Trilogia delle Valli Sperdute

di Mario Ogliengo e Lorenzo Barbiè (i Pericoli 1 e 2)

Prefazione
‘The Big Chill’ (Il Grande Freddo) è un film americano del 1983 per la regia di Lawrence Kasdan con Glenn Close, Kevin Kline, Jeff Goldblum, William Hurt ed altri. Il titolo è evocativo e bene si coniuga con le nostre storie. La colonna sonora di questo film ci ha accompagnato e cullato nel corso di quegli anni. Ogni storia raccontata si intreccia con queste musiche, citate in ogni capitolo. Atmosfera dejà vu. Buona lettura e buon ascolto

Prologo
Una bella giornata d’inverno, i cristalli di neve enormi si sfarinano al nostro passaggio. La neve è soffice e la traccia scompare dietro di noi, quasi una scia sul mare. Questa Valle è magnifica e non ci stancheremo mai di sciarla. L’atmosfera che si sta creando tra di noi, vecchie pellacce, ogni anno più lente e arrugginite, diventa nostalgica. Ovunque intorno a noi, su tutti i versanti vediamo solo tracce, tutti i pendii e i canali sono percorsi e ci sono pendenze cattive. Sorridiamo e un po’ di invidia la coviamo per chi ha lasciato queste firme. Non più pane per i nostri denti, un gran peccato… ma se ritorniamo indietro solo di un po’ ci viene da pensare ai nostri ‘Giorni Grandi’, scusa Walter, ai giorni sulla neve, alla nostra passione che compensava la tecnica scarsa, alla noia del lavoro in ufficio che forniva la benzina per evadere. Anche noi, a nostro modo eravamo estremi: senza pale, senza sonde e Arva. Senza Goretex o previsioni meteo. No Gps, no barrette o integratori. Eravamo sicuramente incoscienti. Temerari, forse, fortunati di sicuro. Ci piaceva da morire l’avventura. Oggi possiamo togliere un po’ di ragnatele e di polvere ai ricordi e rivivere il film di una quarantina di anni fa.

Non ci potevamo lamentare. Eravamo giovani, chi già lavorava, chi occupava scuole. Vestivamo l’eschimo, avevamo basettoni o capelli scompigliati, pure quelli se ne sono andati! Ci incazzavamo ma non ci lamentavamo perché Torino impastata di nebbie e di smog in inverno a volte ci sorprendeva. Certe mattine dai finestrini sporchi del tranvai l’orizzonte era terso e le montagne bianche potevi acchiapparle con la fantasia. E noi eravamo pronti. Pronti ad evadere, a scappare, a sfiancarci in montagna per stare bene, per raccontarla alle ragazze, per raccontarla a noi stessi, per sentirci un po’ migliori anche se solo per poche ore. Piaceva alzarci il sabato alle quattro dopo una notte passata “a giocare a carte e bere vino”. Schiacciati nella Dyane o in una Seicento, come sardine in scatola, si partiva alla ricerca del Walhalla.

La nostra psiche funzionava strana. L’unica certezza era questa: ‘nessuno è passato di lì’, perché nessuno era così svitato da risalire dei Valloni dimenticati da Dio e dagli uomini con mulattiere scassate e abbandonate e sottoboschi selvaggi. Trovavamo sempre cento buoni motivi per farci del male Di neve ne scendeva tanta nel secolo scorso. Inverno e primavera erano un pozzo senza fine di belle gite e belle nevi. Succedeva che una volta in cima ci lasciavamo conquistare dal primo pendio che ci trovavamo di fronte. Era lì che avremmo lasciato le prossime tracce e poi fidatevi: di sicuro nessuno c’era stato. Questo fu l’inizio di un modestissimo ‘Wild Bunch’ subalpino che non si accontentava di mettere croci sull’Aruga-Poma appena sfornato[1]. Noi dovevamo sollevare tutti i tombini per vedere cosa si nascondeva sotto. Inseguivamo galeoni spagnoli da assaltare, miglia su mari in tempesta, e scoprivamo angoli meravigliosi. A ben vedere gli svitati e potenzialmente pericolosi eravamo noi due, ci supportavamo e spronavamo a vicenda. Poi, come in tutte le crociate che si rispettino, ingaggiavamo guerrieri che non necessariamente offrivano grandi garanzie.

