Un viaggio da sogno nell’Oberland Bernese – 02

Un viaggio da sogno nell’Oberland Bernese – 02
a cura della Redazione di Lifegate
(pubblicato su lifegate.it il 15 luglio 2021)

(continua da https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/racconti/un-viaggio-da-sogno-nelloberland-bernese-01/)

4. La Jungfrau e l’Aletsch
Ci sono luoghi che toccano non solo per la loro bellezza ma anche per la loro storia. Luoghi leggendari attraversati da tracce umane coraggiose lasciate da chi ha portato a termine grandi imprese, sogni e visioni sfidando la forza della natura. Uno di questi è sicuramente il maestoso massiccio della Jungfrau 4158 m con il suo ghiacciaio Aletsch, il più grande delle Alpi. È questa una delle tappe più spettacolari ed emozionanti del nostro viaggio in cui la storia dell’alpinismo si mescola con l’amore per la scienza e l’ardire tecnologico.

La caratteristica distintiva dell’Oberland Bernese è la facilità con cui si raggiungono i vari punti che andiamo a toccare, grazie anche alla vicinanza tra i laghi e le vette. Non stupisce quindi fare colazione a Interlaken scrutando dalla finestra la cima dei monti su cui ci ritroviamo solo un paio di ore dopo.

Dall’Eggishorn, panorama su Aletschgletscher, Jungfraujoch, Moench, Trugberg e Eiger.

Non andavo in montagna per morire, anzi. Ci andavo per vivere nella bellezza della natura, lontano dalle contaminazioni sociali, dalle certezze soffocanti e dalle false sicurezze (Manolo, dal libro Eravamo immortali)”.

Così accade per la visita al passo Jungfraujoch che raggiungiamo in un’ora e mezza: si parte in treno da Interlaken Ost per arrivare a Grindelwald, dove nel dicembre 2020 è stata inaugurata l’“Eiger Express”, una cabinovia modernissima che in venti minuti porta dritti al ghiacciaio dell’Eiger. Siamo di fronte a un’altra montagna imponente la cui parete nord ha rappresentato una delle sfide più dure nella storia dell’alpinismo e non a caso è stata chiamata Orco. Da qui ripartiamo in treno per percorrere la storica galleria che attraversa l’Eiger e il Mönch, un’opera avveniristica che risale alla fine dell’Ottocento, voluta dall’imprenditore Adolf Guyer-Zeller. La galleria richiese un lungo e difficile lavoro in quota portato avanti da 3mila operai. Gli scavi iniziarono nel 1896 e nel 1912 venne inaugurata quella che ancora oggi è la stazione ferroviaria più alta d’Europa a 3454 m, nel cuore del patrimonio Unesco “Alpi Svizzere Jungfrau-Aletsch”. Dopo sette chilometri di galleria ci ritroviamo quindi sullo Jungfraujoch 3475 m. Raggiungiamo la terrazza panoramica della stazione meteorologica Sphinx e rimaniamo a bocca aperta di fronte ad un panorama mozzafiato. Siamo circondati dal bianco della neve e del ghiaccio, la luce è forte e anche il vento non scherza. Ci sono tre gradi, i guanti fanno comodo. Ad un passo da noi abbiamo la cima della Jungfrau, la dama bianca. Lo sguardo corre fra le vette, abbraccia a nord la regione di Interlaken per arrivare lontano al Giura, ai Vosgi e alla Foresta Nera mentre a sud contempla la distesa dell’Aletsch lunga 22 chilometri e spessa circa un chilometro. Una lingua di ghiaccio impressionante che inesorabilmente si sta sciogliendo per via del riscaldamento globale. Di questo e di molto altro parliamo con il Professore Markus Leuenberger dell’Università di Berna, che ci riceve all’interno dell’osservatorio Sphinx.

Panoramica dallo Jungfraujoch © LifeGate
Sulla terrazza panoramica della Sphinx con il professore Markus Leuenberger direttore della Stazione di ricerca alpina Jungfraujoch e Gornergrat © LifeGate

L’Aletsch
Si chiama Sphinx (sfinge in italiano) la stazione di ricerche alpine situata sullo Jungfraujoch, un nome suggestivo per una costruzione che guarda e studia il mondo dall’alto stando arroccata su uno strapiombo, con più cielo che terra intorno. Qui si trova la stazione meteorologica più alta d’Europa.

