La rinascita dei Monti della Luna

di Carlo Crovella
(pubblicato su caitorino.it/montievalli il 16 febbraio 2021)

Ieri abbiamo fatto una gita scialpinistica ai Monti della Luna. Chiamarla gita è eccessivo: una piccola escursione con le pelli, adattissima ad una corta giornata invernale.
La montagna era intonsa: nella notte era nevicato abbondantemente e in giornata il tempo era ancora incerto, qualche sprazzo di azzurro si alternava a foschi nuvoloni neri.
Qualcuno era salito con le pelli di mattina presto e così abbiamo sfruttato la sua traccia. È l’unico segnale di vita in un mondo che pare cristallizzato, fra la neve fresca e il freddo pungente.
I Monti della Luna divennero famosi agli albori dell’epopea sciistica, praticamente 100 anni fa. Credo di non sbagliare ad affermare che le dolci dorsali ammantate per la neve abbiano ispirato questo toponimo. Terreno ideale per lo sci, anzi per lo ski come si diceva allora. Si trovano in alta Val Susa, incardinati fra Clavière, Bousson e Cesana Torinese.
Da Clavière a porta d’ingresso per i Monti della Luna è la Val Gimont, che si insinua fra questi dolci dorsali, generando, nella sua sezione superiore, una serie continua di plateaux ottimi per lo sci.
Negli anni ‘20 e ‘30 del Novecento a Clavière si sviluppò un importante polo di diffusione dello ski. Anche nei decenni successici l’epicentro di questo movimento era costituito dall’Albergo Santi, gestito dai tre fratelli Santi, veri pionieri dell’arte sciatoria. In particolare Ettore Santi pubblicò alcuni testi fra cui un importante manuale di tecnica sciistica.

La Val Gimont negli anni ’30 del Novecento. Foto di repertorio.

La copia donata negli anni ’60 a mio padre, riporta una dedica che mi ha sempre colpito: A Umberto Crovella, cultore del «nostro sci». Evidentemente Ettore Santi prendeva le distanze dallo sci di pista, affollato e consumista già allora, figuriamoci in tempi più recenti.
Lo sci del periodo iniziale era per definizione privo di impianti. Si faceva “campetto” nel valloncello sotto la chiesa parrocchiale di Clavière e poi, appena ci si reggeva in piedi (spesso alla bell’e meglio) subito via, su per la Val Gimont verso i Monti della Luna.

I pendii più belli sono alla testata della valle, mentre la parte bassa prevede più spostamento che saliscendi. Nacque così l’idea di costruire la capanna Gimont, posta proprio sul pianoro da cui iniziano i tratti sciistici più elettrizzanti. Pernottare alla capanna, magari per più giorni, consentiva di evitare ogni volta la parte bassa della valle, dedicandosi solo a risalire ripetutamente i plateaux terminali. Più o meno la medesima esigenza ha portato alla costruzione della capanna Mautino sull’altro versante dei Monti della Luna, quello di Bousson.

Torniamo sul lato Clavière: la capanna Gimont non ha mai smesso di funzionare, ma da decenni si è trasformata più che altro in un punto di ristoro sulle piste organizzate. Sì perché dal dopoguerra in poi sono arrivati anche qui gli impianti e oggi il polo Clavière-Cesana (proprio con la denominazione “Monti della Luna”) è inglobato nella Via Lattea, di cui rappresenta uno snodo importante: chi vuole andare con gli sci fino al Monginevro (e poi tornare) qui deve passare.

Certo che con gli impianti in azione la poesia originaria dei Monti della Luna è letteralmente andata a quel paese. Nelle giornate clou delle festività e nei week end l’attività è frenetica: rumore degli impianti, vociare di comitive, radio a tutto volume sull’esterno dei bar, atleti che si allenano, scuole sci, sci club, famiglie numerose, sciatori singoli (“pistaaaa!!!”), amici che si incontrano, poi si perdono, poi si cercano ripetutamente al telefono e scoprono di essere a poche decine di metri.
Insomma: vita da pista.

