La Via degli Dei e la responsabilità di chi cammina

di Lorenzo Garattoni
(pubblicato su The Outdoor Manifesto in data 7 agosto 2020)

La Via degli Dei è ormai un percorso piuttosto famoso nel panorama outdoor italiano. Ogni anno sempre più camminatori decidono di intraprendere questo trekking che attraversa l’Appennino collegando la città di Bologna con quella di Firenze. Un vero e proprio boom di partecipazioni e presenze che stanno contribuendo a dare una forte spinta economica ad un territorio, l’appennino tosco-emiliano, che nonostante sia stato al centro di investimenti eccezionali dal punto di vista infrastrutturale nel corso degli ultimi decenni, versa in uno stato di forte difficoltà sociale, economica e demografica.

Durante la Via, che ho percorso per la prima volta nel luglio 2020, alcuni cittadini delle frazioni e paesi attraversati, affermavano, non nascondendo una certa soddisfazione, che solo nel 2019 i pellegrini che hanno deciso di affrontare questo trekking sono stati più di diecimila.

Un’opportunità enorme per la valorizzazione dell’Appennino. Il rischio però di creare un flusso inconsapevole di persone che con il fiato corto e i portafogli gonfi decida che intraprendere questo trekking senza conoscere le dinamiche politiche e sociali che attraversano i luoghi che percorrono è altissimo. Un rischio che chi decide di praticare l’outdoor in maniera sostenibile e critica dovrebbe tenere in considerazione.

Penso sia quindi necessario essere consapevoli che i comuni attraversati dalla Via sono stati, e sono tutt’ora, al centro di numerosi scontri fra istituzioni, grandi aziende private e di stato, comitati locali di cittadini che combattono da anni una guerra più silenziata che silenziosa per la gestione e la tutela di un bene unico e preziosissimo, che spesso diamo per scontato: il Territorio e il suo ecosistema. Il viaggiatore dovrebbe essere a conoscenza del fatto che mentre con il fiato spezzato dalla fatica sale il sentiero che porta alla cima di Monte Adone, sotto i suoi piedi scorrono decine di km di gallerie ferroviarie dell’alta velocità che collegano, con un percorso di circa 80 km, 75 dei quali in galleria, Bologna con Firenze.

È importante che sappia che quest’opera è al centro di numerosi scontri per il suo costo esorbitante (circa 70 milioni di euro per km) e per la sua discutibile utilità vista la già presente linea direttissima Bologna-Firenze che aveva il difetto di impiegare circa 14 minuti in più per percorrere la tratta che oggi vede volare i Frecciarossa.

Mentre giunge a Passo Rosso e ammira la bellezza sconcertante degli orizzonti che solo l’appennino tosco emiliano riesce a regalare è giusto che si ricordi che i lavori per l’alta velocità hanno causato il prosciugamento di decine di torrenti e di fonti d’acqua, causando danni irreparabili all’ecosistema di quelle valli. Danni che in sede processuale sono stati valutati nell’ordine delle centinaia di milioni di euro.

Scorci della Via degli Dei. Foto: Lorenzo Garattoni

Quando con fatica sale fino a Monte Galletto e si ritrova di fronte ad un imponente impianto eolico con turbine alte più di sessanta metri, il camminatore dovrebbe chiedersi perché si è deciso di costruire una centrale così invasiva proprio su quel crinale. Scoprirà che esistono comitati di lotta per la difesa del territorio che hanno condotto studi sull’insostenibilità e inutilità energetica di impianti di quel tipo. Impianti che trasformano prepotentemente il territorio e l’ambiente che li circonda.

Non si tratta di decidere cosa è bello e che cosa no. […] Se rovinano un paesaggio (gli impianti eolici, nda) non è perché sono sgorbi in un quadretto idilliaco, ma perché annullano il senso dei luoghi (Wu Ming 2, Il sentiero degli Dei)”.

Superato il Passo della Futa e imboccato il sentiero che porta fino alla Valle del Mugello, in mezzo ai primi sprazzi di campagna toscana, il pellegrino potrebbe fermarsi a leggere i cartelli con i quali le numerose associazioni locali provano ad informare i viandanti sui rischi idrogeologici causati dai cantieri della famosa Variante di Valico che passa esattamente da quelle zone. Dovrebbe interessarsi dei crolli nelle gallerie, delle esondazioni, delle falde acquifere prosciugate, della cementificazione di enormi porzioni di un territorio in cui vivono comunità umane che neanche sono state interpellate o coinvolte prima che si iniziasse a intervenire in maniera così invadente su quell’ambiente.

Arrivare a Firenze è magnifico e va benissimo farsi le foto davanti al David in Piazza della Signoria, caricare qualche scatto su Instagram e correre a prendere un treno che ci riporti a casa, dopo aver affrontato un’avventura che sa di esotico e selvaggio, ma dai sapori e profumi nostrani.

Ricordiamoci però che sotto le nostre suole ci portiamo dietro pezzi di quel territorio che dopo che ce ne saremo andati rimarrà lì. Con le sue problematiche, contraddizioni, conflitti, disastri, opportunità e bellezze incredibili e delicatissime. Scegliere di fare un trekking non ci rende meno turisti di chi visita una città d’arte o di chi sceglie di spiaggiarsi in una affollata località di mare. Affrontare un cammino non dovrebbe essere solo una esperienza sportiva, meditativa individuale o da turisti naif.

Scorci della Via degli Dei. Foto: Lorenzo Garattoni

Quando attraversiamo un sentiero, una sterrata, superiamo un passo e guadiamo un torrente siamo partecipanti della vita di un territorio, un ecosistema naturale, politico e sociale che ha storia, conflitti, contraddizioni e caratteristiche uniche. Vale per i centri cittadini diventati parchi a tema per turisti e centrificati dai servizi di booking e dai negozi di souvenir. Deve valere a maggior ragione per una valle, un crinale, un bosco.

Per quanti decidono di essere viandanti e non solo piloti, non solo passeggeri (Wu Ming 2, Il sentiero degli Dei)”.

Dobbiamo sforzaci di pensare al territorio che attraversiamo come un bene pubblico da conoscere e poi difendere, alla stregua dell’acqua, dei servizi alla persona, della sanità, dell’istruzione. Scegliere di indossare un paio di scarponi invece che un paio di infradito non fa di noi degli ospiti meno superficiali. Come ci diceva Eugenio Turri “Ogni atto sul territorio è un atto politico”.

 

 

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