Una bella settimana in montagna

di Raffaele Parisi

«Allora Mela, tutto a posto? Si va?». L’ultima telefonata prima della partenza.

«Tutto pronto! Senti, perché non vieni a dormire da me? Si cena e poi partiamo presto la mattina…». Il momento della nostra abituale fuga in montagna è arrivato. Ogni anno, da qualche tempo, a luglio, con Emanuele scappiamo da Roma per passare qualche giorno tra le montagne al Nord Italia.

Spesso le Dolomiti, ma quest’anno abbiamo deciso di tornare in Val Masino. «Vai in Val Masino? Allora sicuramente ci vediamo su!» ha detto Bruno. Bruno conosce bene quelle montagne e ci ha dato qualche buon consiglio sulle vie da fare. Come al solito il programma è piuttosto ambizioso, per noi naturalmente, che ormai da qualche tempo si arrampica sempre meno, tra impegni di lavoro e di famiglia. Ora, dopo un anno di attesa e progettazione, il momento è finalmente giunto. Mogli e figli stanno al mare insieme e la prospettiva di passare qualche giorno liberi tra i monti ci entusiasma (come al solito). Raggiungo Mela a casa sua, ha preparato una buona cenetta, pesce, visto che si va in montagna. Poi a nanna, domani si parte presto. Da tempo abbiamo pensato agli obiettivi: arriviamo ai Bagni di Masino, saliamo al rifugio Omio, facciamo un paio di vie, poi andiamo al Gianetti, anche lì qualche ascensione, poi vediamo. «Buonanotte». «Buonanotte».

Primo giorno. Sveglia alle 5, così si fa in tempo a salire al rifugio stasera stessa. La macchina di Emanuele è sotto casa, nel cortile interno del palazzo. Colazione veloce, un controllo alle ultime cose, portiamo giù gli zaini, carichiamo, mettiamo in moto… «Cazzo, le chiavi!!!» «Che vuol dire, cazzo, le chiavi?». «Le chiavi!!! Sono in casa!!!». Mela ha chiuso dietro di sé la porta di casa, con dentro le chiavi, che naturalmente ora ci servono per aprire il cancello e partire. Forse era troppo presto… Dopo due ore, il vicino esce in terrazza per la prima fumatina della giornata, lui per fortuna ha delle chiavi di riserva. Risultato: si parte con un paio di ore di ritardo, passate comunque a leggere le guide della Val Masino nel parcheggio. Ancora non sappiamo che questo piccolo inconveniente sarà solo il primo della settimana.

Si parte. Il viaggio va bene, arriviamo ai Bagni, in ritardo naturalmente, ma tempo ce n’è. Facciamo gli zaini (pesantucci, a dire il vero, portiamo le cose per una settimana) e la sera siamo all’Omio.

«Fatevi dare la cameretta delle guide! È la più bella!» aveva detto Bruno. La nostra richiesta è facile da accontentare, al rifugio non c’è nessuno. Cena e a letto. Sembra poco, ma con i figli «cena e a letto» non succede mai. E qui poi c’è un silenzio meraviglioso.

Secondo giorno. Come inizio, abbiamo in mente la via dei Morbegnesi alla Sfinge: un avvicinamento non troppo faticoso, via non troppo lunga, con qualche bel tiro dove potremo finalmente sgranchire le membra arrugginite. In effetti, arrivare all’attacco non ci risulta poi così leggero, anzi.

Dopo una discreta camminata, ci affacciamo finalmente sul versante Sud-Est. Sorpresa! La via è tutta bagnata, delle lunghe e bellissime colate di acqua scendono dalla cima sulla via, brillanti al sole.

Forse ha piovuto nei giorni scorsi, o forse c’è della neve in alto. Uno spettacolo, ma non si può salire.
Non c’è problema, ripieghiamo sulla Fiorelli, parete est, è più facile, è vero, però è anche più tardi.

