Kayak da mare

Kayak da mare
di Carlo Crovella

A me piace pensare che vado in montagna anche quando… non vado in montagna. Si tratta di una forma mentis che contraddistingue tutto il mio modo di essere. Non solo e non tanto le mie giornate cittadine di lavoro e altro, dove l’approccio è lo stesso che applico quando parto per i monti. Ma qui vorrei concentrarmi su un altro risvolto. Mi sono reso conto che ho lo stesso approccio (quello dell’andar in montagna) anche quando vado al mare.

Mi piace un mare sportivo. Mica nulla di particolarmente estremo. Semplicemente non trascorro i giorni marini in stabilimenti balneari stile riviera romagnola. Mi piace movimentarli con attività che, concettualmente parlando, si collegano a quelle praticabili in montagna: qui scatta il parallelismo.

Una di queste attività è stata il campeggio nautico con utilizzo di kayak. Ti svegli su una spiaggia deserta e dopo una colazione da campo, carichi tutto sul kayak. Pagai tutto il giorno, magari con adeguate soste in baiette da sogno (con altrettanti bagni idilliaci) e nel pomeriggio approdi su un’altra spiaggia isolata. Monti il campo (a volte neppure, si dorme splendidamente à la belle étoile, cullati dalla risacca) e l’indomani ti svegli con il primo sole, pronto per un’altra giornata di kayak e di mare.

Il camping nautico con kayak permette di riscoprire le nostre coste italiche, vivendole in un modo insolito. Anche l’affollata costa ligure preserva ancora degli angolini appartati, come illustra l’articolo allegato.

Non ci si improvvisi però kayak-men da mare, così da un giorno all’altro. Se il mare è piatto come una tavola, non ci sono difficoltà e occorre solo saper condurre l’imbarcazione diritta (cosa che non è così immediata per un completo neofita).

Il discorso cambia notevolmente se il mare si increspa: basta poco, un filo di vento, una brezzolina che in montagna percepiremmo appena come fastidiosa ma che non innescherebbe situazioni critiche, in mare modifica la situazione. Le onde aumentano di dimensioni, rendono più complesso procedere a accrescono il rischio di dare il giro. In tal caso il vero fastidio non è tanto nel rischio di annegamento (che, vicino alle nostre coste è un evento relativamente raro), quanto piuttosto il fatto che va a mollo tutto il carico stivato nei gavoni. Qualche cosa si salva, se inserito nei contenitori stagni, ma spesso i viveri freschi e i capi di abbigliamento non la passano liscia… aumentando il disagio dei giorni successivi.

Ho sperimentato di persona che, se si alza una certa brezza in mare, l’eventualità più rognosa è costituita dalla necessità di oltrepassare punte e capi. Il peggio è quando il vento è contrario (in tal caso quando si esce dalla copertura iniziale della lingua di terra, pare di essere al largo di Capo Horn), perché devi fendere vento e onde contrarie, ma neppure quando hai il vento in poppa è così semplice. Meglio programmare con attenzione il percorso e, nel dubbio, saper aspettare fino al giorno dopo.

Certo occorrerebbe cimentarsi in queste attività avendo un pregresso, almeno per i movimenti di base, acquisiti in acqua calme come laghi o placidi fiumi.

A Torino disponiamo di un lungo tratto navigabile sul Po, circa 15-20 km (fra andata e ritorno) e, salvo nei giorni di piena, è un vero piacere remare o pagaiare sul fiume utilizzando i più svariati tipi di imbarcazione. Molto accreditata è la nostra tradizione del canottaggio, con diverse società sportive fondate nella seconda metà del 1800. La stessa federazione italiana fu creata inizialmente a Torino.

Accanto alle barche da canottaggio vere e proprie, nei circoli sportivi che si affacciano sul fiume si è sviluppata una notevole attività, fra l’amatoriale puro e il simil-agonistico, su diverse altre imbarcazioni, prime fra tutte le canoe.

