Un metro – parte 2 (di giudizio)

di Smaranda Chifu
(pubblicato su smarandachifu.com il 10 aprile 2020)

Ante scriptum: questo articolo non parlerà, se non in maniera del tutto casuale e tangente, di montagna. E sarà uno dei pochi articoli che non ne parlerà, su questo sito. Perché non sto, chiaramente, andando in montagna.

In uno dei film ai quali più sono affezionata, L’Odio, si dice che ”il problema non è la caduta ma l’atterraggio”.

Guardo la data di scadenza dello yogurt, mentre faccio colazione. Ha una prospettiva di vita più lunga della mia, bastardo di un vasetto di plastica. Mi vesto, mi trucco e mi preparo come se fosse una giornata normale, sto per uscire di casa e incontrare (poche) altre persone, in un’occasione che comunque è uno dei tanti riti della vita. In fondo, seppur infelice, è la più normale delle giornate che abbia vissuto negli ultimi mesi ed è strano che io ne sia quasi grata: un funerale. Ho partecipato a un funerale per il quale abbiamo aspettato che aprissero il cancello chiuso a chiave del cimitero, 15 minuti di raccoglimento in meno di dieci persone, distanti. E mi sono sentita grata perché io ho bisogno di affrontare e accettare i lutti, i traumi, perché la fisioterapia del cuore è fondamentale, senza si cammina zoppi, si inciampa presto e ci si fa ancora più male.

Questo momento è una bolla. Dentro possiamo starci bene o male o sentire di non starci proprio. Il problema è che la bolla toccherà terra, si romperà e quando atterreremo tutti, di nuovo, ritroveremo più o meno dolorosamente la vita vera, quella in cui esistono gli altri, esistono il lavoro, le relazioni, il futuro, le responsabilità, i progetti che abbiamo sospeso, la vita che ci siamo costruiti. A un certo punto torneremo ad avere una prospettiva più lunga dello yogurt, per fortuna direi. Ho scelto di connettermi nei modi giusti per me con la realtà, di pensare al dopo e alle mie persone, di rielaborare alcuni rapporti e alcune esperienze, perché il dopo esiste e non pensarci significa che c’era un problema nel prima, qualcosa da cui fuggire.

Di questo periodo non ricorderò la felicità come alcuni, che a me sembra comunque strano che sia così, ricorderò piuttosto la calma in mezzo alla tempesta, ricorderò che la pace se non è reale e profonda è un velo che copre agli occhi l’inquietudine, inutilmente. Per me è stato un periodo denso di perdite e di momenti in cui ho aperto la mano e lasciato andare, non senza dolore. Ma per me l’unica vera strada è attraverso le cose, non di fianco. Ho ripreso a fare yoga bene, con una calma di cui mai avrei pensato di essere capace, accettando il dolore al punto da non averne paura. E’ stato importante scoprire che sono fortunata a star bene nella mia testa e nel mio corpo e che dentro di me trovo meravigliosi strumenti.

La montagna c’è, ci sarà e mi sono resa conto di quanto sia importante ma di quanto non sia totalizzante, per me. E di quanto io sia felice che non sia totalizzante, che ci sia altro, che io possa trovare altro. Ho lasciato che il resto avesse più spazio e no, non ho scoperto quanto era bella la mia vita ora, ho scoperto invece quanto sono fortunata ad averlo sempre saputo. Mi manca la mia vita perché l’avevo davvero scelta e sì, non vedo l’ora di riviverla.

