I pini loricati del Pollino: giganti silenziosi

(passeggiando nel giardino degli Dei)
di Giovanni Baccolo
(gita del 31 luglio 2020; fotografie dell’autore e compagni)
(pubblicato su storieminerali.it, 11 settembre 2020)

Avventure calabresi
Incontrare il pino loricato e passeggiare tra i giganteschi tronchi delle piante secolari è stato emozionante. Prima di quest’estate non avevo mai sentito parlare di questa specie arborea, eppure quando da lontano ho scorto i primi loricati svettare sopra al bosco di faggi, ho intuito che di lì a poco sarebbe successo qualcosa che avrei ricordato.

Quest’estate ho trascorso una settimana in Calabria: una bella scoperta. Abbiamo visitato luoghi di cui non sospettavo l’esistenza: villaggi arbëreshë nascosti tra i monti, colline, calanchi, campi di agrumi e olivi, fiumare. Un giorno con Eugenio e Paolo abbiamo deciso di avventurarci nel cuore del massiccio del Pollino, un gruppo montuoso dell’Appennino che si estende tra Calabria e Basilicata.

Meta della gita è stata la Serra di Crispo 2054 m, la più bassa delle cinque cime che superano i duemila metri nel massiccio del Pollino. Il motivo per cui abbiamo scelto proprio questo itinerario è stato il Giardino degli Dei: la foresta di pini loricati monumentali che si trova proprio sulla cima della montagna. Abbiamo quindi raggiunto il Santuario della Madonna del Pollino e da lì, passando per il Rifugio Pino Loricato e il Piano Iannace, siamo arrivati in vetta alla Serra.

La solitaria vetta della Serra di Crispo.

Il pino loricato (pinus heldreichii subsp. leucodermis)
A causa del suo ridottissimo areale, il pino loricato non è molto noto. Si trova infatti solamente nel nostro paese sulle cime di una manciata di gruppi dell’Appennino meridionale. Per via della somiglianza con altre specie, la sua identificazione ha richiesto lo sforzo di numerosi botanici e quasi mezzo secolo di ripetute “scoperte” che ogni volta assegnavano alla pianta un nome diverso creando ulteriore confusione.

Areale di Pinus heldreichii, nel riquadro rosso è evidenziata la popolazione appenninica di Pinus heldreichii subsp. Leucodermis, vale a dire il pino loricato italiano. Da Caudullo et al., 2017.

 

Il primo a riconoscere l’unicità e la particolarità del pino loricato fu il botanico napoletano Biagio Longo nel 1906, il quale non solo identificò la specie come Pinus Leucodermis, per via della caratteristica corteccia biancastra (leucos in greco), ma propose anche il nome comune di pino loricato. Scelse questo nome per sottolineare la somiglianza tra la corteccia di questi alberi -costituita da piastre legnose esagonali- e la lorica, l’armatura dei legionari romani.

La corteccia “corazzata” del pino loricato. Foto: Alessandro Gogna.

Decenni di studi hanno decretato che il pino loricato sia una sottospecie di Pinus heldreichii, il cosiddetto pino bosniaco, che si trova sulle cime di alcuni massicci balcanici. Milioni di anni fa una popolazione di pino bosniaco ha lentamente raggiunto l’Appennino meridionale e lì ha cominciato ad evolvere in totale indipendenza rispetto alla popolazione originaria. Questa è stata molto probabilmente l’origine del pino loricato, spiegando perché questo bellissimo albero sia presente solamente nel nostro paese.

Le differenze specifiche tra Pinus heldreichii e la sottospecie leucodermis sono da ricercarsi nella corteccia e nella forma degli strobili (le pigne). Entrambi esibiscono una corteccia molto chiara negli esemplari più giovani, ma mentre nel primo essa si scurisce in pochi anni, nel secondo viene mantenuta chiara per molto più tempo.

Un albero monumentale
La bellezza del pino loricato è sorprendente, specialmente quando ci si confronta con i tanti esemplari monumentali che svettano sulle cime del Pollino. Lassù, a circa duemila metri di quota, i loricati hanno dato vita a foreste che sembrano vere e proprie fortezze erette a difesa dell’inarrestabile avanzata del faggio. Il contrasto tra i due alberi -faggio e pino loricato- è infatti netto e racconta del delicato equilibrio che regola la coesistenza delle due specie tra questi monti.

I pini Loricati della Serra di Crispo osservati dalle faggete che dominano la parte inferiore della montagna.