Si tratta di un progetto partito negli anni Venti del Novecento da un gruppo di ricercatori che si insediò a questa altitudine per studiare i ghiacci, una diretta conseguenza dell’arrivo della ferrovia in quota. Le foto dell’epoca ritraggono persone in mezzo alla neve con la piccozza in mano e grandi zaini sulle spalle. Alcuni sono seduti all’interno di laboratori naturali scavati nel ghiaccio e nella roccia, delle specie di igloo in cui sono stati collocati i vari strumenti. Sono ritratti di pionieri, con sguardi fieri e pelle arsa dal sole. In una foto di gruppo ci sono anche due donne avvolte nei loro eleganti cappotti di lana.

All’interno del percorso “Sensazione Alpina” presso lo Jungfraujoch © LifeGate

Si riuscì a completare la stazione solo nel 1931 mentre l’osservatorio venne inaugurato nel 1937. Nei primi decenni le ricerche erano legate non solo alla meteorologia e all’astronomia ma anche alla medicina. Presto divenne un centro di riferimento presso il quale arrivavano professionisti da tutta Europa. In particolare, la ricerca sui raggi cosmici diede i suoi frutti contribuendo a due Premi Nobel. Oggi le indagini sono focalizzate sul clima e sull’ambiente e la stazione fa parte della rete di monitoraggio internazionale “Global Atmosphere Whatch” e del “Network for Detection of Atmospheric Composition Change”. 

La galleria artificiale del “Palazzo di ghiaccio” presso lo Jungfraujoch © LifeGate

Entriamo nella “sfinge” e visitiamo i suoi spazi, ridotti ed essenziali. Una cucina condivisa, un bagno, lo studio e la biblioteca, cinque laboratori e poi un dormitorio con poche stanze spartane, simili a quelle di un rifugio. I locali sono attrezzati per viverci e due custodi devono essere sempre presenti. Colpisce la sobrietà di questo luogo che fa da contrasto al centro turistico che ci siamo lasciati alle spalle. Incrociamo un paio di ricercatori schivi mentre sulle scale ci fa strada il professor Markus Leuenberger dell’Università di Berna, direttore della Stazione di ricerca alpina Jungfraujoch e Gornergrat. Ci sorride e per prima cosa ci dice di camminare lentamente, perché a quest’altitudine l’aria è rarefatta e si fa fatica a respirare.

Dettaglio all’interno del centro di ricerca alpina Sphinx © LifeGate

Il professore ci illustra i molteplici studi, in particolare il monitoraggio della radiazione solare e atmosferica che descrive l’effetto serra nelle Alpi e il monitoraggio sulla quantità di CO2 rilasciata nell’atmosfera a causa dei combustibili fossili. Ci soffermiamo sulla condizione preoccupante dell’Aletsch le cui misurazioni sulle variazioni di lunghezza, bilancio di massa e volume del ghiaccio documentano l’avanzare dei cambiamenti climatici.

Mi occupo di fisica dell’ambiente e del clima e mi ritengo fortunato nel poter dirigere questo osservatorio in cui arrivano molte persone da tutto il mondo” ci racconta il professor Leuenberger. “Siamo in un posto estremamente affascinante con un’incredibile vista a sud sul ghiacciaio dell’Aletsch. Negli ultimi decenni stiamo studiando in particolare i cambiamenti climatici. L’Aletsch si estende per più di 22 chilometri in lunghezza ma ha perso più di 3300 metri negli ultimi secoli. Sfortunatamente per le emissioni di CO2 che causano l’aumento della temperatura si sta ritirando abbastanza velocemente. All’inizio del prossimo secolo, quindi all’inizio del 2100, perderemo gran parte di questo enorme ghiacciaio se non decidiamo di agire immediatamente. Dobbiamo agire ora e arrivare a zero emissioni di CO2 al più tardi nel 2050. La società di tutto il mondo deve cambiare: dobbiamo eliminare gradualmente l’uso dei combustibili fossili e rendere il pianeta vivibile, sennò perderemo luoghi meravigliosi come questo”.