In parallelo al canottaggio vero e proprio, ho imparato a pagaiare sulle canoe olimpiche, che sono le imbarcazioni da competizioni internazionali su acqua piatta. Si chiamano olimpiche perché un tempo erano le sole canoe ammesse alle Olimpiadi. Si tratta di barche dalla forma a triangolo (con il vertice in basso), molto veloci ma dall’equilibrio più instabile. Imparare a dominarle serve moltissimo per passare ad altre forse di canoe.

C’è stato un periodo in cui mi allenavo in canoa praticamente ogni pomeriggio e spesso anche il sabato mattina. Ero un atleta agonista regolarmente iscritto alla Federazione e ho partecipato a numerose gare sia zonali che nazionali, pur vagando nell’aurea mediocritas in termini di risultati. Ma non era il mio obiettivo, perché invece volevo prendere dimestichezza e scendere fiumi, torrenti, laghi e mari.

Accatastate in fondo alla darsena della nostra società c’erano alcune canoe da acqua mossa, cioè adatte ai torrenti. Sono nettamente diverse dalle canoe olimpiche, perché sono adatte ad altra attività. Sul Po sono una chiavica insopportabile, rispetto alle cugine olimpiche, perché hanno il fondo più piatto e sono meno idrodinamiche e quindi si fa maggior fatica a procedere sull’acqua cosiddetta piatta.

Ma in torrente rivelano tutta la loro leggiadria. Però non è così immediato il passaggio del canoista dall’acqua piatta a all’acqua mossa, perché nei torrenti occorre acquisire la capacità di governare la barca tenendo conto della dinamica dei fluidi, che in termini pratici) si esprime con le varie correnti impetuose che si incontrano nella discesa di un torrente.

Per acquisire maggior praticaccia specifica partecipai, inizialmente con alcuni amici salvo proseguire da solo, a dei corsi specifici. In primis presso la società di Ivrea, che ha un apprezzato campo slalom anche per regate internazionali: utilissimo fare su e giù per un weekend di seguito, ma alla fine ero saturo sul piano motivazionale. E’ come fare campetto con gli sci: serve per imparare a dominarli, ma la mia aspirazione è sempre stata quella di vagare su altri orizzonti.

Il passo successivo mi ha portato in Val Sesia mettendomi in contatto con Maurizio Bernasconi, un milanese che aveva abiurato la metropoli tentacolare per vivere tutto l’anno di kayak e con i kayak. Aveva infatti fondato una delle prime scuole di kayak d’acqua mossa (esistente ancor oggi a Isola di Vocca, poco a monte di Varallo). Il Sesia è adattissimo alle discese e presenta tratti con difficoltà d’ogni tipo. La scuola di Bernasconi è sempre stata rinomata per essere una delle migliori.

La struttura logistica della scuola era molto semplice e spartana: una capanna di legno con tavolacci e un minimo di servizio bar, i servizi igienici comuni stile campeggio e… un ampio prato a disposizione per le tende. Niente d’altro: eventuali grigliate notturne, con tanto di ciucche memorabili, erano del tutto autogestite e pur tuttavia non mancavano mai (in piena estate praticamente ogni sera).

Nel giro di Bernasconi ho re-incontrato un bel drappello di alpinisti/arrampicatori riconvertiti a seconda vita. Più che dedicarsi al kayak si erano dati al torrentismo (come inizialmente si chiamava il canyoning) e stavano esplorando i numerosi affluenti del Sesia. Mi agganciai anche al gruppetto dei torrentisti, dove conobbi più a fondo Roberto Bonelli, uno del Nuovo Mattino, ma quella mia attività, che pure mi prese moltissimo per diversi anni, è già stata raccontata (https://gognablog.sherpa-gate.com/torrentismo-in-piemonte/), mentre qui ci interessa capire come si può acquisire una padronanza tecnica del kayak tale da affrontare anche il mare.

Infatti mixando i movimenti di base interiorizzati sul Po con quelli di acque mosso (“molto” mosse) dei torrenti alpini, è stato breve il passo per affrontare i campeggi nautici con il kayak lungo le coste.

I vari kayak da mare sono di forma ancora diversa. Oggi esistono anche quelli gonfiabili (a volte senza alcuna copertura) e probabilmente vanno più che bene, ma soprattutto per uscite singole con ritorno in giornata alla base.