Nulla di diverso dalle mille altre stazioni sciistiche durante la stagione.
Per assaporare negli ultimi anni il silenzio originario dei Monti della Luna, occorreva fare una capatina o prima dell’apertura degli impianti o dopo la loro chiusura. Cioè a novembre oppure a fine aprile-maggio. Situazioni in cui l’innevamento non è ottimale: a novembre magari c’è già un po’ di neve, ma senza fondo e quindi si tocca sotto. A fine stagione, la neve si ritira alla velocità della luce e inoltre occorre scendere prestissimo perché diventa rapidamente un pappone.

I Monti della Luna danno il meglio di sé nel pieno delle condizioni invernali, con manto abbondante e assestato. Ma ciò normalmente coincide con la stagione degli impianti…
A fine 2020 si è però creata una situazione molto particolare: a causa del CoVid-19 c’è stato il fermo impianti in tutte le stazioni sciistiche. E’ quindi tornato d’attualità potersi inoltrare con le pelli nella Val Gimont perfettamente innevata, ma immersa nel silenzio originario dei boschi invernali.
Tutti i bar sulle piste sono chiusi, solo dal comignolo della capanna Gimont esce un filo di fumo a indicare la vitalità del presidio. Ieri i pendii circostanti erano inizialmente intonsi, ma presto sono stati tutti tracciati.

La Val Gimont a fine 2020, con impianti fermi. Foto Carlo Crovella.

C’è vita anche nel mondo dello scialpinismo. Vita solita, ma anche vita nuova o quanto meno rinnovata: non solo vecchie volpi, un po’ spelacchiate, come il sottoscritto, ma anche volti nuovi, gente che ha fatto di necessità virtù. Pistaioli che covavano da tempo la curiosità di provare lo sci con le pelli e hanno colto l’occasione degli impianti chiusi per realizzare questo loro desiderio.

Certo, non è bello speculare sulle difficoltà economiche degli operatori che sono rimasti inoperosi per le decisioni governative. Fatta questa doverosa premessa, affermo pubblicamente che sono stato contento di trascorrere la settimana natalizia nell’alta Val Susa con gli impianti bloccati. Infatti ho potuto vedere con i miei occhi i Monti della Luna come li aveva visti mio padre molti decenni fa.

Il Colle Bercia senza folla. Foto Carlo Crovella.

Ieri eravamo nei Monti della Luna, oggi invece siamo di fronte, nel comprensorio sciistico del Monte Fraiteve, noto ai pistaioli come San Sicario. L’esposizione in pieno sole e la giornata completamente serena ne fanno uno splendore naturale.

Anche qui piste non battute dai gatti, ma tracciate. Ci incamminiamo da uno dei nostri luoghi preferiti anche in piena stagione pistaiola, cioè l’abitato di Champlas Seguin, abbastanza defilato rispetto all’epicentro delle seggiovie.

Ho rivisto una montagna che ricordavo solo da piccolo (anni ’60-’70): ragazzini che, sdoganati dall’ “obbligo” genitoriale di fare sci-club o scuola-sci o allenamenti fra i pali, utilizzano l’ampio prato davanti al paese per inebrianti e sregolate discese con bob e slitte. Capitomboli, scontri, risate e allegria: rotolandosi nella neve, imparano a conoscerla epidermicamente, com’è fatta, come agisce, come scivola.

Sulle piste, irrigiditi in schemi organizzativi, imparano alla perfezione la tecnica sciistica, ma quasi non prendono in mano la neve. Potrebbero sciare su un qualsiasi materiale artificiale e sarebbe lo stesso. Per imparare davvero l’arte dello sci, bisogna dapprima immergersi nella neve, rotolarcisi dentro, conoscerla intimamente e farsela amica.

Boschi innevati sulle pendici del Fraiteve. Foto Carlo Crovella.