E poi ci basta per cominciare a scaldarci. Per arrivare alla Fiorelli bisogna scendere per un bel tratto e poi risalire. Ci mettiamo un bel po’. Arriviamo finalmente all’attacco, stancucci, a dire la verità. Il viaggio ieri è stato lunghetto, e anche la salita al rifugio. Ma la via è facile, non ci saranno problemi.

Tiriamo fuori l’attrezzatura dagli zaini e… sorpresa! Mela ha dimenticato scarpette e imbrago al rifugio.
Cinque minuti di arrabbiatura, ma poi ci passa velocemente, sono cose che possono capitare.

Saliamo fino al colletto della cresta per dare almeno un’occhiata alla parete Nord, famosa per alcune grandi vie, penso poco ripetute. La parete in effetti è piuttosto impressionante, e non molto invitante.

Via, si torna al rifugio! Giusto in tempo, scoppia un brutto temporale, meno male che ormai siamo al coperto. Ma domani… domani ci rifaremo!

Parete nord della Sfinge

Domani (terzo giorno). Ha piovuto tutta la notte, e ancora piove. Fiumi di acqua dappertutto, il rifugio sembra una barca tra i flutti. Mi sa che oggi non si scala. Che si fa? Mah, il tempo è brutto, forse possiamo andare direttamente al Gianetti, così non perdiamo la giornata. Una buona idea.

Appena smette, si parte. Per andare dall’Omio al Gianetti si fa una bellissima traversata, che è una parte del famoso sentiero Roma, non troppo faticosa e soprattutto molto panoramica. Bè, praticamente non vediamo nulla, la camminata risulta tutta tra le nuvole, niente panorama. Suggestiva, comunque. Certo, la salita al passo del Barbacan, con ’sti zaini, non è proprio agevole, il nome è tutto un programma, c’è pure una ferratina. Scendiamo dal passo e cammina, cammina, cammina… sono già passate cinque ore, ma quando arriva ’sto rifugio? All’improvviso uno squarcio tra le nuvole e il rifugio è lì, a 50 metri… Ci sistemiamo in camerata, mangiamo qualcosa, si sta proprio bene. Si chiacchiera un po’ con il gestore, molto ospitale, si va fuori a guardare il panorama e il barometro, le solite cose che si fanno al rifugio, insomma. Guarda lì, ci sono pure due ragazze stasera, camminatrici mi sembra, carine… ma che fanno, si baciano? La notte passa ottimamente, al rifugio si dorme bene, almeno io… le fanciulle dicono a Emanuele che ho russato, ma io non ho sentito nulla, forse è Emanuele che non ha dormito bene.

Quarto giorno. Il tempo non è bello, decidiamo per una via corta e vicina. Che aveva consigliato Bruno? Ah, sì, Polident al Dente della Vecchia. Si va. Non è lontana, c’è solo un nevaio, un po’antipatico, non vogliamo bagnarci le scarpe e saliamo con cautela. Arriviamo all’attacco. «Senti, Mela, che dici? Il tempo non mi sembra gran che…». In effetti gira in cielo un po’ di nuvolaglia, va e viene.

«Perché non facciamo una cosa più corta?» (veramente Polident non è molto lunga…). «Potremmo andare a quel pilastro laggiù, Punta Enrichetta si chiama, mi sembra». In effetti Enrichetta non fa pensare ad una cima molto ardimentosa, ma ci sono diverse vie spittate, dicono che sono carine. Se poi malauguratamente dovesse piovere, ci sono le calate attrezzate. Ne attacchiamo una. Parte Mela, dice che è bella, arriva in sosta. «Vieni!» Beh, niente male, in effetti, sarà sul 6a. Certo, fa un po’ freddo, le dita si addormentano presto. Poi d’improvviso la grandine, giusto il tempo di arrivare in sosta! «Cala, cala!!!» Una grandinata di 10 minuti, fiumi di grandine che scolano su queste placche inclinate passando tra le gambe, un vero spettacolo, almeno il casco ci serve a qualcosa. Dopo un po’ per fortuna smette, esce addirittura il sole. In giro ora è tutto bianco e luccicante, e noi siamo tutti bagnati. Torniamo al rifugio.