Invece se ci si vuole impegnare in un vero trekking marino con successive tappe di spostamento, penso sia molto meglio utilizzare le apposite imbarcazioni. Si tratta di kayak che sono un misto fra le canoe olimpiche e quelle da acqua mossa, proprio perché andar per mare sta un po’ a metà fra le due attività. In più le barche da campeggio hanno gavoni sia davanti che dietro per trasportare materiale, viveri e un po’ di abbigliamento (di notte fra freddino anche in piena estate).

Organizzare e poi realizzare un campeggio nautico a tappe con l’utilizzo del kayak è un’esperienza molto simile al trekking alpino o appenninico, stile da rifugio a rifugio, o meglio con uso della tenda. Occorre essere abbastanza autosufficienti un po’ in tutto, nei risvolti spiccioli e nelle cose più strutturali.

E’ un’esperienza che suggerisco perché lascia emozioni molto profonde, anche in tratti di costa italiana a poca distanza dalla discoteche e dalla movida più sfrenata. Non parliamo poi se lo organizziamo intorno a qualche isola minore (esempio: Isola del Giglio, per citare la prima che i viene in mente) oppure lungo le coste più appartate delle isole maggiori (esempio Golfo di Orosei sulla costa orientale della Sardegna).

Piuttosto che avventurarsi da soli improvvisandosi kayak men di lungo corso meglio affidarsi a programmi organizzati: è facile trovarli su internet. Altrettanto per la bibliografia.

Meglio non sottovalutare la natura che pare placida, ma che può improvvisamente rivelarsi molto problematica. Anche per il mare vale quello che dico sempre per la montagna: nella natura si va prima con la testa che con le gambe.

Mare nascosto
di Paola Radaelli
(pubblicato su Outdoor Montagne-supplemento di Meridiani Montagne n. 51, luglio 2011)

Per chi ama il mare, ma non sopporta l’inattività della spiaggia e neppure se la sente di gestire una barca a vela, un’alternativa non ancora molto diffusa in Italia è quella del kayak da mare. La costa dell’estremo Levante ligure, con al cuore le famose Cinque Terre, costituisce un’eccellente opportunità per provare a cimentarsi con questo mezzo anche come prima esperienza. Il tour delle Cinque Terre in kayak è infatti un itinerario che si può adattare con flessibilità alle proprie esigenze in base al tempo disponibile, all’allenamento e alla voglia di pagaiare. Si può mettere la barca in mare comodamente a Sestri Levante, Riva Trigoso o Moneglia (Sestri e Moneglia distano circa 10 km). La costa da Riva a Moneglia è spettacolare e selvaggia, e vi si trovano alcune spiaggette dove ci si può fermare. Continuando verso est, superato il   tratto un po’ noioso di Deiva, dopo Framura (Moneglia-Monterosso, indicativamente 20 km), inizia nuovamente una costa poco conosciuta e sorprendente, caratterizzata da rocce rossastre, qualche grotta e piccole spiagge appartate. Attraversare questo tratto di costa in kayak è eccitante: a pelo d’acqua si possono sfiorare scogli, attraversare faraglioni, insinuarsi in grotte e anfratti, farsi affiancare da cormorani a volo radente o rimanere sorpresi da banchi di sardine. Nessun motore, nessun vociare.

Variopinti kayak “in secca”.

Coste selvagge
Il kayak permette un approccio naturale in sintonia con il Parco Nazionale delle Cinque Terre, il cui tratto di mare che va dalla selvaggia Punta Mesco a Punta del Cavo (circa 10 km) è riserva marina suddivisa in tre gradi di protezione: parziale, generale e integrale attorno a Punta Mesco.

