Due libri a confronto

di Alessandro Spinelli
(pubblicato su Lo zaino n. 6, inverno 2019, rivista scaricabile qui)

La recente uscita di una biografia su Bruno Tassi detto Camòs (Camòs, di Lorenzo Tassi, Versante Sud, Milano, 2017) è l’occasione per un confronto con un’altra ben più famosa biografia, quella di Wolfgang Güllich (Wolfgang GüllichAction Directe, di Tilmann Hepp, Versante Sud, Milano, 2003).

Il libro di Hepp racconta la vita di Güllich dai giorni di scuola, quando quindicenne sale già vie di VI, fino al mortale incidente del 29 agosto 1992. Il filo del racconto è intervallato da scritti di Güllich apparsi sulle riviste dell’epoca, che chiariscono i suoi punti di vista. Ne emerge il ritratto di un uomo che aveva certamente fatto dell’arrampicata la sua scelta di vita, ma che era tutt’altro che un fanatico: niente diete, atteggiamento rilassato e conclamata passione per le lunghe pause al bar. Ma quando era motivato a raggiungere un obiettivo, la musica cambiava: “alle nove del mattino facevamo 200 trazioni, poi uscivamo ad arrampicare per otto ore, alla sera facevamo altre 200 trazioni” (p.125). I risultati si vedono: primo a salire vie di 8b, 8b+, 8c e – naturalmente – la mitica Action directe, primo 9a della storia. Güllich elabora tecniche di allenamento (tra cui il famoso pan-Güllich), capisce subito che bisogna distaccarsi dalla teoria dei tre punti di appoggio per la progressione e intuisce che l’evoluzione dell’arrampicata passa per il trasferimento dei passi duri di boulder sulle falesie prima, e delle tecniche di arrampicata libera dalla falesia alle grandi pareti poi; tutte cose che oggi sono acquisite, ma che avevano un sapore innovativo qualche decennio fa. E, in coerenza colle proprie idee, non si limita alle falesie (peraltro chiodate in maniera assassina per gli standard di oggi): Separate reality in free solo, Eternai flame alle Torri di Trango, Rider on the storm alla torre centrale del Paine.

Wolfgang Güllich in free solo su Separate Reality (Yosemite Valley)

Di carattere schivo e un po’ timido, ma assai emotivo, evitava l’esposizione pubblica e arrampicava in prevalenza con amici fidati, ricercando un’atmosfera ideale e armonica, il gesto puro dell’arrampicata. Campava con scarni contratti di sponsorizzazione, indifferente al denaro se non nell’ultimo periodo, quando il matrimonio e l’inizio di una certa stabilizzazione lo misero di fronte ai problemi economici. Amato dal pubblico, fu spesso oggetto di invidia e ostracizzato dai colleghi, come capita ai grandi. Un altro aspetto interessante del libro è che permette di rivivere la storia dell’arrampicata libera da una prospettiva germanica, non così diffusa da noi. Si rivivono dunque le diatribe tra alpinisti classici e i primi free climber, le schiodature delle nuove vie nel Palatinato, le controversie tra i diversi metodi di salita delle vie, l’iniziale rifiuto di provare i passaggi in top rope, le prime competizioni di arrampicata e la perdita della verginità iniziale di questo sport, ecc.

Wolfgang Güllich

Il libro su Bruno Tassi procede invece in maniera meno lineare, e la biografia è raccontata sostanzialmente attraverso diverse testimonianze di amici. Bruno Tassi detto Camòs è stato quasi una leggenda nel mondo dell’arrampicata, noto ben al di fuori dei confini bergamaschi. Negli anni in cui si faceva strada l’arrampicata sportiva, scopre Cornalba (ma non solo quella!) e la trasforma in una delle falesie più famose d’Italia, chiodando e liberando tiri ormai storici come Apache (8a), Peter Pan (8a+), FBL (8a+), Jedi (8b). Accanto a ciò vanno però elencate almeno la prima salita italiana di Zodiac a El Capitan e la prima salita alla parete nord-ovest del Baruntse Nord 7057 m. Camòs diventa il riferimento per l’arrampicata in terra bergamasca, spostando il limite del possibile e coagulando attorno a sé una generazione di alpinisti-arrampicatori che ne seguiranno le tracce. Come Güllich, scompare in un incidente d’auto il 24 dicembre 2007. Altre analogie si possono vedere: anche Camòs si rende conto dell’utilità delle falesie per l’allenamento, e conserverà un carattere alpinistico, per cui la falesia è vista sostanzialmente come allenamento per le grandi pareti. Anche Camòs si dedicherà all’allenamento, attraverso la collaborazione con una ditta per il progetto di prese artificiali. A differenza di Güllich, tuttavia, Camòs si dedica principalmente a dotare il “suo” territorio di falesie che possano fornire la preparazione necessaria.

Bruno Camos Tassi

L’impostazione del libro su Bruno Tassi è tuttavia molto diversa: il libro vuole raccontare l’uomo più che lo scalatore, e sceglie di farlo attraverso le testimonianze degli amici e un’ampia (forse troppo) raccolta dei suoi scritti, il tutto racchiuso tra la bella introduzione di Simone Moro e un sentito ricordo di Mauro Corona. Da un lato, questa impostazione permette una visione “poliedrica” del personaggio Camòs, che spazia dal suo ruolo trainante nell’arrampicata al carattere a volte difficile, da alcune avventure al limite del grottesco che strappano sonore risate ai suoi molteplici interessi “culturali” in senso lato. Tuttavia, l’approccio corale presenta anche dei limiti, frammentando la narrazione e facendo spesso sentire la mancanza di un vero filo conduttore che eviti ripetizioni e divagazioni. Anche la scelta di “non celebrare il campione di arrampicata” poiché “questo probabilmente verrà fatto nei prossimi anni” appare un’occasione persa, e fa sì che nel libro manchi una collocazione di Camòs nell’evoluzione dell’arrampicata sportiva italiana. Diamo gran merito al libro di aver riacceso l’interesse sulla figura di Bruno Tassi, non senza rimpiangere cosa sarebbe potuto diventare se solo avesse ripercorso la sua attività in montagna e in falesia in maniera organica, ovviamente legandola alla vita quotidiana, com’è riuscito al libro di Hepp.

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