Quinto giorno. Ci alziamo, non prestissimo, a dire la verità. «Mela, non ti sembra che faccia un po’ freddo?». In effetti fuori ci sono 10 cm di neve… Bellissimo, ma mi sa che per qualche giorno di arrampicare qui non si parla. Decidiamo di tornare giù, a San Martino. Con calma, naturalmente. Ci sistemiamo in un alberghetto al centro del paese.

Neve al rifugio Gianetti

Sesto giorno. Bruno ce lo aveva consigliato: «Andate a fare Waiting List alla Punta Fiorelli, è bellissima! ». Dice una relazione (vista dopo, naturalmente…): «La chiodatura è “infinita”, a mio modo di vedere correttamente, in quanto le difficoltà non sono elevate, regalando così un po’ più di soddisfazione e impegno alla salita». E ancora: «Unica pecca, il sentiero di accesso. Nel tratto centrale ha molta vegetazione, che impedisce di vedere dove si mettono i piedi e che fa accumulare stanchezza, soprattutto considerando che il percorso non è proprio corto». In effetti la salita dalla Val Merdarola non è proprio una passeggiata riposante. Il solo nome avrebbe dovuto metterci in guardia. Il sentiero risale il costone della montagna, passando sotto splendide cascate, e poi sbuca in alto su una specie di pianoro, con antiche foreste di felci e placidi asini al pascolo (asini?). Insomma tre ore abbondanti per arrivare all’attacco, un avvicinamento come non spesso capita (forse purtroppo). Siamo arrivati.

«Chi va?», dice Mela. «Vado io», dico io, «ché il primo tiro è più facile». Quaranta metri di quarto, un friend in una fessurina dopo due metri e poi tutta una placconata, non più proteggibile, meno male che è facile. Almeno la sosta è attrezzata, due chiodi. Il tiro dopo è più impegnativo tecnicamente, niente di che, naturalmente, spittato forse un po’ lungo («chiodatura “infinita”»…). Insomma, forse per la stanchezza accumulata, si prova e si riprova, tutti e due, ma non si passa. Mi sa che pure stavolta non si sale. Torniamo. E per non tornare dalla Val Merdarola, saliamo tutto il versante e scavalliamo, ripassando dall’Omio, anzi un po’ più in basso, così non ci vedono…

Asini in val Merdarola

Settimo giorno. Oggi è il giorno decisivo. E allora decidiamo per una via in Val di Mello (questa, mi pare che Bruno non ce l’avesse consigliata). Si tratta del Lamone e le sue placche allo Sperone Mark. Stavolta tutto bene, cominciamo finalmente a carburare, peccato che sia finita. Certo, le placche finali inclinate coperte di aghi di pino non sono state proprio rassicuranti. «Ne facciamo un’altra, per concludere?». Accanto alla cascata del Ferro c’è una classica, Mixomiceto. Se non sbaglio era sulla copertina di una vecchia rivista della Montagna, sarebbe una degna conclusione. Arriviamo all’attacco, ci prepariamo, ma probabilmente sotto sotto siamo un po’ stufi. Infatti Mela sta per partire sul primo tiro (sono due), quando improvvisamente dall’alto sentiamo provenire un belato: due capre si sono sporte a guardarci, curiose e forse un po’ perplesse, come noi, forse. È la goccia finale. Per quest’anno basta! L’ultima sera la passiamo a San Martino. Finalmente ci gustiamo i pizzoccheri, una delle specialità della Valtellina, ma sì, in fondo in fondo ce li siamo meritati. Domani si ritorna, raggiungiamo le famiglie al mare! Usciamo dal ristorante, e … Bruno! È appena arrivato da Roma.

«Ehi ragazzi, allora, come è andata?». «…».

Autoscatto alla cascata del Ferro
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