Sul magnifico paesaggio che si apre entrando nel golfo delle Cinque Terre non ci dilunghiamo, se non per segnalare che in questo tratto gli unici approdi in caso di mare grosso sono Monterosso e il minuscolo porto di Vernazza. Con il mare calmo e fuori stagione si può issare la canoa sui ripidi scivoli degli approdi in ogni borgo. Non sarebbe una cattiva idea lasciare il kayak per un giorno, magari sorpresi da una mareggiata, e dedicarsi a una camminata per i molti sentieri che collegano i paesi, sia sui tracciati bassi sia sul crinale, meno battuti e più spettacolari. Il treno permette poi di ritornare comodamente al punto dove si è lasciata l’imbarcazione. Superata Riomaggiore inizia un tratto piuttosto lungo e selvaggio (circa 10 km) senza ripari in caso di mare grosso fino all’insenatura di Portovenere, quindi attenzione alle previsioni. Qui con il kayak ci si diverte a esplorare gli isolotti di Palmaria, Tino (dove è vietato sbarcare se non il 13 settembre, giorno di San Venerio, protettore dei faristi, e la domenica seguente) e Tinetto. Quindi si gira la prua a ovest per scoprire il viaggio di ritorno. Se non si vuole ripercorrere il tragitto in senso inverso via mare, è relativamente facile organizzare il recupero della canoa. Con il treno si raggiunge Sestri Levante da dove, ripresa l’auto, si torna a prelevare l’imbarcazione. Da tenere presente che Vernazza, Corniglia e Manarola sono di difficile accesso con un veicolo e per questo può essere consigliabile terminare il giro a Riomaggiore. Se si decide di proseguire, per raggiungere una nuova stazione ferroviaria bisogna superare Portovenere e spingersi a La Spezia. Disponendo del tempo necessario il consiglio è comunque di ritornare a forza di remi, anche perché in senso inverso i paesaggi si mostrano da una nuova prospettiva.

È una questione di muscoli
Non è necessario suggerire tappe prestabilite, dal momento che i paesi e le spiaggette offrono svariate possibilità di approdo. Anche i tempi di percorrenza sono variabili e le distanze non sono il fattore determinante. Molto dipende dalle condizioni del mare e del vento, nonché dalla condizione fisica. Il Mar Ligure non è l’Atlantico, ma occorre tener conto che il meteo può cambiare repentinamente e costringere a una veloce ritirata in porto o a una sosta forzata. La canoa tiene bene il mare, anche mosso, e affrontare il vento, magari la tramontana serale, è una questione più di muscoli che di coraggio. Tuttavia la vera difficoltà può essere raggiungere la riva: in caso di onde grosse sulla spiaggia il ribaltamento è assicurato. E i porti, in questo tragitto, sono pochi. In ogni caso le possibilità di pernottamento sono molteplici sia in alberghi sia dormendo nelle spiaggette, tenendo conto che in Italia, e soprattutto nell’area del Parco Naturale, è fatto divieto di campeggio sulle spiagge. Se si percorre la costa fuori stagione – scelta consigliabile per evitare gli affollamenti di luglio e agosto – solo in caso di improvviso maltempo e di emergenza, sarà possibile riparare per qualche ora di notte nelle calette più appartate, smontando la tenda di buonora e senza lasciare alcuna traccia.

Qui pagaiando sotto costa sulle tranquille acque davanti a Riomaggiore.

Attenzione al meteo
A proposito di spiaggette isolate, vorrei qui raccontare l’esperienza vissuta con mio marito qualche anno fa, che credo sia utile ai neofiti, come lo eravamo noi in quell’occasione. Partiti da Moneglia e raggiunta Portovenere, sulla via del ritorno decidiamo di fermarci per la notte appena doppiato il capo di Corniglia, in una piccolissima spiaggetta di ciottoli chiusa da alte scogliere. Tempo magnifico la sera, durante la notte il mare si alza per un’improvvisa libecciata, che ci blocca. Un tentativo di mettere la canoa in mare ci costa parte dell’attrezzatura e così, dopo alcune ore, dovendo per forza rientrare a Milano, siamo costretti ad abbandonare il kayak ben legato ad alcuni massi e ad avventurarci sugli scogli tra le onde verso una spiaggia vicina. Lo recupereremo solo qualche giorno dopo a mareggiata finita. Morale: fate attenzione alle spiagge troppo piccole che non hanno uno sbocco verso terra, come minimo un sentiero. In ogni caso è sempre buona norma tenersi informati sulle previsioni meteorologiche. Veniamo ora al tipo di attrezzatura. Intanto occorre munirsi del kayak. Quelli a noleggio vanno bene per pagaiare un paio d’ore, ma non sono adatti al turismo nautico. Se si è una coppia collaudata a un minimo di avventura una buona scelta è un kayak doppio: maneggevole e facile da trasportare fuori dall’acqua, molto stabile in mare e adatto anche a chi è alle prime armi. In alternativa vi sono quelli singoli, più stretti ma più instabili, facilmente capottabili in fase di approdo. Per questo è indispensabile un pompa per svuotare l’acqua dalla sentina. In entrambi i casi va preferito un modello con timone, che ottimizza le manovre. Inoltre il kayak deve possedere almeno due capaci gavoni per viveri, acqua (tanta) e il necessario per un eventuale bivacco sotto le stelle.

