Alfredo Corti, l’imperatore del Bernina

di Raffaelle Occhi
(pubblicato su Montagna, Annuario GISM, 2017-2019)

Alfredo Corti (1880-1973) doveva avere nelle vene un po’ di sangue di quegli antenati Reti che primi colonizzarono le montagne alle spalle del suo paese natale, le Alpi Retiche appunto che da loro prendono nome. Lui era nato a Tresivio, sul versante solatio valtellinese non lontano da Sondrio, e quelle montagne cominciò ben presto a percorrerle: dapprima le alture più modeste direttamente alle spalle di casa, poi, quando «crebbe l’amore alla montagna e, per meglio possederla, il desiderio di studiarla», il più grandioso gruppo del Bernina, allora assai poco battuto dal versante italiano. Corti lo frequentò e studiò per una vita intera, legandovi indissolubilmente il proprio nome; innumerevoli salite portano la sua firma, così come la guida del Bernina del 1911 e tanti scritti sulla Rivista Mensile del CAI arricchiti dalle sue splendide fotografie.

Riandando tanti anni dopo col pensiero alle sue prime scorribande fra quei monti, Corti ricordava il sempre rinnovato stupore che provava quando, lasciatasi alle spalle la Val Malenco coi suoi paesi e le sue strade, superati boschi e alpeggi, giungeva alla Bocchetta delle Forbici e si trovava di fronte ai colossi «rispondenti ai nomi di Piz d’Argient, Cresta Güzza, Piz Bernina, Monte Rosso di Scerscen e Piz Roseg». E allora, con la sua curiosità di studioso, non poteva non immedesimarsi in «quell’ignoto modesto antenato, di non so qual lontano secolo passato, che primo si affacciò al meraviglioso belvedere della Bocchetta delle Forbici: avventuroso cacciatore, o pastore alla ricerca di piccolo gregge disperso», cercando di ricostruire in sé «quella sensazione profonda, forse di ammirazione, certamente di sgomento, che deve aver invaso l’uomo semplice, al quale primo si svolgeva quel nuovissimo quadro, fino allora noto solo agli occhi dei camosci e delle aquile». E concludeva, con queste parole: «Deve essere nelle mie vene un po’ di sangue di quel lontano antenato, perché in tanti anni mai quella sùbita scena è rimasta muta per me».

Tanti anni di frequentazione di quelle montagne valsero ad Alfredo Corti l’appellativo di “imperatore del Bernina”, attribuitogli nientemeno che da Renato Chabod e Giusto Gervasutti.

Fin da quando, nel 1924, aveva vinto la cattedra di anatomia comparata all’Università di Torino, Corti era entrato in sintonia col mondo degli alpinisti piemontesi, e con loro cominciò a spaziare in lungo e in largo anche per le Alpi Occidentali. Non solo con quelli della sua generazione – Umberto Balestreri, Ettore Canzio ed Erminio Piantanida per non citarne che alcuni – ma anche col figlio Nello e i suoi amici, giovani promesse della nuova generazione. Gli uni e gli altri, poi, ebbe ad invitarli più volte nella sua casa di Chiareggio, per far conoscere loro i suoi monti di casa tra Bernina e Disgrazia e compiervi insieme diverse ascensioni.

Copertina del libro con sfondo Scerscen e Bernina.

E fu così che, come ci ricorda Chabod nel suo libro La cima di Entrelor, lui e Gervasutti percorsero nel giugno 1933 la vergine e accidentata cresta orientale della Cima di Valbona insieme al «professor Alfredo Corti, che noi chiamiamo solennemente “l’imperatore del Bernina”, per marcare la differenza tra i soliti re di questa o quella zona e un imperatore quale è Corti nel suo Bernina. Corti ha 53 anni e noi 24 ciascuno: ma ci affiatiamo subito perché il nostro imperatore è rimasto giovane di corpo e di spirito, malgrado la gran barba che incomincia a tendere al grigio».

