Montagne bizantine

Se vi piacciono le storie di Martin Mystère, la seconda incursione del “detective dell’impossibile” nostrano, Riccardo Petitti, nei più misteriosi anfratti della storia alpina, non potrà non affascinarvi. La prima incursione Annibale, sulle orme di Ercole, pubblicato nel 2000, aveva già fatto capire dal titolo come questo Autore non si faccia spaventare dalle ricerche di confine, anzi.

Presentazione al libro Montagne bizantine
di Daniele Pesce
(pubblicato su piemonteparchi.it il 5 marzo 2021)

Il volume Montagne bizantine di Riccardo Petitti è copiosissimo di osservazioni e deduzioni e cerca di investigare “l’area oscura” della storia italiana durante i primi decenni del confronto tra bizantini e longobardi (seconda metà del VI secolo). Area che se è oscura per l’Italia, per il Piemonte si fa oscurissima a causa dell’assoluta mancanza di fonti e rinvenimenti archeologici. Ecco che invece grazie alle ricerche toponomastiche, architettoniche e santologiche del Petitti, in realtà tutto sembra chiaro: i bizantini pullulano, basta volerli vedere.
Allora andiamo a vedere, con un po’ di spirito critico, però.

Innanzitutto riassumiamo quel poco che si sa.
VI secolo dopo Cristo, l’Italia è preda della guerra tra ostrogoti e bizantini… detta così sembra facile. In realtà guerreggiavano anche i Burgundi, alleati degli Ostrogoti, i Franchi contro tutti, i Sarmati, i Sassoni, i Turingi (poi stanziati a Torino) e i Longobardi alleati dei bizantini… fino alla battaglia dei Monti Lattari del 553 che decretò la fine del regno ostrogoto, ma non la fine delle operazioni: la guerra continua fino al 563 nei territori della “Liguria” (cioè Piemonte a nord del Po fino a Milano) e della “Venetia” contro Burgundi, Alamanni e Franchi. Dopo il 563 i bizantini potrebbero essere giunti fino ad Ivrea e alle chiuse ed essersi posti il problema della fortificazione del limes pedemontano ma nel 568 irrompono i Longobardi, questa volta ostili, e si ricomincia. Paolo Diacono, storico dei longobardi, non cita alcuna resistenza in tutta la “Liguria” che viene completamente occupata al più entro il 570. I bizantini, ora alleati dei Franchi, si arroccano sulla linea Stura-Tanaro-Po (distretto delle Alpes Cottiae- cioè il Piemonte meridionale da Susa a Bobbio) e fortificano una serie di piazzeforti quali Pollenzo, Alba, Acqui,Tortona. Intanto il goto filobizantino Sisige mantiene la Valle di Susa.

Petitti ipotizza però che ci sia stata invece una resistenza lungo il limes incentrata sulle piazzeforti più poderose, come Ivrea. Tuttavia la Descriptio Orbis Romani di Giorgio Ciprio, redatta intorno al 663, descrive la situazione dei castra ancora bizantini intorno al 574 e Ivrea non viene nominata. Il nuovo limes del Tanaro avrà vita breve e, a partire dal 600 circa (caduta di Tortona), dei bizantini in Piemonte non si sentirà più parlare fino all’arrivo dei Paleologi in Monferrato (1306). Ora, i bizantini avranno avuto il tempo di lasciare qualche traccia di sé? È lecito dubitarne.

Intanto l’esercito era formato da truppe mercenarie germaniche non certo da orientali di lingua greca. La lingua di comando era il latino, così come le competenze tecniche nelle costruzioni, tutte in possesso solo della componente locale romana. La situazione religiosa era effettivamente complicata, tra pagani, presenti sia tra i romani che tra i germanici, Goti e Longobardi in gran parte ariani e il clero norditaliano aderente allo scisma tricapitolino.

In questo caos il Petitti ha un metodo per muoversi disinvoltamente. Come esempio del suo metodo in toponomastica citiamo i luoghi con il nome “fossa” e derivati come Fosseret, ecc. Siccome in greco “fossato” significa campo militare, ecco spuntare lungo i crinali diversi acquartieramenti imperiali.

Poco sembra importare per il nostro detective che il latino fodere, scavare, abbia dato origine nei secoli a molti “fossae, fossatum” tutti con il senso più coerente di “terreno dissodato”.

Andiamo ora alle tracce architettoniche. Lungo gli stessi crinali, sono spesso presenti molte enigmatiche caseforti. La storiografia moderna le attribuisce all’iniziativa locale delle popolazioni latine-alpine che abbandonano i centri più soggetti alle scorrerie, lungo le strade di fondovalle, hanno costruito “castelli” in posizioni arroccate più difendibili con, a volte, raffinatezze costruttive senz’altro dovute alle abili maestranze locali.

Non per Petitti. Applicando anche qui un suo metodo basato sulla replicabilità di una unità di misura base detta “piede bizantino” (circa 30,5-31,5 cm) leggermente più lunga del piede romano classico(29,5 cm), egli riesce ad attribuire stili bizantini a chiese, torri e grange fortificate un po’ ovunque.

Ci limitiamo a ricordare che il piede bizantino era diffuso nei secoli alto medioevali, usato da chiunque volesse metter su pietra su pietra e lo sarà fino all’adozione del “piede di Liutprando”, circa 43,6 cm (VIII secolo). Va bene che la lunghezza conta, però… è chiaro a questo punto che per districarsi ci vorrebbe un santo. No problem.

Quanto a quelli in “Montagne bizantine” ce n’è a iosa. Tutti di origine orientale. Ora, se la toponomastica è scivolosa, l’architettura traballante, la santologia è perlomeno una vera trappola.
Come abbiamo tratteggiato qualche linea più in alto, il nord Italia era preda di pagani, eretici, scismatici. Insomma, per il Papa, una terra da riconvertire. Bisognava solo trovare i missionari.

L’occasione giusta si presenta all’inizio del secolo successivo quando l’espansione araba raggiunge i territori bizantini del Levante e dell’Egitto. Un gran numero di eremiti e monaci trovano allora rifugio in Occidente e vengono rapidamente ricollocati lungo le nostre valli, insieme alla devozione per tutti i martiri orientali. Inoltre i Longobardi fanno presto a convertirsi e ancora più in fretta ad adottare tutta la nuova santologia, un po’ come faranno in seguito i Savoia con i martiri della Legione Tebea… (Tebe era in Egitto).

In sintesi, a parte qualche difetto nel metodo, Montagne bizantine è senz’altro affascinante come un’avventura di Martin Mystère, raccomandato a tutti gli appassionati di storia locale e guide turistiche. Tra i pregi maggiori del volume troviamo la grande attenzione per un patrimonio definito minore che giace spesso dimenticato e ignorato ma che il ricchissimo apparato iconografico ci permette di apprezzare quasi in presenza.

Montagne Bizantine, Tracce del limes alpino in Valle d’Aosta, Canavese, Biellese e Valsesia – di Riccardo Petitti
Editrice Tipografia Baima–Ronchetti & C., 2020, pp. 284, 45,00 Euro

 

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