La libertà è tutto

La libertà è tutto
Presentazione del libro La libertà è tutto di Francesca Colesanti
di Salvatore Bragantini

Bisogna proprio ringraziare il coraggio di un piccolo editore romano specializzato in libri di montagna, Edizioni del Gran Sasso, che ci concede il bis. Subito dopo l’uscita di “Molti friends e alcuni nuts”, raccolta di una serie di scritti di Gianni Battimelli – qui recensito lo scorso 25 Aprile – l’editore ha pubblicato il tributo di Francesca Colesanti, anche detta Chicca, ad una unsung heroine dell’alpinismo romano, Maria Chiara Ramorino, per tutti e da sempre, Chiaretta e basta.

Per gli anglosassoni è unsung hero, cioè eroe non cantato, una persona il cui rilievo, nel contesto in cui è vissuta, non è stato adeguatamente percepito; a tale carenza si ritiene giusto porre rimedio per due ragioni di fondo. Non si tratta solo di dare a queste persone la legittima soddisfazione, cui pure hanno diritto, di vedere che a quanto han fatto, altri hanno dato il giusto valore. Il punto vero è un altro: solo se la loro vita è “cantata” possono tali persone servire da esempio e da sprone ad altre che, così incoraggiate ed arricchite, per un po’ ripercorreranno quelle orme, avviandosi poi sul proprio cammino.

L’occasione per il libro l’ha data il 90° compleanno di Chiaretta, nata nel 1931 a Torino ma romana d’adozione; per coglierla ci voleva però la generosa sensibilità di Chicca Colesanti, decisa a far conoscere, al di fuori di una ristretta cerchia, la storia di questa donna così fuori dall’ordinario. Anche Chicca è, come Chiaretta una forte alpinista; forse, dopo esser stata influenzata dalla figura di Chiaretta, Chicca ha sentito il bisogno di cantare questa unsung heroine. Che è così diversa da lei sotto tanti aspetti, ma a cui si sente vicina, forse per l’innata modestia che le accomuna e contribuisce a rendere così gradevole la loro compagnia.

Il libro s’intitola “La libertà è tutto, Chiaretta Ramorino, tante vite in una”. La prima cosa da dire è che Chiaretta è stata come un rompighiaccio, una piccola, solida nave che apre la rotta a chi viene dopo; fu dapprima bravissima tennista impegnata in grandi tornei internazionali, poi giocatrice di basket in Serie A (vantando ben162 cm di statura) e sciatrice (agonistica) di fondo; successivamente s’è data all’alpinismo che ha continuato lungamente a praticare, per scoprire infine l’orienteering, in tempi in cui la disciplina era poco nota, specie al Centro Italia.

Questo sul piano sportivo; quanto alla professione, fu fra le poche donne a laurearsi in una facoltà come Fisica, allora riservata quasi solo ai maschi. Secondo alcuni esiste una “Corrente Fisica” nel piccolo mondo dell’alpinismo romano, ed è effettivamente singolare che i due libri appena pubblicati da Edizioni del Gran Sasso si incentrino su due persone che a Roma si sono laureate in Fisica e in quella Facoltà hanno insegnato. Nessuno parlava allora di “quote rosa” (nome vagamente irridente per una cosa purtroppo necessaria), tanto meno si poneva la meta di aumentare la “diversità”, ma Chiaretta, dopo esser stata per circa dieci anni assistente molto apprezzata di Edoardo Amaldi in Facoltà, passò al Cnen, Consiglio Nazionale per l’Energia Nucleare, poi divenuto Enea, Ente Nazionale Energie Alternative; qui ha lavorato fino alla pensione, e anche molto dopo questa. Proprio l’Enea l’ha inviata più volte in Antartide, dove Chiaretta ha lavorato a lungo, e con tanta dedizione, da meritare di vedersi intitolato un ghiacciaio, onore questo che non so quanti alpinisti, anche grandi, possano vantare.

Sono queste le tante vite in una di Chiaretta, vite che Chicca Colesanti ha avuto prima il merito di inquadrare, poi la pazienza di descrivere, anche con l’aiuto dei tanti amici cui ha chiesto di contribuire a questo ritratto. Fra quelli che hanno risposto all’appello non ci sono, avendo io troppo indugiato a mettermi al lavoro; ciò anche a motivo di qualcosa che non so come descrivere se non come disordine mentale, o forse solo superficialità, per cui tante esperienze passate si accatastano nella mia testa alla rinfusa, come se quel che è avvenuto non contasse più, contasse solo l’oggi e ci fosse poi un tempo successivo in cui si va in cantina, si ritrova tutto e lo si mette in ordine. Chiedo scusa per questo accenno personale e cerco ora di rimediare a tale inerzia, concentrandomi inevitabilmente su una delle tante vite di Chiaretta, quella di alpinista, giustamente scelta per illustrare, con una bella foto di lei in alta montagna, la copertina del libro.