Quando il sentiero si avvicina alla sommità della Serra di Crispo, si entra in una fitta e buia faggeta. Solo quando si è ormai vicini ai duemila metri un po’ di luce comincia a filtrare tra le chiome, lasciando scoperto qualche pezzetto di cielo. Poi all’improvviso i faggi si diradano e lasciano spazio a radure pietrose. Una decina di metri più in alto ecco che compaiono i primi pini loricati, a presidiare la loro piccola città arborea: il Giardino degli Dei, una foresta che non potrebbe essere più diversa dalle faggete con cui confina.

A differenza del faggio, il pino loricato dà vita a foreste molto rade, dove c’è grande distanza tra le singole piante. Più che boschi, quelli del loricato sembrano giardini, dove gli alberi sono stati con sapienza posizionati nei punti più adatti. Anche sulla Serra di Crispo è così: tra una pianta e l’altra si susseguono cespugli di ginepro, piccole torbiere e dorsali calcaree che creano gradoni dove i loricati affondano poderose radici.

L’unione di questi elementi naturali e la presenza spettrale delle grandi piante monumentali, rendono Il Giardino degli Dei un luogo bellissimo, ma forse un po’ malinconico e sicuramente epico. Le grandi piante mostrano i profondissimi segni della loro esistenza secolare. Come spesso succede agli alberi vetusti, gli esemplari più antichi di loricato perdono il portamento tipico della propria specie e ne assumono uno più irregolare e disordinato. Essi alternano ciuffi di aghi su pochi rami vegetativi a grandi porzioni legnose secche e scheletriche. Gli alberi si trasformano così in veri e propri monumenti, dove chiazze di aghi scuri, legno morto slavato dalle intemperie e brandelli di corteccia vitale coesistono sulle stesse piante tormentate dal vento.

A rendere ancor più impressionante la foresta del Giardino degli Dei è la presenza di tanti alberi secchi ancora perfettamente eretti. È infatti caratteristico del legno del pino loricato non marcire e preservarsi a lungo. Il merito è dell’abbondante resina prodotta da questa pianta che tiene lontani i parassiti e impedisce la marcescenza: quando un pino loricato muore difficilmente crolla al suolo.

Quando abbiamo raggiunto la foresta di loricati della Serra di Crispo abbiamo spontaneamente deciso di dividerci, ognuno ha passeggiato tra i grandi alberi in solitudine. L’atmosfera che si respira lassù è davvero solenne e non si addice alle parole degli uomini. In ogni tronco si intuisce potente l’antichità del luogo; la foresta appare oggi come già doveva essere decine e forse centinaia di migliaia di anni fa. Dopo aver ammirato alcuni esemplari imponenti ho cercato di osservare tutta la foresta nel suo insieme, considerando anche le montagne selvagge che ci circondavano. L’Appennino è incredibile e non ha davvero nulla da invidiare alle Alpi.

Ecologia e primati europei
Il pino loricato è una pianta particolare perché capace di adattarsi ad ambienti altrettanto particolari ed estremi. Le creste rocciose dove prospera nel Pollino sono infatti caratterizzate dall’alternarsi di inverni lunghi e nevosi ad estati siccitose e dalla presenza di suoli molto primitivi e poveri di elementi nutritivi. Il loricato è dotato inoltre di radici plastiche estremamente resistenti, che gli permettono di aggrapparsi alla nuda roccia e resistere alle tempeste che si abbattono sulle creste sommitali. Grazie alla capacità di tollerare e prosperare in queste condizioni, il pino loricato è riuscito a occupare una nicchia ecologica difficile, raramente ambita da altre specie arboree.

Nonostante la sua resistenza questa specie non ha vissuto tempi floridi nel recente passato. A causa dell’ampliamento dei pascoli e del legno prezioso, i pini loricati sono stati oggetto di uno sfruttamento notevole e molte piante sono state abbattute. Gli esemplari superstiti si trovano nei luoghi più impervi e accidentati, dove l’uomo ha avuto difficoltà ad arrivare. Fortunatamente le cose sono cambiate e la specie è oggi tutelata grazie all’istituzione di diversi parchi.

Le caratteristiche uniche del pino loricato non solo lo rendono una pianta molto resistente, ma anche estremamente longeva. Non è un caso se l’albero più antico d’Europa sia proprio un esemplare di pino loricato rinvenuto nel Pollino. L’albero è stato scoperto da un gruppo di scienziati dell’università della Tuscia. La combinazione di analisi dendrologiche basate sullo studio degli anelli di crescita e la datazione tramite carbonio-14, ha rivelato che uno dei loricati monumentali del Pollino ha un’età di 1230 anni, rendendolo la pianta più longeva del nostro continente. L’albero è stato chiamato Italus, dal nome del mitico re degli Enotri, un’anticha popolazione della Calabria. Per tutelarlo gli studiosi non hanno voluto divulgare la sua posizione precisa.