Fu allora che decidemmo di scantonare dalle tracce battute, non ci bastava il bel pendio accanto a tracce usate. Eravamo egoisti e così a volte i giochi si complicavano.

Mai più sul Plu
Bracchiello, non vi dice molto vero? Sono quattro case malmesse e ammonticchiate, un’osteria, ora bruciata, il tutto piazzato lungo la strada che sale ad Ala di Stura e termina al Pian della Mussa, là dove si sono inventati la “Montanara ohè si sente cantare”.

Questa metropoli è lì, proprio dove quel “gran” Rio del Crosiasse salta nella Stura di Lanzo. Più in su il rio discende l’omonimo vallone: il Vallone del Crusias appunto, detto anche la Shangri Là delle Valli di Lanzo. Le Valli di Lanzo per antonomasia sono tre, ma poi c’è questa anomalia, questo disturbatore geografico, questa incomoda valletta incuneata tra la Val d’Ala e la Val Grande, con andamento svirgolato che diventa poi parallelo alle due valli. Questa valle nascosta e misteriosa cela un paio di bei bricchi, il Doubia, il più alto con i suoi duemila quattrocento e più metri che però è un po’ sfigato perché alla sua destra (orografica s’intende) lo sfida il Piccoletto. Il Plu che, con i suoi 2201 metri, dispone di una carrozzeria di altro livello: una piramide bianca, ripida e nascosta, una chicca probabilmente mai sciata. Al Plu si andava in primavera e in autunno per consumare i polpastrelli sulle sue placche rosse e rugose. Camminavamo due ore faticose perché non avevamo niente di più comodo a portata di mano, un qualcosa di intermedio tra “la lotta con l’Alpe” e i “Nuovi mattini” che stavano sorgendo.

In inverno, quando si risale il fondovalle per un attimo si intravede la Piramide coperta da uno spettacolare e bianco piano inclinato sospeso su di un immaginario che ti devi inventare. Questa sciabolata sparisce dietro un costone che forse, e diciamo forse, lascia credere ad una continuazione ideale da sciare. E qui lor Signori della Corte una perlustrazione si impone: si potrà sciare lì dietro?

In un giorno di un freddo gennaio siamo in cinque a mettere i piedi nel paesello: Renzo, un misto di Baden Powell e Che Guevara, entusiasmo e personalità in abbondanza, grandi esperienze e capacità nel trovare i peggiori terreni su cui ‘possibilmente’ sciare. In breve il pericolo pubblico numero 1.

Enrico, posato, sornione, purtroppo per il resto della squadra troppo intelligente. Sì, una persona in gamba.
Piter (con la i), ah il nostro vecchio Piter come l’omonimo Sellers ma molto più coltivato e altrettanto ‘British’. Uno che aveva sciato ovunque e che nonostante tutto non si divertiva a sciare perché non ne era capace. Un bel mistero.
Dante, la nostra mina vagante, da un momento all’altro poteva fare partire un Gran Casino, un cuore grande come una casa.
Mario, con Renzo, è l’altro sorvegliato speciale; il giovane che cerca di superare i maestri con la conseguenza di aumentare la confusione.
Non era proprio l’alba ed il tramonto sarebbe arrivato sempre troppo presto. Via per una mulattiera ancora orgogliosamente lastricata, mangiata dagli arbusti in molti suoi tratti, ma adesso sepolta da un’abbondante coltre di neve.