Perché sì, anche se questo sito parla solo di montagna, come tutti, ho una vita. Ho una vita con un lavoro, ho una passione per l’arte, ho pianto quando ho visto il Padiglione Tedesco di Ludwig Mies van der Rohe a Barcellona e ho pianto quando la mia prof del liceo ci ha spiegato il 13esimo canto dell’Inferno di Dante (quello dei suicidi, da sempre il mio preferito, e sì, ho un canto della Divina Commedia “preferito”), uno dei posti più belli al mondo che ho visto è il cratere del Ngorngoro in Tanzania e soffro parecchio di mal d’Africa. Ho visto l’aurora boreale e no, in foto non è la stessa cosa. Mi piace tantissimo Milano, soprattutto al mattino presto. Ho partecipato al Carnevale di Venezia. Ho insegnato a mia nonna le divisioni col resto. Odio i film splatter ma mi piace tantissimo Tarantino. Ho la mania delle edizioni dei libri. Non sopravvivo senza il Kindle. Educo me stessa a mangiare qualsiasi cibo. Ho visto tanti film, film belli dico. Uno dei concerti più belli della mia vita sono stati i Tool. Non ho mai visto lo Schiaccianoci dal vivo, eppure ho visto parecchi balletti alla Scala. Per un periodo mi sono messa a studiare il funzionamento delle ottiche fotografiche. Il mio fumetto preferito è Watchmen di Alan Moore ma non mi piacciono i fumetti giapponesi, anche se ne ho letti parecchi. Non ho mai avuto abbastanza pazienza da imparare a suonare uno strumento musicale, nemmeno in quarantena, non so leggere un pentagramma e la cosa periodicamente non mi dà pace come una spina nel fianco. Leggo l’Internazionale, praticamente tutte le settimane, soprattutto quando devo educarmi a ragionare ancora di più. Di fronte a qualsiasi discriminazione, di razza, di genere, di orientamento sessuale non so stare zitta, mai, sono una paladina polemica e penso che stare zitti di fronte alle ingiustizie, all’ignoranza e all’odio ci renda colpevoli (“pensate di essere assolti ma siete comunque coinvolti”). So mungere una mucca, a mano, me l’ha insegnato mia nonna come scambio per le divisioni col resto. Sono cresciuta in campagna, in una fattoria e l’ho capito anni dopo che ciò che sono oggi è nato lì. Mi piace tantissimo cucinare, ma devo avere tempo. Non sopporto le luci forti, vivo di lampade con luci gialle e calde. Ho una casa mia che amo. Mi sono tinta i capelli rossi, da sola. Ho verniciato le persiane. Ho sistemato i cassetti, buttato cose non più utili (lo faccio ciclicamente, non accumulo oggetti, mi fanno sentire sopraffatta), ho lavorato avendo la grande fortuna di poterlo fare da casa, ho scritto, per me stessa e per gli altri, ho pianto e ho passato giornate a non farcela. Mi sono allenata al trave, male e senza troppa convinzione. Finché ho potuto sono andata nel bosco dietro casa, da sola, mentre il mondo ancora dormiva e difenderei questa mia scelta con una forza d’animo che mi fa sentire viva. Non sono solo montagna.

Mi sono anche chiusa molto, rinunciando anche temporaneamente a canali di comunicazione aperti come rubinetti, perché mi sono ricordata che avere gli strumenti per capire il mondo, avere un metro di giudizio per distinguere le informazioni vere da quelle false, fare ragionamenti propri, è una salvezza in un mare di odio, frustrazione e rabbia. Ma se non si ha uno scudo, bisogna imparare a difendersi. E su questo lavorerò molto in futuro.

La montagna non è mai stato un riempitivo, ora lo so. Perché non mi è mancata in modo estenuante, come una droga tolta. E’ una mancanza molto più sottile, pacata, consapevole: sarà sicuramente il primo posto dove tornerò ma senza nemmeno troppa foga. La montagna è una componente importantissima della mia vita, ma non è la mia vita. Credo che nulla, nella mia vita, coincida con essa. Per fortuna. A me va bene che per me sia cosi. Che nulla sia tutto perché tutto è necessario ma nulla è indispensabile.

Un metro di giudizio nei confronti di un mondo malato e temporaneamente impazzito. Ognuno il suo, ma mi sono sentita in pace ad averne uno composto da così tanti filtri da permettermi di guardare il mondo e vederlo sempre a fondo, da permettermi di capire e di essere felice, nonostante un funerale, la bolla, la non-montagna, le persone che mi mancano, quelle che mi mancano invano e tutto ciò che ancora devo imparare, tutto ciò che per fortuna devo ancora attraversare per scoprire quello che già so, che sono ancora una volta, immensamente fortunata.

«Let everything happen to you, beauty and terror, keep on going, no feeling is final (Rainer Maria Rilke)».

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