Per dire di quanta considerazione godesse già allora Corti, anche al di fuori dei confini italiani, basti ricordare che l’anno prima, recatosi sul versante svizzero del Bernina per salire il “naso” dello Scerscen che ancora non aveva percorso, Corti si era casualmente incrociato col forte alpinista tedesco Walther Flaig. Quest’ultimo, sulle pagine della Zeitschrift del Club Alpino Tedesco ed Austriaco così ricorda quell’incontro: «Alla Capanna Tschierva ci fu una sorpresa: un uomo robusto dalle spalle larghe, con una magnifica barba leggermente grigiastra mi venne incontro, mi fissò insistentemente in modo indescrivibile coi suoi occhi azzurri e mi chiese il mio nome: era il professor Alfredo Corti di Torino, uno dei più grandi alpinisti italiani della vecchia guardia. Il professor Corti è l’autore della guida italiana del Bernina e il miglior conoscitore del versante meridionale di questo gruppo, oltre che del gruppo del Disgrazia. Ma, per di più, è una delle poche, pochissime persone da me incontrate, che riescono a perseguire lo scopo più desiderabile dell’esistenza: vivere una vita degna d’ammirazione, fatta di bene, giustizia, energia e fedeltà. Una sorte benevola mi ha fatto incontrare, come alpinista, due figure del genere, veri apostoli della montagna: Corti e Kugy. Questi sono i grandi momenti della vita, di cui posso parlare con tranquillità, perché il dovere di gratitudine mai abbastanza adeguato per il loro esempio umano non deriva da alcun obbligo nei loro confronti. Grande fu la mia gioia nell’incontrare qui questo famoso quanto modesto alpinista italiano. Come a Kugy, anche a Corti piace circondarsi di giovani scalatori. Giustappunto, il suo compagno di cordata era un giovane milanese di nome Lucchetti (Antonio, NdR), che nel 1934 avrebbe messo a frutto l’elevato insegnamento di Corti con la prima salita diretta della nord del Disgrazia».

L’alpinismo, la scienza e l’amore per la natura, componenti sostanziali della vita di Alfredo Corti, non furono mai disgiunti da rigore morale e impegno civile. Fervente antifascista, arrestato nel 1941 e confinato a Sala Consilina, dopo la caduta di Mussolini partecipò coi figli, lui già anziano, alla Resistenza in valle di Cogne, da dove i partigiani dovettero inevitabilmente riparare in Francia a seguito dei grandi rastrellamenti nazifascisti nell’autunno del 1944. A Grenoble, nel gennaio 1945, lo incontrò Ada Gobetti; in un passo delicato del suo Diario partigiano lo ricorda come «un uomo adorabile; e – prosegue – non posso ripensare senza tenerezza, ai nostri incontri e alle nostre chiacchierate di quel tempo, nelle gelide strade o nell’angolo poco ospitale di qualche caffè, quando, sotto l’atteggiamento coraggioso e sereno, sentivo la nostalgia dell’uomo non più giovane per la patria, la famiglia, la casa».

E poi, dopo la Liberazione, l’impegno in prima persona nel Movimento Italiano per la protezione della natura (MIPN), accanto al suo promotore Renzo Videsott e all’amico magistrato Domenico Riccardo Peretti Griva.

A chiusura del recente volume Alfredo Corti, dall’alpinismo alla lotta partigiana, ci si chiedeva: «Cosa rimane di Alfredo Corti oggi? Certo i suoi scritti, le sue fotografie, il suo auspicio che “molti giovani trovino fra le belle montagne la palestra di prudenti audacie, di godimenti sani, per libere giornate, come io vi ho goduto“, preparazione “alle ascese aspre del cammino della vita“. Ma soprattutto rimane l’esempio del rigore, del senso civico e della dirittura morale a cui sempre si attenne – in montagna, sul lavoro, in carcere, al confino, durante la lotta partigiana, nella vita di ogni giorno, insomma – esempio a cui tutti dovremmo attenerci, in ogni circostanza, facendo nostro il suo messaggio chiaro e forte: “instillare ai giovani, con l’alto esempio, quali norme assolute di vita non siano per alcun motivo derogabili, donde si deve insegnare che dignità e rettitudine non devono mai flettere”!»

Alfredo Corti, dall’alpinismo alla lotta partigiana, di Raffaele Occhi, Beno Editore, Sondrio, 2018. 276 pp. a colori formato aperto 48x22cm, Edizione bilingue italiano e inglese. Prezzo: 25,00 €.

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1 Comment

  • Bell’articolo, mi ha “preso”. Leggendo di uomini così, mi viene da confermare la mia concezione per cui la montagna è fattore che irrobustisce, oltre che i muscoli, anche le caratteristiche morali, le quali governano l’intera esistenza dell’individuo, ben oltre l’andar in montagna.

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