Pietroni, traversoni su terreno non propriamente sciabile. Come gli amanti ci perdiamo per poi ritrovarci sulle poche tracce degli animali, gli unici che ancora percorrono queste antiche vie. E poi il nulla; dobbiamo scendere al ruscello, il solo modo per proseguire, e qui inauguriamo quello che qualche anno più tardi diventerà il torrentismo. Questa peculiare attività che con lo sci ha nulla a che vedere la effettuiamo in salita e con gli sci ai piedi. Come riscaldamento non è malaccio. E ora ci tocca una gimcana tra sassi e pozze ghiacciate, tra sbrendoli di neve che nascondono dei bei trappoloni. Ed è proprio in questo zigzagare che Dante, il più pesante della compagnia ci casca. Sfonda un ponte di neve e si ritrova incastrato a testa in giù con il naso ad un palmo dall’acqua. Torrentismo, claro che sì. Una faticaccia rimetterlo in piedi ma ci riusciamo e si continua. Impercettibilmente la valle si allarga, compaiono le prime radure. Per farla breve un buon terreno per sciare. Incontriamo baite dimenticate, resti di tempi andati. Siamo sui 1100-1200 ma la neve qui abbonda. Tracciamo una pista che è più simile ad una trincea. Ormai abbiamo preso il ritmo seppur a velocità molto, molto ridotta. Ci diamo il cambio con una certa frequenza anche se qualcuno trova sempre la scusa per una foto, per sistemarsi gli scarponi o la pelle che sta scappando. Qualche volenteroso che prenda il comando e batta c’è sempre. Il terreno è divenuto decisamente sciistico. La valle si svela, una bellezza rivestita da una coltre di panna montata che smussa e addolcisce dossi e conche. Mica tanto dolce è il triangolone che scende ripido dal nostro obiettivo.

Ci restano 500 metri di dislivello da superare. Lo guardiamo con una certa preoccupazione, soprattutto per cercare una linea di salita che sia sicura. Un costone piuttosto dritto ci permette di continuare senza invadere i due versanti ripidi e ben carichi di panna. Non siamo delle meteore e sono quasi le 3 del pomeriggio. I nostri iniziano ad essere perplessi sul continuare o fermarsi. Piter, il più saggio decide che basta così. L’Armata Brancaleone riparte. Batti e ribatti eccoci su questa linea quasi perfetta; la risaliamo facendo una traccia regolare, costante ed estetica, così come è estetica questa costa sospesa nel cielo. Nonostante l’altezza modesta l’impressione è quella di essere su un bel 4000. Non siamo lontani dalla cima. Gli ultimi metri sono grandiosi, è un’apoteosi e noi ce la godiamo tutta anche se siamo alla frutta. Adesso ci tocca fare i conti con l’ora. Sono le 16.15 d’un giorno d’inizio gennaio. Il buio è dietro l’angolo. Non c’è il tempo di concederci una sosta che ci piacerebbe assai considerato il gran mazzo. Via le pelli e giù a stecca in discesa. Grande sci su questo pendione. Raggiungiamo i piani ma la strada è ancor lunga e il tempo si dilata mano a mano che scendiamo. Discesa in penombra su pendii ancora sciabili fino al tratto inferiore dove le Madonne si sprecano. Una Beresina, ma quel giorno qualcuno ai piani alti fu benevolo e non volle infierire su di noi. Con qualche botta e i sederi un po’ ammaccati arriviamo a Bracchiello, una metropoli ai nostri occhi spessi. Sono le 19.30, è notte fonda e a dire il vero siamo un po’ stupiti. Non delle nostre ‘straordinarie’ capacità ma della fortuna che ci ha accompagnato. Questa volta l’abbiamo, metaforicamente parlando, fatta fuori dal vaso ma di questo ne riparleremo. Una piola ci aspetta con qualche tomino, delle acciughe al verde e una Barbera che ricordiamo ancora. E lì comodi e rilassati ce la contiamo e ce la cantiamo.