Dicevamo che ci sono luoghi che contengono una lunga storia, come la Jungfrau e l’Aletsch. Sono luoghi che ci parlano e ci chiedono di essere non solo ammirati ma anche ascoltati.

Jungfraujoch. Cosa fare e vedere sul tetto d’Europa
Due milioni di visitatori all’anno arrivano da tutto il mondo per salire su quello che viene chiamato Top of Europe, il tetto d’Europa. All’interno di questa struttura si trovano diversi spazi: “Sensazione alpina” è il percorso che ricostruisce la storia della ferrovia della Jungfrau con installazioni multimediali. ll “Palazzo di ghiaccio” è l’affascinante galleria artificiale scavata nel ghiaccio dalle guide alpine negli anni Trenta. Oggi vi si trovano sculture in ghiaccio create da vari artisti. All’esterno ci sono la grande terrazza e il “Plateau” che vi porterà direttamente a mettere i piedi nella neve. Per una passeggiata si può seguire il sentiero attrezzato che in un’ora porta al rifugio Mönchsjoch, il più alto della Svizzera.

5. Il lago di Brienz
Nonostante si somiglino per la forma, il colore delle acque e il paesaggio in cui sono immersi, il lago di Brienz e quello di Thun regalano suggestioni differenti. Il lago di Brienz è più piccolo (30 km²), si allunga tra sponde molto ripide con pochi villaggi in cui si respira un’atmosfera più selvatica e rurale, legata a tradizioni antiche e ai ritmi di vita del mondo contadino.

Iseltwald

Iseltwald
Lungo la riva meridionale ci fermiamo a Iseltwald, un paese incantevole che conta circa 400 abitanti. Il suo castello si staglia sul lembo di terra che protende nel lago mentre lungo l’insenatura si affaccia il porticciolo dove una manciata di barche galleggia indisturbata. Bastano due passi per sentirsi lontani dalle rotte turistiche, immersi nella tranquillità e nella natura. Ci dirigiamo così verso la parte alta del paese passeggiando tra gli chalet che sembrano sfidarsi con i balconi in fiore e raggiungiamo la fattoria Schiltenof, dove ci aspetta Sonja che con suo marito manda avanti l’attività. Insieme si occupano del bestiame e con metodi rigorosamente bio producono miele, formaggi, succo di mela, confetture e altre prelibatezze. Dagli Schilt i turisti possono sperimentare un pernottamento insolito. Infatti, quando d’estate le signore mucche lasciano la stalla per andarsene in alpeggio, è possibile occupare i loro letti dormendo sulla paglia con cuscino e lenzuolo.

Mentre Sonja ci spiega le sue ricette incrociamo lo zio Ernst, classe 1942. Occhi brillanti e un fare genuino, ci fa cenno di seguirlo. Arriviamo così nel piccolo laboratorio sotto casa dove ci mostra i suoi tesori: i corni delle alpi che costruisce con le sue mani. “Ho imparato a suonare da piccolo da autodidatta”, ci racconta. “Mio zio suonava il corno e volevo imitarlo. Fa parte della nostra tradizione, i contadini lo usavano per comunicare da un alpeggio all’altro. Si avvisavano dell’arrivo della pioggia, degli smottamenti o dello smarrimento di un capo di bestiame. È diventato poi uno strumento musicale per esibirsi nelle feste popolari. È la mia arma, fa parte di me”. Mentre parla assembla con cura le parti di un corno poi si ferma, tira un respiro e suona. Noi rimaniamo zitti, commossi. E torniamo a pensare alla bellezza del viaggio che è prima di tutto incontro.

Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo. Seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro e il posto più insignificante della terra diventa un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare (Tiziano Terzani)”.

