Toponeige Gran Paradiso, edizione italiana

La Toponeige Gran Paradiso, uscita in francese sul finire del 2018 per iniziativa della Casa editrice Volopress di Grenoble, è stata affiancata (proprio ad aprile 2020) dall’edizione italiana, grazie alla traduzione di Deborah Bionaz, valdostana di Lillaz, Cogne.

Toponeige Gran Paradiso, edizione italiana
Presentazione di Carlo Crovella
(pubblicata su caitorino.it/montievalli il 18 maggio 2020)

L’edizione italiana non può che aumentare l’importanza di un testo oggettivamente di rilievo per gli appassionati di scialpinismo. L’autore della Toponeige è Jean-Baptiste Mang, guida alpina di Chamonix e profondo conoscitore anche delle montagne valdostane.
La Toponeige si affianca a una florida letteratura sul Gran Paradiso: tuttavia aggiunge alcuni elementi peculiari, nella tradizione della casa editrice Volopress.
L’area descritta in questa Toponeige, posizionata sul versante valdostano del massiccio, si estende dalla Valle di La Thuille fino allo spartiacque fra Valle di Champorcher e Piemonte.

L’edizione italiana della Toponeige Gran Paradiso

In pratica l’area coinvolta non è altro che una componente di un importante triangolo orografico, i cui altri due elementi sono la Vanoise a ovest e le Alpi Graie piemontesi a sud-sud-est (Valle dell’Orco-Valchiusella-Valli di Lanzo-bassa Val di Susa versante sinistro orografico).
Il punto di giunzione delle tre componenti orografiche si incentra sulla vetta della Galisia, che assume lo stessa importanza geografica ricoperto dalla vetta dei Bans in Delfinato, dove appunto si saldano i tre diversi versanti degli Écrins: quello sud-orientale verso Briançon, quello sud-occidentale verso Gap e quello nord-occidentale verso Grenoble.

In entrambe le situazioni (Gran Paradiso e Delfinato) l’orientamento e il posizionamento geografico delle tre rispettive aree ne condizionano le caratteristiche nivo-climatiche e quindi la differente fruibilità a fini sciistici.
La presenza del Parco Nazionale del Gran Paradiso ha evitato il diffondersi di mega comprensori sciistici, lasciando molto spazio a disposizione dello scialpinismo. L’invasione di stazioni sciistiche è davvero marginale: si tratta di La Thuille, Pila e Champorcher (con l’aggiunta, qua e là, di piccoli skilift o qualche seggiovia).

Area analizzata dalla Toponeige Gran Paradiso

La natura di questo gruppo, con estesa presenza di ghiacciai (seppur anche loro sofferenti per i cambiamenti climatici), offre le condizioni ideali per uno scialpinismo di alta quota, con itinerari che richiedono spesso di sapersela cavare anche su difficoltà alpinistiche (magari con gli sci sullo zaino).
Buon senso e maturità di scelte devono sempre prevalere sulle spinte emotive e muscolari.

Tuttavia l’area del Gran Paradiso descritta nella Toponeige comprende anche molti itinerari che non raggiungono livelli di elevato impegno tecnico e atletico. E’ ovvio che la valutazione del rischio, momento dopo momento, resta sempre individuale.