 

Dal Plu a Viù
Viù fa rima con Plu. Assonanza o attrazione fatale. Non è così importante. Quello che conta è scovare itinerari sconosciuti, esplorare. Mettiamo in cantiere un nuovo progetto. L’idea è sempre quella: partire alla caccia di montagnone e montagnette ben cariche di neve, nessuna traccia e gloria a palate. Chi meglio di noi dispone di esperienza, determinazione, volontà ed energie per incasinarsi sempre? Siamo pronti a cacciarci nelle peggiori boschine. Col termine “boschina” s’intende “terreno coperto da fitta vegetazione arborea e/o cespugliosa tale da non offrire alcuna opportunità sciatoria”. Sì, ma poi c’è (ci dovrebbe) essere il premio con l’impenetrabile sottobosco che dà accesso ad uno sci di qualità, a terreni goduriosi. Disponiamo di una sola, e a quel tempo unica, mappa del tesoro, la IGC n. 2 all’1:50000. Puntiamo tutte le nostre fiches sul Vallone del Saulera. Il caso, o l’inconscio, vuole che la nuova meta si trovi nella stessa Valle di Lanzo, neanche troppo lontano in linea d’aria dal Plu. Pieno inverno, freddo crudo e vagoni di neve. Un copia-incolla perfetto delle condizioni che trovammo al Plu, anche se in quegli anni questi termini non esistevano. Anche Mezzenile non è propriamente una metropoli, circondata e composta da un gran numero di frazioni: vecchie case esposte ogni-dove su per la montagna. La strategia che abbiamo ideato dopo ‘un’attenta’ analisi della carta dovrebbe essere molto semplice: partiamo da un punto indefinito, coincidente con un termine della strada incognito, seguiamo un supposto sentiero che in quattro e quattr’otto ci deposita sul fondo del Saulera. Un gioco da ragazzi: ragazzi sì, ma anche pirla. Tanta neve richiede tante braccia o meglio gambe e polmoni; ingaggiamo 7/8 ‘mercenari’ con il muscolo pronto. E’ sottinteso che i due soliti strateghi dirigeranno la spedizione. Ci sarà da divertirsi, garantito. Purtroppo i conti si fanno sempre senza l’oste e una volta partiti ci ritroviamo ben presto impantanati sul sentiero che si riesce a stento ad individuare. Superata la selva oscura, davanti a noi si allunga un eterno traverso che si infila tra barre di roccia sparse e ripidi canalini. Il sentiero esiste ma è nascosto sotto un metro di neve che si scalda al sole. Lontano, molto lontano appare il Vallone. Ecco svelato il mistero del perché nessuno prima di noi se ne era andato a spasso con gli sci in quelle contrade. Qui alcune perplessità serpeggiano nel gruppo cui segue opera di convinzione da parte degli ideatori della gita. Per disinnescare l’ammutinamento diamo un’occhiata alla carta, tempo ne abbiamo in abbondanza e possiamo sempre fare dietrofront (forse!) se la situazione si complica.

Una certa determinazione prevale, così via uno via l’altro, ci inoltriamo sul Grande Traverso; la neve abbondante ci lascia avanzare procurandoci scosse di adrenalina. Ogni passo deve essere consolidato, non è una traccia quella che facciamo ma un fosso. Ci alterniamo dopo brevi tratti, sudando come cammelli. Non solo questo traverso esposto sembra non finire mai ma il fetente perde pure leggermente quota. Iniziamo a pensare che il ritorno per lo stesso itinerario non sia da prendere in considerazione. Come diceva qualcuno: la sola via d’uscita è verso l’alto ma non ricordiamo come sia finita quella storia. Noi, per questa volta, salviamo capra, cavoli e pellaccia. Dopo non so quanto tempo atterriamo sul fondo del vallone, come la quiete dopo la tempesta. Vista da qui la nostra traccia è da denuncia per istigazione al suicidio. Ancora una volta l’abbiamo sfangata e con il senno di poi molte domande si impongono. Sì, ma con il senno di poi. Si mangia, si beve, si scrostano le pelli dagli zoccoli massicci. Intorno a noi l’ambiente è magnifico. Dietro, la forra che abbiamo percorso ricorda le vallate nepalesi. Di fronte i pendii sono perfetti, disegnati per il piacere di sciare ma noi non scieremo mai su queste perfezioni o per lo meno non adesso; verrà il tempo in cui questi pendii saranno solcati da estetiche serpentine, ma questa è un’altra storia. Adesso è tutto chiaro, dovremo salire sulle creste e trovarci una discesa sull’altra valle, la Val di Viù. Ripartiamo dunque in direzione delle suddette creste. Considerato che non abbiamo nessuna idea di cosa ci aspetti sull’altro versante, cerchiamo di aumentare il nostro ritmo che risulta comunque moscetto. Tra dossi e avvallamenti il lavoro di battitura prosegue alacremente; il primo si fa un gran mazzo, il secondo un po’ meno, quelli che seguono hanno il tempo per chiacchierare e guardarsi intorno. Impiegheremo parecchio per raggiungere la sella, della quale solo recentemente ne scopriamo il nome, Colle Pian Fum, alla stratosferica quota di 2046 metri.