Il corno delle Alpi
Il corno delle Alpi assomiglia ad una lunga tromba di legno senza pistoni o fori, con un padiglione finale ricurvo e un bocchino che facilita la trasmissione delle vibrazioni delle labbra. Veniva utilizzato dai pastori in diversi modi: per richiamare le mucche dal pascolo, per la preghiera, per raccogliere l’elemosina ma soprattutto per comunicare tra le valli. Dopo il 1800 perse in parte queste funzioni e si cominciò a utilizzare come strumento musicale durante le feste. L’Associazione svizzera di jodel (fondata nel 1910) lo ha riscoperto e promosso. Al momento conta tra i suoi membri circa 1800 musicisti in Svizzera e nel mondo. I musicisti si esibiscono in eventi come la Festa federale di jodel e l’Alphornfestival di Nendaz. Negli ultimi anni il corno delle Alpi è stato introdotto anche nella worldmusic, nel jazz e nel rock etnici. Si può suonare in duetto, terzetto, quartetto e in coro.

Alla fattoria Schiltenof a Iseltwald si può pernottare nella stalla © LifeGate
I formaggi prodotti alla fattoria Schiltenof © LifeGate
Ernst Schilt costruisce e suona il corno delle Alpi © LifeGate
Foto dell’album di famiglia degli Schilt © LifeGate
Suonatori con strumenti e costumi tradizionali © LifeGate

Da Iseltwald passa il percorso delle tre cascate, che parte da Bönigen e arriva a Brienz, tra prati, boschi, rocce e l’azzurro del lago. Tocca le cascate di Eschwanden, di Mülibach (al di sopra di Iseltwald) e quelle di Giessbach. Il sentiero in totale conta 18 chilometri ed è adatto a tutti. Noi ci dirigiamo verso Giessbach.

Cascate Giessbach e Grandhotel
Sono imponenti le cascate di Giessbach, quattordici salti dove l’acqua corre con tutta la sua forza per 500 metri d’altezza fino a buttarsi nel lago di Brienz. Da dovunque le si osservi – dal basso, dalla passerella che le attraversa, dal passaggio scavato nella roccia – sono uno spettacolo che travolge i sensi.

In questa meravigliosa cornice naturale, nel 1875 venne inaugurato il Grandhotel Giessbach, disegnato dall’architetto francese Davinet (lo stesso del Grand Hotel Victoria-Jungfrau di Interlaken). La struttura attirò turisti da tutto il mondo che con il battello attraversavano il lago e dall’imbarcadero salivano all’ingresso dell’hotel con quella che è la funicolare più antica d’Europa. Una favola, insomma. Dopo la fortuna iniziale, il Giessbach andò incontro a una storia travagliata. Subì un incendio nel 1883 e cadde poi in disuso durante la seconda guerra mondiale rischiando così di essere smantellato. Fu l’ambientalista Franz Weber nel 1982 a lanciarne l’azione di recupero con una raccolta di donazioni “pubbliche” che andò a buon fine. Oggi abbiamo sotto gli occhi un gioiello storico e architettonico, uno scrigno che contiene innumerevoli opere artistiche, arredato completamente in stile belle époque. Ogni stanza è differente perché allestita con mobili d’epoca che le persone hanno donato.

Cascate Giessbach. Foto: Markus Giger.

L’aggettivo romantico non basta per descrivere questo luogo magico in cui gli oggetti sembrano avere mille storie da raccontare e ogni dettaglio esprime cura: dai fiori sui tavoli del ristorante Tapis Rouge alle materie prime utilizzate in cucina. Forte è l’interesse per il tema della sostenibilità che si declina in diversi modi: dal rispetto dell’ambiente naturale circostante (22 ettari di parco) alle pratiche legate al riciclo, dall’uso in cucina di prodotti del territorio alla valorizzazione generale di questo luogo considerato patrimonio pubblico.

In quest’ottica è stata recentemente restaurata un’antica serra affidata alla rete Pro specie rara che si occupa di salvaguardare la biodiversità e che coinvolge persone con disabilità. Insomma, al Grandhotel Giessbach non regna lo sfarzo ma l’attenzione e la consapevolezza verso un monumento da proteggere. Anche questo significa saper guardare lontano: volgere lo sguardo al passato e riconoscere il valore di ciò che il tempo ci ha consegnato. Lo sguardo si allunga tra le sublimi vette alpine e scendendo incontra la cultura e le storie antiche racchiuse nell’Oberland Bernese. Un territorio che si rivela cornice spettacolare e autentica per il sogno.

Il ristorante Tapis Rouge presso il Grandhotel Giessbach © Paola Piacentini
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