Ci incamminiamo. Poco sopra al paese qua e là incontriamo gruppi famigliari, a volte di tre generazioni (nonni-genitori-nipoti), a volte composti da plurime compagnie: camminano sulle mulattiere tracciate, hanno con sé slitte e bob, in spalla zaini con pranzo al sacco. Il clima è da scampagnata: non ci sarebbero stati con gli impianti aperti, danno un tocco di allegria e di genuinità alla montagna rinnovata.
Un po’ più su è il regno degli ciaspolatori, che si sentono liberi da ogni freno e sguinzagliano le loro comitive ciarliere e numerose. Pochi invece i solitari, gli impallinati del cronometro: poveretti, non sanno rinunciarci neppure nel new deal dell’era CoViD-19!

Oltre ancora si incontrano piccoli gruppetti con le pelli. Qualche professionista (guida o maestro di sci) si è reinventato, accompagnano dei neofiti, che anagraficamente parlando in genere non sono giovanissimi, offrendo giornate con la sicurezza dell’esperto. Ben vengano, danno vita alle piste che oggi, in pieno sole, sono proprio uno splendore. Qualche organizzatore ha pomposamente denominato questa attività “freeride con le pelli”: in altri tempi mi avrebbe fatto inorridire, ora mi ispira un sorriso di tenerezza.

Nel comprensorio di San Sacario. Sullo sfondo la Valle Argentera. Foto Carlo Crovella.

Ad un certo punto, ci dividiamo: moglie e figlia preferiscono passare a destra, nel fitto del bosco, io seguo invece una pista più diretta. Poco dopo sento uno scalpiccio e due caprioli, improvvisamente usciti al galoppo dal bosco alla mia destra, attraversano la pista un paio di metri sopra di me. Ho giusto il tempo di memorizzare i loro sederi bianchissimi, mentre il corpo è scuro, e subito guizzano nel bosco a sinistra. Episodio impensabile nel pieno della stagione pistaiola.

Poco sopra ci reincontriamo. Per l’odierna escursione abbiamo come meta un rifugio sulle piste. In stagioni normali è un porto di mare, più affollato del centro citta al sabato pomeriggio. Ora è praticamente deserto e silenzioso: il locale è chiuso, nello spazio esterno le panche sono ribaltate sopra ai tavoli e inoltre sono coperte dalla recentissima nevicata.

Puliamo due panche, le spostiamo contro la parete della costruzione e al sole mangiucchiamo il nostro spuntino: speck e tome della valle, pane casareccio, un goccio di birra.
Proprio di fronte abbiamo i Monti della Luna dove siamo strati ieri: brillano al sole, sembrano davvero felici di questa loro vita rinnovata.

I Monti della Luna visti dal comprensorio di San Sicario. Foto Elena Barni

Giunge un altro gruppetto, si fermano anche loro, vicini ma non troppo, nel più puro stile del rispetto torinese. Li osservo, cerco di capire se siano o no scialpinisti di lungo pelo.
Sfoggiano materiale scintillante: sci larghi più di una spanna, pelli di colore fosforescente. Mi rabbuio: sono forse impallinati dell’ultimo grido?

Poi uno confida all’amico: “Bello questo sci d’alpinismo. Quasi quasi riscatto l’attrezzatura affittata e mi dedico solo più a questo”. Ha detto proprio così: “sci d’alpinismo”. In altri tempi gli avrei fatto una battuta salace, ora me lo abbraccerei, nonostante i divieti per la pandemia. Nuovi adepti per quello che io considero la cosa più bella che ti regala la vita.

Nevicata notturna in una Cesana Torinese praticamente deserta. Foto Elena Barni

Il sole si muove inesorabilmente verso ovest, occorre prepararsi a scendere, le giornate sono corte e la montagna resta sempre severa, come recita una delle istruzioni di base per chi la vuole frequentare. Un ultimo sguardo ai morbidi declivi dei Monti della Luna, una specie di carezza virtuale a quella dorsale morbida e luccicante.
A fine discesa, pulendo gli sci prima di caricarli sul tetto dell’auto, mia moglie mi confida: “Che bello vedere tutta questa gente che ripopola le piste: sono pronti per un nuovo-vecchio turismo invernale”.
Come sempre la mia signora ha sintetizzato in una battuta i pensieri che, da parte mia, hanno riempito così tante righe. Però, forse forse, tutte queste righe non sono state scritte invano, chissà…

Magia della montagna innevata. Foto Elena Barni.
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