Vernazza

In pratica, Cinque Terre in kayak
L’itinerario
Adatto anche a principianti, richiede da uno (per i più allenati) a più giorni con pernottamenti nei centri abitati. Frequenti i punti di sosta, dove ci si ferma per dormire o rifornirsi di viveri (focaccia anche la domenica mattina). Attenzione perché solo nei paesi si trova l’acqua.

Scheda
Partenza: Sestri Levante
Arrivo: Portovenere
Distanza: 50 km circa
Tempo di percorrenza: 2/3 giorni
Ritorno: in treno fino a Sestri Levante, quindi in auto per il recupero dell’imbarcazione. Oppure via mare per lo stesso itinerario
Punti d’appoggio: Riva Trigoso, Moneglia, Deiva Marina, Bonassola, Levante, Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola, Riomaggiore

Cartografia
Non occorre una carta nautica specifica. È sufficiente una mappa 1:50.000 che comprenda anche i sentieri per eventuali escursioni. Ottime Kompass o FMB.

Informazioni
Pernottamento: www.cinqueterre.com/
Sul kayak da mare: www.sottocosta.it/, associazione italiana per la cultura e la diffusione del kayak da mare Condizioni di vento e mare: www.meteoam.it/ Kayak e attrezzatura: www.ozonekayak.com/

Consigli
Obbligatorio il salvagente. Utili una pompa per svuotare il kayak dall’acqua e i razzi da segnalazione. Con più imbarcazioni si consiglia una ricetrasmittente, più funzionale ed economica del cellulare. Sono consigliati i mezzi guanti per evitare vesciche alle mani. E poi cappello, occhiali, crema, tanta acqua, radio, antizanzare e viveri.

Veduta sul borgo di Manarola.

Kayak da mare
Rispetto ai modelli da fiume, il kayak da mare è più chigliato, lungo e veloce. È infatti pensato per procedere in linea retta, per meglio seguire la rotta e non per assecondare la corrente come accade sui corsi fluviali. Ha i ponti di prua e di poppa chiusi e separati da un’apertura, comunemente chiamata pozzetto, dove si siede il pilota. Il kayak da mare è provvisto di paratie stagne, utili per il trasporto dell’attrezzatura e come riserva di galleggiamento anche con il pozzetto pieno d’acqua.

Approdo con tenda di emergenza in una spiaggia solitaria dopo Corniglia. Si ricordi che nel Parco nazionale è assolutamente vietato il campeggio; quindi pernottare su una spiaggia potrà essere solo un’eventualità di ripiego in caso di maltempo improvviso.

Accessori
Sull’imbarcazione non devono mancare bussola, pagaia di riserva (indispensabile in caso di rottura o perdita della principale), elastici sul ponte per fissare saldamente l’attrezzatura all’esterno. Importante una pompa per svuotare la sentina. Un consiglio per lo stivaggio dei materiali è usare diverse sacche impermeabili piuttosto che una sola.

Velocità
Un pagaiatore mediamente allenato può tenere una velocità di crociera di 3 nodi (5,5 km/h), mentre con più preparazione si può viaggiare a 4 nodi (7,4 km/h), con punte di 5 o 6 (11 km/h). Molto dipende dal vento e dalle condizioni del mare. In una giornata, con medio allenamento, si possono percorrere una quarantina di chilometri.

