Presentazione a “L’assassinio dell’impossibile”

di Matteo Bertolotti

L’assassinio dell’impossibile di Reinhold Messner, a cura di Luca Calvi e Alessandro Filippini, 2018, 256 pp., 13,5×21 cm, 49 foto a colori, 60 foto in bianco e nero, 24,90 Euro.                                                                                                                                          

La Rivista Mensile del CAI, nel numero di ottobre del 1968, pubblicò un articolo di Reinhold Messner dal titolo L’assassinio dell’impossibile. Poche pagine ma con contenuti a dir poco esplosivi. Fu un pezzo che lasciò il segno e che influenzò lo stile di arrampicata di numerosi alpinisti. In quell’anno Messner aveva aperto una via con difficoltà altissime, senza dubbio la più difficile della sua carriera: aveva superato, con il fratello Günther, il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc, in Dolomiti. Dall’altra parte dell’oceano, nel parco nazionale di Yosemite, Royal Robbins aveva lanciato un appello a favore del clean. Nel suo scritto, Messner condanna l’arrampicata artificiale. Solo 10 anni prima, sulla Cima Grande di Lavaredo, Dietrich Hasse e Lothar Brandler avevano aperto dal 6 all’11 luglio la Direttissima sulla parete nord. Hasse affermò: “Per noi i chiodi sono a pieno diritto ottimi sostituti di appigli e appoggi“. Sempre nel 1958, in Yosemite, venne salito il Nose, la prima via aperta su El Capitan. Warren Harding, Wayne Merry e George Whitmore stettero in parete 47 giorni. Messner, con questo scritto, sente il bisogno di porre un limite, riaffermare l’arrampicata libera e invita, qualora sia necessario a rinunciare alla salita.

Claudio Barbier, un alpinista belga tremendamente innamorato delle Dolomiti al punto di trascorrervi diversi mesi all’anno, resta folgorato dall’articolo e in particolare da questa frase: “L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità“. Il 26 settembre del 1969 con Almo Giambisi e Carlo Platter apre, sulla parete ovest del Lagazuoi Nord, una via in completa arrampicata libera, che supera con logica ed estrema eleganza l’aggettante parete. Il nuovo itinerario sarà battezzato provocatoriamente Via del Drago. Nel 2018, a 50 anni esatti dalla pubblicazione dell’articolo, Alessandro Filippini e Luca Calvi hanno coinvolto 42 alpinisti, tra i più forti del mondo, invitandoli a riflettere e discutere sui confini dell’alpinismo. Il libro è strutturato in quattro parti: la prima è dedicata a salite che hanno fatto la storia dell’alpinismo. Normalmente si è soliti attribuire il primo sesto grado delle Dolomiti alla via Solleder in Civetta, ma più corretto sarebbe evidenziare che lo stesso Solleder con Fritz Wiessner, un alpinista proveniente dall’Elbsandstein, aveva già superato questa difficoltà sulla parete nord della Forchetta , il 1 agosto del 1925. Nel 1932, sempre sulla Forchetta, Gian Battista Vinatzer apre una delle prime vie di settimo grado. Lo stesso Vinatzer supererà nuovamente questa difficoltà ripetendo con Raffaele Carlesso e in arrampicata libera la parete nord della Cima Grande di Lavaredo.
La seconda parte del libro, la più corposa, dà voce a 42 alpinisti provenienti da ogni area del mondo in cui si pratica alpinismo e ogni genere di arrampicata ai massimi Livelli e alla ricerca di sempre nuovi “impossibili” che consentano a tutti i conquistatori dell’inutile di trovare la propria avventura e di riconoscere i propri limiti per il gusto di poterli infrangere o ricreare, a piacimento. La terza parte pone in relazione l’alpinismo e la fisica mentre la quarta, scritta dallo stesso Messner, è a tutti gli effetti una conclusione dove, oltre a riaffermare che l’alpinismo di rinuncia permette all’arrampicata libera di rinascere in continuazione, invita le nuove generazioni a ricercare sfide in aree remote e sconosciute.

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