Le truppe sono piuttosto acciaccate e qualcuno di noi arriva al colle ben cucinato. Come sempre gli ultimi non saranno i primi in discesa poiché sono anche gli sciatori più scarsi. Per nostra fortuna il terreno è ottimo e la neve anche; orientarsi non è difficile anche se tracce proprio non se ne vedono e poi basta scendere paralleli alla sequela di speroni rocciosi che scendono dalla Rocca Moross. Lasceremo comunque qualche bel cratere lungo la discesa; qualche ammaccatura ma nessuna perdita. Le ore scorrono veloci, il tardo pomeriggio ci deposita ai Tornetti, al centro di una conca oggi frequentata in modo massiccio dagli scialpinisti. In quel momento l’atmosfera era lunare, sì, perché la luna era già apparsa e la notte era dietro l’angolo. Siamo fortunati, la strada che scende a Viù è coperta di neve, le poche auto che l’hanno percorsa hanno compattato il fondo, una pista perfetta. 400 metri più in basso incontriamo i primi lampioni accesi e le prime case; in breve siamo, sci ancora ai piedi, nella piazza di Viù ed è già buio. Le auto ci aspettano a una ventina di chilometri, nell’altra valle; cosicché un paio di sfigati si piazzano sul bordo della strada con il pollice caldo. Quanto tempo impiegarono per scendere e ritornare a recuperarci non lo ricordiamo, per nostra fortuna un’osteria era aperta e pronta ad accoglierci. Il finale della storia è analogo a quello del Plu, un po’ come nei fumetti di Asterix: tutti intorno ad un tavolo.

Sotto l’Unghiasse
L’ottobre scorso si vagabondava su per i sentieri che vanno ai Laghi di Bellagarda, i colori pastello dell’autunno ci accompagnavano. Le Levanne e l’imbuto del Col Perduto si erano già vestiti d’inverno. Un bel gruppo di solidi amici ritorna con i ricordi a tempi andati e a giornate intense vissute negli stessi luoghi, protagonisti di variegate avventure invernali.

Come Plu fa rima con Viù così Crosiasse fa rima con Unghiasse. Però che nome quest’Unghiasse, qualcosa di aggressivo, di poco domestico. I nomi esercitano una magia, sono corporei, istintivi o semplicemente evocativi.

Questo qua ce lo ritrovavamo sempre davanti al naso quando ci aggiravamo nell’alta Valle d’Orco. Anche qui ci troviamo di fronte ad una conca parallela o quasi alla valle principale. Curioso, si tratta di una geografia analoga agli itinerari raccontati nelle puntate precedenti.

L’Unghiasse è un montagnone piazzato a cavallo tra la Val Grande di Lanzo e l’Orco. Il vallone si sfila sotto la montagna e prende il nome di Vallone di Deserta, svirgola in basso con un salto che piomba su Gera, una delle prime frazioni di Noasca. Il vallone sembra incassato, ombroso e triste, lontano da sguardi indiscreti, selvaggio e contornato da pareti che scendono direttamente dalla cima. Solo Ugo, sì, proprio il ‘Manera’, le ha considerate, trovando una bella linea di arrampicata su questo granito appartato. Seduti sui bordi dell’ultimo dei Laghi di Bellagarda, proprio sotto il pendio terminale di Bocchetta Fioria, non abbiamo potuto fare a meno di ritornare a una delle nostre ‘imprese’ invernali.

