L’intersezione mancante

(riflessioni a margine della pubblicazione di due recenti guide sull’arrampicata in Toscana)
di Enrico Tomasin

La primavera 2020, vuota dal punto di vista alpinistico, ci regala invece due belle realizzazioni editoriali: la nuova edizione della classica guida Toscana e Isola d’Elba di Versante Sud firmata da Raffaele Giannetti e Apuane a spit e chiodi di Jacopo Baldi, per i tipi di Idea Montagna.

La drammatica scomparsa nell’inverno 2017 di Fabrizio Recchia e Mauro Franceschini, firme tanto umili quanto autorevoli delle ultime edizioni della guida Versante Sud ha portato l’affidamento dell’opera ad un nuovo redattore che ne ha cambiato in modo rilevante la struttura. Come riportato già dal sottotitolo (91 falesie dalle Alpi Apuane all’Argentario) rispetto ai lavori della premiata coppia Recchia-Franceschini questa guida si limita alla dimensione del monotiro, rinunciando dunque a recensire, come le opere precedenti, la rilevante mole di itinerari di più lunghezze presente sulle Apuane, destinandoli ad una futura pubblicazione a sé. Fanno eccezione solo alcuni itinerari che potremmo definire bonus, inclusi per completezza in capitoli scritti ex novo per questa guida: le placche di San Viano e il comprensorio di Colle Panestra. In direzione opposta si muove la guida di Baldi: 55 itinerari di più tiri sulle Alpi Apuane, di carattere assolutamente eterogeneo, dal terreno d’avventura a quello sportivo, affiancando itinerari celeberrimi ad altri meno noti e mai apparsi su carta stampata.
Due pubblicazioni dunque che non solo non si fanno concorrenza, ma in un certo senso si completano.

Toscana e Isola d’Elba rispetto alle edizioni precedenti rinuncia dunque a molti capitoli offrendo però interessanti novità: falesie e settori nuovi nelle Apuane settentrionali (Fessura Messner, La Perla e vari altri settori tra Massa e Carrara), settori in Garfagnana (l’intero comprensorio di Colle Panestra, Ikea, Campanili, settori nuovi alle Rocchette, falesie del Sasso Rosso) e sui monti Pisani (falesia trad REM); decisamente rivista ed arricchita tutta la parte relativa alla Toscana meridionale. L’apparato iconografico risulta totalmente rinnovato, con molti scatti di fotografi professionisti spesso realizzati con l’utilizzo del drone. Purtroppo la scelta (apprezzabilissima, a nostro avviso, dal punto di vista ecologico) di una pubblicazione su carta non patinata non rende giustizia alla resa delle immagini, talvolta anche se pubblicate su doppia facciata. Dal punto di vista dell’informazione (ed è questo che conta) la guida è decisamente ricca, anche se non mostra lo stesso livello di accuratezza per tutti i capitoli. Di alcune falesie (il Trittico o il Muro dei Ganzi per citarne alcune) vengono riportate tutte le vie con estrema accuratezza, gradi corretti e descrizione sommaria del singolo tiro: un lavoro perfetto dunque! Purtroppo però per altri settori si trovano errori, omissioni, refusi che sicuramente però andranno a scomparire già nelle prossime ristampe. Anche osservando le sezioni introduttive si potranno notare delle disomogeneità; per alcuni settori il lettore viene condotto per mano allo scoperta del contesto ambientale, storico e culturale che circonda l’arrampicata in quel luogo, per altri invece solo poche sintetiche indicazioni lo condurranno a individuare la falesia e le linee di suo interesse.

La differenza tra una guida e una lista di numeri trova il suo essere proprio in quello che è il contesto circostante all’arrampicata: se vogliamo che le guide cartacee non vengano soppiantate da applicazioni e siti vari è necessario che queste offrano quello che una spoglia lista non potrà mai offrire: la storia, il contesto culturale e ambientale. E’ ormai normale andare in falesia e trovare arrampicatori che girovagano con lo sguardo fisso sullo smartphone alla ricerca del 7a o del 7b riportati sul loro sito preferito. Se vogliamo invertire questa tendenza, restituendo al singolo tiro il suo nome, il suo carattere e non solo una valutazione numerica sarà necessario che le guide si muovano in questa direzione; nelle più grandi palestre indoor d’Italia gli itinerari spesso vengono battezzati con un nome, come i tiri su roccia; potranno questi allora ridursi a semplici quotazioni? Come diceva San Tommaso D’Aquino numerus stat ex parte materiae, il numero si colloca dalla parte della materia, non esaurisce l’essenza delle cose.