Toponeige Volopress: esempio di scheda descrittiva

Scorrendo l’elenco delle gite descritte (spesso nella versione della boucle – anello in giornata – tanto cara ai francesi), ci si imbatte in proposte davvero inconsuete anche per vecchie volpi della montagna innevata.
Si tende, erroneamente, a pensare che la collezione delle Toponeige Volopress sia esclusivamente diretta agli appassionati di sci ripido. Tale convinzione deriva dal fatto che la Volopress ha elaborato a suo tempo una scala di gradazione degli itinerari in sci.
L’esigenza originaria era, forse, quella di poter gradare gli itinerari “ripidi” (cioè quelli che, per definizione, vanno oltre lo scialpinismo tradizionale), ma in realtà la Scala Volopress abbraccia tutte le tipologie di percorsi, estendendosi dal livello 1 (semplici passeggiatine) fino al massimo oggi raggiunto nelle Alpi, livello che si pone a cavallo del grado 5,5. L’attività dello scialpinismo tradizionale (BS-OS della storica scala Blachère) si colloca fra i gradi 2 e 3 della Scala Volopress.
Non mi addentro nelle tecnicalità che compongono la Scala (rinviando agli specifici capitoli che si trovano in ogni Toponeige Volopress), ma mi soffermo su alcune considerazioni tratte dalla Toponeige Gran Paradiso (per semplicità d’ora in avanti GPA).
A dispetto di quanto si possa pensare a prima vista, ingannati dalle alte quote e dalle numerose pareti glaciali del massiccio, la Toponeige GPA dimostra che il 62% degli itinerari descritti rientrano nei gradi 2 e 3 della Scala Volopress: si tratta quindi di itinerari di scialpinismo tradizionale.
L’abbondante afflusso antropico al massiccio comporta un’elevata frequentazione dei percorsi più conosciuti. Però ancora una volta ci viene in aiuto Mang, segnalandoci alcuni sottogruppi dove raramente si incontrano frotte di scialpinisti.
Di tali proposte, due mi hanno colpito in particolare. La prima riguarda il versante orientale del sottogruppo Entrelor-Taou Blanc: si tratta del versante che si affaccia sul Piano del Nivolet e su Pont Valsavarenche. Mentre il versante opposto, quello di Rhêmes, è arcinoto – sciisticamente parlando – e quindi molto battuto, questo lato lo è molto meno, anche se offre una serie di valloncelli paralleli che consentono di inanellare intriganti boucle.
Poiché l’accesso innevato dalla Valsavarenche al Piano del Nivolet può essere critico e non molto sciistico, si può estendere la boucle partendo da Rhêmes, scollinando sul lato orientale e risalendo in cresta per uno dei tanti valloncelli paralleli, al fine di tornare definitivamente su Rhêmes. Insomma si può sbizzarrire la fantasia senza timore di annoiarsi.

Il versante orientale del sottogruppo Entrelor – Taou Blanc. Foto: Jean-Baptiste Mang.

Un’altra proposta molto intrigante coinvolge il bivacco Borroz che si trova alla testata della Val Clavalité, dove sono possibili memorabili discese in sci anche a fine maggio-giugno. Tale bivacco costituisce la base per un “soggiorno a stella” (altra espressione cara agli scialpinisti francesi), cioè con gite tutt’intorno.

La testata della Val Clavalité con il bivacco Borroz cerchiato in rosso. Foto: Jean-Baptiste Mang.

Anziché risalire la lunghissima Val Clavalité, si può raggiungere il bivacco, tra l’altro molto accattivante, dalla Valle di Champorcher, scavalcando lo spartiacque in più punti, ipotesi che aggiunge altre opportunità sciistiche.

Il bivacco Borroz, vero nido d’aquile al cospetto della Tersiva. Foto: Jean-Baptiste Mang.

Il lettore attento si sarà accorto che non ho introdotto segnalazioni di sci ripido-sci estremo. Si tratta di una scelta voluta, poiché il taglio di questo mio intervento è finalizzato a descrivere le molteplici possibilità di scialpinismo tradizionale nel massiccio.
Tuttavia ciò non significa che, nel massiccio, non esistano canali e pareti adatte a discese di impegno e anche di “elevato impegno”: gli appassionati del settore troveranno nella Toponeige GPA abbondante pane per i loro denti.
Vorrei invece riportare il focus su un risvolto che, concettualmente parlando, è complementare rispetto allo scialpinismo prestazionale oggi in auge. L’approccio “mordi e fuggi”, che piace tanto ai giorni nostri, è indiscutibilmente quello che si sposa meglio con gli obiettivi di performance tecniche (es: discese ripide) e atletiche (grandi dislivelli in poco tempo).
Per l’approccio “mordi e fuggi” risulta molto funzionale la rete infrastrutturale, dove spiccano rifugi gestiti ottimamente, spesso di ampia capienza e in grado di offrire un servizio completo, quasi come se fossero hotel “stellati”: ciò permette di muoversi con zaini leggerissimi, favorendo il raggiungimento degli obiettivi tecnico-atletici di elevato livello.
Però rimane valido ancor oggi un modo di fare scialpinismo più “slow”, in cui ci si immerge (anche e soprattutto mentalmente) nei tempi della natura, anziché imporle i nostri tempi frenetici e convulsi.
Una delle esperienze che hanno caratterizzato la mia attività scialpinistica, specie in stagione “primaverile”, è stata la ricerca di itinerari che non necessariamente presupponessero l’appoggio a strutture gestite.
Nei decenni passati era abbastanza agevole pernottare (con il saccopiuma) nelle baite, che erano aperte ma non occupate perché riservate all’attività pastorale estiva. Oggi questa ipotesi logistica è praticamente impossibile, perché, negli anni, moltissime baite sono state ristrutturate dai proprietari e quindi sono (legittimamente) chiuse. Viceversa quelle non ristrutturate sono pressoché dei ruderi inservibili. E’ un peccato perché le gite con pernottamento in baita costituiscono un’esperienza molto formativa e insegnano a confrontarsi con una montagna non necessariamente difficile in termini tecnici, ma molto “pregnante” sul piano emotivo e caratteriale.