Una gita un po’ particolare, forse sconosciuta. Sulla carta pareva abbastanza semplice e il dislivello contenuto; ordinaria amministrazione per dei tosti come noi. Quell’inverno era piuttosto magro e secco, neve poca. Succede sovente a gennaio, quando i giorni sono corti e il freddo morde, noi scegliamo i casini migliori nei quali cacciarci. A noi le gite rilassanti dopo un po’ ci annoiano. Non possiamo proprio farne a meno, cerchiamo rogne e quasi sempre le troviamo. Cerchiamo di organizzarci al meglio e non tralasciare alcun dettaglio. Scegliamo accuratamente i nostri accoliti, così ci ritroviamo alla partenza con una armata assai variegata. Questa volta ai soliti ‘Due’ si sono aggiunti Enrico, sì, proprio quello del Plu, Giuan, che si porta dietro il nome del patrono degli scialpinisti: San Giovanni Battipista, Paola, la Signora di Enrico (si fa per dire) impassibile ad ogni balzano evento, che anzi apprezza, la Luisa, quella di Mario che non sa ancora in che pasticcio si stia cacciando ma lo sospetta, e poi Petrus, lo storico, del quale ci sarebbe troppo da dire o meglio che sicuramente avrebbe da dire sulla storia dei monti siano Cervino od Unghiasse, c’è Teresio, Gesuita originale garantito, che dovrebbe essere meglio di una Assicurazione ma peggio di una catastrofe; altri ancora erano presenti, ma sorvoliamo sulle loro perdute tracce.

Sono le 8 e mezza del mattino quando apriamo le danze che iniziano con qualche mugugno sulla scelta dell’orario. Troppo tardi per qualcuno, troppo presto per altri; ci ridiamo sopra ma avremo modo di ricrederci qualche ora dopo! Da una delle frazioni basse di Ceresole, site sotto la diga, andiamo su per un bosco ripidozzo, seguiamo una traccia di sentiero, che un po’ ci agevola ma ci costringe a lunghi giri e rigiri tra saltini di roccia e colate ghiacciate, come al solito un gran bel terreno per non sciare, ma restiamo ottimisti. Bell’ambiente con vista privilegiata del versate meridionale del ‘Granpa’, e più in basso le belle placche granitiche del Sergent, la nostra piccola California scalatoria. A fianco del Sergent si distingue molto bene la Baita di Rubizzone, la nostra base quando, mollati gli sci, indossavamo bandane e scarpette e su a scorticarci sulle pareti di questi piccoli Capitan. A ben vedere anche noi in quel periodo, inconsciamente, cercavamo un’evoluzione nello sci alpinismo su per pendii dimenticati: un ‘Nuovo Mattino’ versione inverno.

