Forcella del Duranno

di Andrea Favret, pubblicato su Ritorno alle origini in data 30 novembre 2018

 

Metà settembre, l’estate sta per concludersi ma le belle giornate non mancano. Il mio giorno libero ho voglia di riempirlo con una bella camminata (oltre a qualche tiro di corda nella falesia di Erto al pomeriggio con Max, ma questo è un altro discorso) però senza fare troppa strada, così la decisione sulla meta non tarda ad arrivare. Mi ritrovo al parcheggio di casera Mela con uno zaino più vuoto che pieno e comincio l’escursione.

L’inizio lungo la strada mi fa prendere ritmo e poi di colpo ecco il tratturo che scende un attimo fino al greto del torrente che scende da Nord. Attraversato prendo la salita seguendo i bolli bianco/rossi del sentiero CAI 374 che ora s’infila nel bosco.

Il fiume e il Duranno sullo sfondo. Foto: Andrea Favret

Tra questi faggi l’atmosfera è bellissima, magica. Benché salgo con un buon passo non posso non guardarmi attorno, alla ricerca di chissà cosa, forse un folletto. Certo, quest’ultimo non riesco a scorgerlo mentre magari lui m’osserva sorridendo, ma almeno riesco a gustarmi con gli occhi alcuni funghi di vario genere che spuntano qua e là di cui io naturalmente ignoro il nome.

Arrivo al rifugio Maniago in meno di un’ora. È chiuso anche se dentro qualcuno c’è ma fa un po’ il folletto. Pazienza. Bevo avidamente l’acqua della fontana e riparto guardando ora non più vicino ma distante, le cime e le pareti che mi sovrastano. Le forme grigie sfumate dallo scorrere delle piogge, dagli spigoli e dai diedri, dalle fessure e dai buchi fanno volare la fantasia, benché qui tutto il mondo verticale sia quasi ovunque instabile e aleatorio; le ghiaie alle basi lo ricordano fin troppo bene.

Poco prima dell’ultimo tratto per giungere alla forcella del Duranno posso ammirare una femmina di stambecco con il suo piccolo che pascolano vicini e senza troppi allarmismi per la mia presenza. Subito oltre m’accorgo di un giovane maschio che mi osserva dall’alto, quasi come una vedetta. Io proseguo il mio andare ed in poco eccomi arrivato alla mia meta.

Lo stambecco in vedetta. Foto: Andrea Favret

Inizialmente l’idea era di fare anche i pochi metri per giungere sulle cime Centenere, ma la voglia mi passa. Mi siedo su un sasso e comincio a guardare i magnifici Preti, non curante del vuoto che ho dietro. Sarà l’abitudine, un tempo non l’avrei mai fatto, benché il salto sia solo di una quindicina di metri. Comunque ci faccio caso solo quando voglio cambiare visuale per volgere lo sguardo a Ovest alla Palazza. Gusto come poche volte ogni istante di questa pausa.

Monte Palazza. Foto: Andrea Favret

Inizio la discesa ritornando sui miei passi. Rieccomi al rifugio ma non ho voglia di fermarmi. Ritorno nel sentiero che s’infila fra gli alberi ma a tratti me lo lascio ora a destra e ora a sinistra, camminando fuori traccia. Poi quando incrocio la strada decido per il seguirla. Compio così un tratto diverso da quello di salita, magari un po’ più lungo ma alla fine non noioso come immaginavo. Nemmeno me ne accorgo ed ecco spuntare casera Ferrera. La mia camminata è quasi finita.

Sogno ad occhi aperti. Foto: Andrea Favret.

Mattinata sublime, goduta fino all’ultimo metro.

 

 

 

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