Un’ultima considerazione: l’economia legata all’outdoor in Apuane. La recente proiezione del cortometraggio Anthropocene ha presentato le Apuane come uno dei dieci disastri ambientali più eclatanti del mondo. La sola alternativa per le economie locali all’estrazione del marmo (eufemisticamente definita coltivazione) potrebbe risiedere nella promozione turistica di queste splendide terre. Molto si sta facendo in ambito culturale, enogastronomico e cicloturistico, rimane invece quasi inesplorata la parte delle attività outdoor, ad eccezione della zona del camaiorese, recentemente sviluppatasi in questa direzione. Credo che una guida di arrampicata ricca di informazioni che vadano al di là dell’aspetto sportivo possa rendere in questo senso un servizio fondamentale al territorio, offrendo spunti ed idee allo scalatore di passaggio per i giorni di riposo o di maltempo.

Veniamo ad Apuane a spit e chiodi. La pubblicazione segue la falsariga di una guida uscita ormai una decina di anni fa ad opera di Bruno Barsuglia, in cui il trait d’union era un non sempre univoco concetto di plaisir; un’antologia di itinerari scelti su tutto l’arco apuano, come sottolineato dal titolo, dal terreno d’avventura a quello sportivo. A fianco a molte vie ‘classiche’ compaiono nella scelta del Baldi alcune salite meno note (Moai al Corchia) e altre conosciute ma ancora mai pubblicate su una guida come La via della Rospa e Risognando California. Tutte le vie relazionate sono state ripetute dall’autore e questo è sicuramente uno dei punti di forza della guida: le relazioni sono sempre curate e omogenee e per ogni salita vengono spese alcune parole di introduzione e contestualizzazione. Anche l’apparato iconografico, di ottima resa, mostra le caratteristiche della guida/diario: foto dei propri compagni scattate personalmente, nessuna foto di professionisti (e dunque niente foto in pose eroiche con gli sponsor in bella vista), ma tutte immagini reali, con lo zaino e il materiale all’imbrago.

Vista la destinazione sul piano nazionale della pubblicazione quello di cui si sente un po’ la mancanza sono le vie lunghe sportive moderne di difficoltà media. Alcune di queste si possono considerare dei veri e propri must per gli scalatori apuani: penso a Fantastica al Nona, Baraka al Pesaro, la Claudio Ratti al Rovaio, Casa Vianello e la Robespierre alle Torri di Monzone. L’assenza di itinerari di questa portata propone un’immagine delle vie lunghe in apuane in cui raramente ci si spinge oltre al ‘classico’ 6b. Un peccato perché questo non fa che accentuare la divisione tra ‘falesista’ e ‘scalatore da via lunga’, perdendo l’occasione per parlare proprio di quello che potrebbe essere il terreno di incontro ed intersezione, la via lunga sostenuta di medio alta difficoltà, con un obbligatorio e una chiodatura accettabili.

Questa divisione è ormai propria dell’arrampicata del nuovo millennio, e non si può certo chiedere a una pubblicazione di cambiare i modelli dominanti di riferimento; conservo tuttavia l’utopica speranza che una guida possa riuscire a gettare nei lettori il seme della curiosità di provare esperienze diverse in luoghi nuovi.

Due opere dunque che arricchiranno meritatamente sia la libreria dello scalatore apuano che del visitatore occasionale, lasciando tuttavia uno spazio vuoto: quello che a oggi manca è una recensione esaustiva delle vie lunghe del territorio apuano, condotta con l’acribia mostrata dal Baldi ma con una differente ampiezza di respiro. L’ormai vecchia (1993) e irreperibile guida di Stefano Funk, Alpi Apuane Salite Scelte, senza foto e con disegni fatti a mano, rimane per molti aspetti ancora insostituita.

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