Usciti dal bosco, e vi assicuriamo non fu una passeggiata, ci ritroviamo tra i resti degli alpeggi del Lilliet, nella zona dei Laghi di Bellagarda, cinque laghi sparpagliati a quote diverse. La poca neve ce ne lascia intravedere alcuni. Gli ultimi di questi laghi li troviamo sulla spianata prima del canale-pendio che raggiunge il Colle. Qui l’Armata si è frantumata e qualcuno spunta solo adesso sui piani inferiori. Impiegheranno un’eternità a raggiungerci e noi abbiamo il tempo di riconsiderare i nostri metodi di selezione. Qualcuno ci raggiunge un po’ provato, altri sono decisamente alla frutta. Le ore passano inesorabilmente. Da qui al colle ci aspettano non più di 200 metri di dislivello ma la neve è quella che è, dura e placcosa. In aggiunta in quei tempi i coltelli che si applicavano agli sci, i ‘Bilgeri’, godevano della robustezza delle posate di plastica, non ci erano di grande aiuto e pochi li avevano. E allora via con i cambi di assetto. Togli gli sci, sbattili sul sacco, picchia sulla neve dura, sbuffa e arranca e non vi diciamo l’inferno di quelli che ci seguono con le gambe molli e il rantolo in agguato. Nonostante questo sfacelo, al colle, dal poetico nome di Bocchetta Fioria, troviamo il tempo di scolarci una buona bottiglia che l’Enrico si era ritrovata nel sacco. Per non farci mancare niente lo accompagniamo con risottino semi congelato sortito miracolosamente dallo zaino dell’imperturbabile Paola. Noi atleti ci reidratavamo in questo modo. Non mi dilungo troppo sulle reazioni dei ‘cucinati’, rammentiamo solo che l’ineffabile Gesuita utilizzò espressioni non propriamente in linea con la carità e la morale cristiana. Siamo a 2400 metri ma per alcuni la sensazione è quella di essere sopra i 7000.

Dei geni, socio, siamo proprio dei geni”. Sono le 4 del pomeriggio, e adesso?

Il versante opposto, quello che guarda Noasca, per intenderci, e che intendiamo percorrere in discesa, si presenta in buone condizioni: terreni aperti e non troppo impegnativi. Si è fatto tardi, troppo tardi, così scappiamo giù per il Vallone di Deserta, un nome che è una garanzia. Siamo abbastanza veloci da superare un bel mille metri prima che il buio arrivi. Ci piantiamo nella prima penombra; impieghiamo un bel po’ per reperire una vaga traccia di sentiero. Stentiamo a credere ma qualcuno estrae una frontale dal sacco; perfetto! peccato che le pile siano completamente scariche. Buio completo e pedalare. Pedalare si fa per dire, ci trasciniamo a tentoni, giù per questa vaga traccia annusandola di continuo per la paura di perderla, tirando e spingendo i derelitti. Pietre, fogliame imputridito, ghiaccio e ramaglie secche ce la metteranno tutta per ostacolarci, poi, improvvisamente, intravediamo un bagliore, la classica lucina delle fiabe. Dopo poco entriamo trionfanti, si fa per dire, a Gera dove uno dei due o tre residenti della frazione, una signora per essere esatti, ci accoglie con questa espressione ‘vui autri seve tuti mat’, facile da capire e forse non aveva tutti i torti.

Ancora una volta la sosta al freddo sarà lunga, nell’attesa che qualcuno ci recuperi per tornarcene a casa.

E’ stata un’esperienza contradittoria e bizzarra ma anche positiva: nonostante la nostra incoscienza nessuno è finito al Pronto Soccorso e noi due forti del successo conseguito avremmo cercato altri obiettivi. Peccato che da quel giorno qualcuno degli splendidi eroi che avevano condiviso con noi gioie e dolori non si sia più prestato a vivere altre mirabolanti avventure. Un vero peccato, nuovi proseliti ci attenderanno.

Epilogo
E siamo qui, “noi che avevamo trent’anni, che abbiam girato il mondo e l’America e adesso siamo stanchi”.[2]

Qui in una gita divenuta ormai classica, percorsa quasi a getto continuo, ad ogni ora del giorno e talvolta della notte. Il fiato è corto ma anche oggi siamo in cima. Non ci hanno lasciato molto spazio per qualche bella traccia, tutti andavano a mille. Ma non preoccupatevi, se la cercate, qualche bella conca nascosta, qualche valle dimenticata la troverete sempre, fidatevi.

“This Land is your Land” è la ballata di Woody Guthrie per noi vagabondi delle Nevi.

 Note
[1] Aruga-Poma è il riferimento al libro grande classico dello scialpinismo “Dal Monviso al Sempione” di Roberto Aruga e Cesare Poma, Ed.CDA.
[2] Citazione dalla canzone Intorno ai Trent’anni di Mimmo Locasciulli.

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