Ho conosciuto Chiaretta nell’autunno del 1962, quando mi iscrissi alla scuola di Alpinismo della Sucai Roma. Era l’unica donna istruttrice in un mondo di uomini, dai quali seppe da subito farsi rispettare. Era lieve e scherzosa sempre, ma sempre anche seria.

Con lei ho fatto qualche salita, non tante, al Gran Sasso, nel Sassolungo, nel Sella, al Supramonte di Orgosolo; la sua presenza aveva sempre un effetto balsamico. Per non stridere con la sua olimpica calma, anche i più orientati alla prestazione e all’abbondante esposizione testosteronica erano indotti a darsi una calmata, come rintanandosi nel loro guscio, in attesa di uscirne, ancora più combattivi, non appena si fosse dileguata la mite Chiaretta. Mite era ed è certo Chiaretta, ma anche ben più complessa di come appare, o forse vorrebbe apparire; lo scrive bene Carlo Alberto (Betto) Pinelli in una breve ma acuta prefazione, da cui vale la pena trarre questa citazione: “Lei appartiene a quel tipo di nostri simili che hanno bisogno di mettere in forma il proprio mondo interiore utilizzando un contenitore costituito dalla rete delle proprie azioni, siano esse sportive, professionali o umanitarie. Direi che il suo è un io allo stato gassoso: si disperderebbe nello spazio se non potesse contare su un involucro ben sigillato di gesti, avventure e impegni concreti da cui trarre consistenza.” Sarebbe forse troppo sbrigativo e semplicistico dire che siamo davanti ad una persona che ha lasciato che le sue azioni parlassero per lei? Forse è per questo che Chiaretta è una unsung heroine.

Altro errore sarebbe quello di scambiare quell’olimpica calma per assenza di spirito competitivo, spirito del quale Chiaretta è invece pervasa, come sempre Pinelli rileva: per lui infatti Chiaretta è riuscita, grazie al suo carattere, che definisce anti-eroico (rieccoci qua…) e pudicamente solare, a “realizzare l’ossimoro di una competitività totalizzante. ma priva della minima traccia di aggressività”. Sono utili queste incursioni di Pinelli nelle profondità del carattere di una persona la cui solarità non va scambiata per facile apertura agli altri. Perché non credo che siano in tanti ad aver goduto delle confidenze di Chiaretta, e sarebbe strano che io fossi fra questi.

Chiudo con una curiosità legata a quando salimmo (1965) il Dente del Lupo, nel gruppo del Monte Camicia, con Pinelli, Franco Cravino e Mario Lopriore; alla partenza di questa piccola avventura, già ricordata sul Gogna Blog, c’era anche lei. Il sulfureo odore di battaglia promanante da questa salita, più volte tentata da diversi Sucaini e mai riuscita (ancorché non tecnicamente ardua), che ci eccitava, forse non attraeva abbastanza Chiaretta. Salimmo tutti e cinque nella notte, dal paese di Castelli fino all’inizio della neve; lì giunta ci lasciò andare, e se ne tornò al paese ad aspettarci serafica. Non ci ha mai detto perché, ma avevo sempre ipotizzato che non ce ne fosse bisogno; eravamo in cinque, con lei avremmo fatto una cordata da tre e una da due, e lei temeva certo di rallentarci, naturalmente sbagliandosi e sottovalutandosi.

Un difetto però ce l’aveva Chiaretta, o almeno a molti pareva tale; lei presente, la partenza era rimandata fino a quando si fosse adeguatamente “messata” e comunicata. Ma guarda, ora che ci penso, anzi….“Poffarre” direbbe Chiaretta, con un’interiezione oggi sparita ma che anche allora usava solo lei; sono andato a controllare i calendari e indovinate cosa ho scoperto? Salimmo il Dente del Lupo di domenica, partendo poco dopo mezzanotte da Castelli; all’epoca le messe il sabato sera valide per la domenica non c’erano ancora, certo non nella chiesa di Castelli. Ho così scoperto che fu un altra, e finora occulta, la ragione della sua assenza quel giorno: valutando i pro e i contro avrà pensato, non potendo essere certa di rientrare in tempo utile per la messa, e non volendo comunque infliggerci quell’attesa, che il rispetto del precetto domenicale valesse ben più delle altrui smanie di personale affermazione alpinistica. Ho scritto prima che Chiaretta non si apre facilmente agli interlocutori. La guardinga difesa che la nostra unsung heroine fa della propria interiore fortezza, risalta anche nel suo silenzio di quella domenica marzolina.

Per approfondire consigliamo il video:

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