(pubblicato su Corriere della Sera del 31 agosto 2020)

«Innanzi a questa grandezza di ghiacciai tace il dubbio misero, e la Fede si alza forte e vivace insino a Dio!». A incidere queste parole su una tavoletta di legno, servendosi di una punta arroventata, fu nientemeno che la Regina Margherita. Era l’agosto del 1893 e l’augusta sovrana era salita fino ai 4554 metri della Punta Gnifetti, una delle più alte del Monte Rosa, per inaugurare una vera meraviglia da esposizione universale: il rifugio più alto d’Europa, che avrebbe recato il suo nome.

Più volte rinnovata e ampliata, con un mese di eventi promossi dalla sezione del Club Alpino Italiano di Varallo Sesia, cui il CAI centrale ha affidato la gestione della struttura, la vertiginosa capanna-osservatorio festeggia in questi giorni i 40 anni della sua più recente ristrutturazione. Oggi la Margherita, che è aperta con servizio alberghiero per tutta l’estate, è una monumentale costruzione in legno di tre piani, coibentata con lana di vetro e rivestita di rame. Sotto i piedi di chi si affaccia dai suoi scenografici balconi, duemila metri di vuoto e intorno tutti i giganti della catena alpina. Ma all’interno dispone di 70 posti letto e di un centinaio di posti a tavola.

Una veduta dall’alto della capanna Regina Margherita, sul massiccio del Monte Rosa: è il rifugio più alto d’Europa, a 4554 metri di quota. Foto: Erica Avondo.

Arrivare quassù è un’ascensione di cinque ore, legati in cordata su ghiacciai molto crepacciati. Ma trascorrere una notte alla Margherita è un’esperienza indimenticabile. In una nottata di luglio vidi il tappeto lucente della pianura padana ricoprirsi lentamente di nubi e poi un temporale accendersi di bagliori, mentre in alto scintillavano infinite le stelle. L’aria rarefatta non rende facile il soggiorno e anche i custodi devono alternarsi periodicamente per tutelarsi da un eccessivo aumento dei globuli rossi.

Fino dall’Ottocento la Margherita è stata un laboratorio scientifico di prim’ordine, riconosciuta fra l’altro dal Consiglio internazionale delle Accademie di Londra e dall’Accademia delle scienze di Washington. Il nome della Margherita richiama immediatamente quello di Angelo Mosso, il pioniere della fisiologia moderna d’alta montagna: fondamentale il suo Fisiologia dell’uomo sulle Alpi, scritto avendo come cavie dieci alpini agli ordini di un medico militare.

«Per vent’anni i fisiologi svizzeri hanno svolto qui ricerche sul mal di montagna» spiega Annalisa Cogo, docente di Pneumologia, che ha spesso lavorato alla capanna. «Ma a partire dagli anni Ottanta la Commissione medica del CAI e diverse università, da Torino a Milano, da Heidelberg a Tubingen, da Colonia a Londra, si sono avvicendate in questi locali. Per studiare i meccanismi respiratori, vascolari, metabolici e renali alla base dell’acclimatazione, ma anche per estrarre carote di ghiaccio che ci danno preziose informazioni sulle variazioni climatiche, o per analizzare il trasporto degli inquinanti».

«Anche se sei un ricercatore e hai ben chiaro cosa accade a 4500 metri – ricorda Annalisa Cogo – qui alla Margherita ti dimentichi dove sei e magari sali le scale di corsa per recuperare un documento. Ma subito ti ritrovi senza fiato e devi applicare le tecniche che insegni ai pazienti: respiro lento, labbra socchiuse, uso del diaframma. Poi dai uno sguardo al saturimetro e scopri che hai dei valori che ti allarmerebbero immediatamente su un paziente al livello del mare. Ma ti dici: sono alla Margherita».

Capanna Margherita e i suoi splendidi 40 anni
di Carlo Crovella

Cara “vecchia” Capanna Margherita! L’ultima ristrutturazione ha compiuto 40 anni. In realtà per tutti gli alpinisti viventi, la Margherita c’è sempre stata, visto che la costruzione originaria risale al 1893. Anzi la Capanna fa tutt’unno con la montagna a tal punto che spesso si dice “Capanna Margherita” al posto di “Punta Gnifetti”, che è il toponimo corretto di quella vetta, di quel pezzo del Monte Rosa. Nella vulgata degli alpinisti meno raffinati, poi, la “Margherita” è considerata la vera vetta del Monte Rosa: chi ci arriva tornerà dicendo “ho fatto il Monte Rosa!”. Tutti errori, anche grossolani, ma sintomatici dell’importanza della Capanna Margherita nella cultura cosiddetta alpinistica. Di recente la Capanna ha iniziato a scricchiolare, nel senso letterale del termine. Per il ritiro dei ghiacciai e, più in generale, per i movimenti del terreno ad alta quota (tutte conseguenze, dirette o indirette, del riscaldamento globale), si sta “muovendo” la parete che precipita verso la Valsesia. Speriamo che siano solo assestamenti, ma il pericolo di un crollo o in ogni caso della possibile inagibilità è una spada di Damocle che pende su questa struttura. Chi è convinto sostenitore del ritorno a una montagna selvaggia e disantropizzata e aborre i nuovi rifugi e bivacchi, come qualsiasi altra espressione dell’invasione umana nella montagna incontaminata potrebbe salutare con piacere un eventuale crollo della Capanna Margherita. In realtà ci sono edifici, strutture, alpeggi, casermette e in particolari rifugi e bivacchi di lungo corso che ormai “fanno parte” delle nostre montagne e della loro storia. Il Monte Rosa senza la Margherita ad aspettarci lassù non sarebbe più lo stesso. Per questo occorre combattere per difendere i rifugi “storici”, rendendoli sempre più armonici con il territorio circostante. Sono invece i rifugi “nuovi” che vanno evitati con asprezza. La Capanna Margherita è un pezzo di montagna, o almeno un pezzo di storia della montagna, e come tale va insegnato ai giovani non solo a rispettarla, ma anche, se possibile, ad amarla.

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