Grivola e Gran Paradiso visti dalla testata della Val di Rhêmes

Oggi alla carenza di baite utilizzabili si può ovviare con i pernottamenti in bivacchi o nei comparti invernali dei rifugi non custoditi. Il massiccio del Gran Paradiso è significativamente costellato da numerosi bivacchi, che sono spesso posizionati in luoghi strategici per le esigenze scialpinistiche. La Toponeige GPA fornisce numerosi spunti anche per chi è interessato a questo tipo di gite.
Il pernottamento in strutture non gestite ha una notevole importanza nella formazione scialpinistica di un tempo. E’ noto che nei decenni scorsi la Scuola della SUCAI raggiungeva numeri molto consistenti. Per questo motivo era spesso arduo appoggiarsi ai rifugi, ma la scelta del pernottamento in baita prescindeva dalla sole difficoltà logistiche: era una scelta di campo, per far vivere agli allievi anche quel tipo di esperienza.
Proprio riflettendo sull’importanza della Galisia come perno orografico delle tre sezioni del Gran Paradiso, mi è tornata in mente una delle mie prime scialpinistiche con pernottamento in baita, risalente alla seconda metà degli anni ’70.
L’intero Corso SUCAI dormì negli alpeggi di Thumel, in Val di Rhêmes, raggiungendo il giorno successivo la Galisia. Io ero un giovanissimo allievo (16 anni), inserito nel gruppo guidato da una “personalità” di spicco come Mario Grilli (di cui oggi è nota l’attività editoriale). In quel weekend Mario fu un prezioso riferimento per imparare a sapermi gestire in gite di ampio raggio (così risultava la Galisia per quello che ero io al tempo) dopo un pernottamento in baita e con pasti frugali ottenuti grazie al Camping Gaz.
Sono andato a scartabellare nei miei archivi e ho trovato la foto di vetta della Galisia: mio cognato Franco Tedeschi l’ha scattata con la mia sgangherata Polaroid.

Un giovanissimo Carlo Crovella in vetta alla Galisia, uscita Scuola SUCAI, aprile 1977. Foto: Archivio Carlo Crovella.

Oggi, nonostante l’ininterrotta attività scialpinistica in tutti questi decenni, mi ricordo perfettamente di quella giornata. L’episodio mi ha forgiato a dovere. Per formare gli scialpinisti attenti e preparati, ci vuole sicuramente la predisposizione degli allievi, ma ci vuole soprattutto l’esempio e l’amore per la didattica da parte di istruttori come Mario Grilli, uno dei tanti Maestri a cui ho attinto e che ringrazio con gratitudine.
L’esempio di istruttori di “peso” è fondamentale per assimilare fin da subito il concetto cardine per un’attività sana e sicura: come ricorda Gaston Rébuffat, in montagna l’entusiasmo deve costantemente andare a braccetto con la lucidità.
Questo deve essere il perno ideologico del nostro saperci muovere in montagna, proprio come la Galisia è il perno orografico su cui ruota un’ampia e variegata moltitudine di montagne.

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