Preparazione
Per affrontare il mare in sicurezza è consigliabile frequentare un corso con istruttori qualificati. Tecniche come l’eskimo o altre manovre di sicurezza non vengono naturali, ma devono essere apprese mediante l’esercizio sotto la guida di un maestro.

Scegliere la misura
Un sistema per individuare la misura di kayak si basa sulla formula: volume del kayak = tre volte il peso dell’equipaggio e del materiale (V = 3P). Ad esempio, per due persone di 70 kg con un carico di 30 kg va bene un volume pari a 510 litri. Più difficile è capire in quali condizioni prevalenti si utilizzerà il natante. Nel caso lo si carichi meno del previsto, questo sarà meno stabile e più soggetto all’azione del vento, mentre un sovraccarico aumenta il pescaggio e la fatica nella remata. È consigliato il kayak con timone che migliora la pagaiata e aiuta a mantenere la rotta in presenza di venti laterali. Inoltre da un senso di maggiore stabilità. Una buona tecnica di pagaiata è comunque più efficace dell’uso del timone.

Le stratificazioni rocciose della costa nei pressi di Vernazza.

La legge
In Italia non esiste ancora una legislazione specifica per il kayak da mare, a differenza di altri stati come la Francia. Innanzitutto è molto complicato stabilire a quale categoria di imbarcazioni appartenga e quali norme ne regolino l’utilizzo. L’associazione Sottocosta sostiene che il kayak, nel Codice della Navigazione, potrebbe essere assimilato a mezzi a remi come sandolini, pattini e pedalò. Pertanto la distanza massima dalla costa da rispettare sarebbe di un miglio marino, corrispondente a 1852 metri. In ogni caso è obbligatorio il giubbotto salvagente omologato. Per dubbi si possono contattare le capitanerie di porto locali: La Spezia, tel. 0187-258100, laspezia@guardiacostiera.it – Sestri Levante, tel. 0185-41295, sestrilevante@guardiacostiera.it.

Trasportare il kayak
Il primo consiglio (ovvio) è fissare accuratamente il kayak sul portapacchi o sulle barre del veicolo, in modo che non si muova durante eventuali brusche frenate o curve. Va legato saldamente nelle culle o negli invasi e, se viene posizionato sulle barre, occorre inserire della gomma antiscivolo. Meno scontato è rispettare le norme del codice della strada che regolano il trasporto dei carichi sporgenti. In pratica: il kayak non deve mascherare i dispositivi di illuminazione, di segnalazione e le targhe; non deve limitare la visibilità del conducente (attenzione ai tiranti!); non può sporgere anteriormente; può sporgere posteriormente fino a un massimo di 3/10 della lunghezza del veicolo (attenzione a rispettare le misure al centimetro altrimenti si incappa in sanzioni!). Apporre sempre il cartello di segnalazione di carico sporgente (omologato da 50×50 cm).

Libri
AA.VV., Il kayak da mare, Sottocosta (pp. 134; € 22,00)

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1 Comment

  • Ma guarda che coincidenza. Anch’io pratico il kayak di mare. L’ho praticato in tutti i mari dove sono stato in vela quando eravamo fermi in rada per qualche giorno e ora sto per acquistarne uno, qui nel mio esilio ligure, da un’eccellenza italiana del Tigullio che fa kayak marini anche per conto terzi, il genio dei piccoli imprenditori italici. Tra le pratiche del mare e quelle dei monti ci sono assonanze e osmosi e molti le frequentano entrambe. Io me lo tengo anche di scorta per quando le mie ginocchia saranno da buttare e se possibile potrò praticare ancora attività intense dal punto di vista fisico. Sulla base dell’esperienza personale posso aggiungere che anche la pratica della vela costituisce una buona introduzione: insegna che in mare non comandi tu ma il vento e l’onda e che devi fare i conti con loro, con umiltà. Come diceva sempre il mio caro amico skipper, compagno di tante avventure prima in montagna e poi in mare e che il Covid mi ha portato via: “quel che vien ciapemo”.

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