Italus, l’albero più vecchio d’Europa: è un pino loricato di 1230 anni. Immagine tratta dall’articolo di Piovesan et al. (2018): The oldest dated tree of Europe lives in the wild Pollino massif: Italus, a strip-bark Heldreich’s pine.

Attentati nei confronti di esemplari monumentali di pino loricato sono infatti già avvenuti in passato. Come nel caso dell’enorme pino della Grande Porta del Pollino, bruciato nel 1993 in segno di protesta contro l’istituzione del parco del Pollino.

Biogeografia
Le specie distribuite su un areale ridotto e frammentato nascondono spesso storie travagliate e interessanti, come raccontato nel caso del Camedrio alpino, arrivato sulle Alpi durante le ultime glaciazioni. Ciò vale anche per il pino loricato, ma a differenza del camedrio, questa pianta non è affatto un relitto glaciale, anche se molti documenti -sbagliando- riportano questa informazione. Secondo quest’ultimi, il pino loricato si sarebbe diffuso nell’Appennino meridionale durante le epoche glaciali e sarebbe poi rimasto confinato sulle cime più alte quando il clima divenne più caldo.

Questa ricostruzione non è corretta. Il pino loricato arrivò sugli Appennini molto prima che le ere glaciali del Pleistocene cominciassero a susseguirsi. Il pino è con tutta probabilità un relitto della flora antica che popolava gli Appennini nel tardo Pliocene, circa tre milioni di anni fa. A quell’epoca il clima dell’Italia meridionale era più caldo e secco di quello attuale e ciò favorì l’arrivo del pino bosniaco -già perfettamente adattato alle estati secche e siccitose dei Balcani-, che cominciò a prosperare e ad occupare vaste aree appenniniche.

Le successive glaciazioni -cominciate circa un milione di anni fa- portarono climi più umidi, poco adatti al pino loricato. Nuove specie cominciarono a prosperare nell’Appennino e il loricato si ritirò dove le condizioni erano avverse ai nuovi concorrenti arborei: sui massicci più alti, dove il contrasto tra i rigidi inverni e la siccità dell’estate era massima. I pini loricati non sono quindi un relitto glaciale, bensì un relitto pliocenico, vestigia di un clima molto più antico di quello delle glaciazioni che hanno caratterizzato il Pleistocene.

Albero o monumento? Difficile dirlo.

Oggi il pino loricato è spesso in competizione con il faggio. Le foreste del loricato sono infatti a diretto contatto con fitti boschi di faggio, come mostrato nelle fotografie. Passare dalla faggeta alla pineta è come attraversare la prima linea, si intuisce che in quella sottile striscia di terra i due alberi stanno portando avanti una strenua guerra di posizione. I due eserciti arborei si scrutano e sono pronti ad avanzare a ogni passo falso dell’avversario.

Fino a pochi decenni fa si temeva che il faggio potesse definitivamente avere la meglio sul loricato, mettendo a rischio la sua sopravvivenza. Oggi però si osserva il contrario. Il pino loricato si sta infatti lentamente espandendo ai danni delle faggete limitrofe e colonizza territori a quote sempre inferiori. Anche gli esemplari pluri-secolari, grazie all’analisi degli anelli di crescita, crescono a ritmi maggiori rispetto al recente passato, confermando una fase positiva per questa specie. Motivo di ciò sembrerebbe il cambiamento climatico e più in particolare la diminuzione delle precipitazioni e l’aumento delle temperature estive. Queste sono infatti dannose per il faggio -che richiede un clima umido e non eccessivamente caldo- ma non per il loricato che anzi trova in queste nuove condizioni un clima sempre più simile a quello pliocenico.

Ottima notizia per il loricato quindi, ma non per tantissime altre specie viventi. Il cambiamento climatico sta portando a grandi, enormi cambiamenti nel mondo naturale. Per alcuni organismi essi sono positivi, per altri sono invece negativi, esattamente come succede nei confronti del binomio vegetale pino loricato – faggio.

La specie umana si è interamente evoluta e sviluppata durante il quaternario; sapere che il clima sta sempre più assumendo le caratteristiche che aveva durante il Pliocene non è quindi una buona notizia. Probabilmente il nostro destino sarà più simile a quello del faggio, dovremo presto fare qualche passo indietro e rinunciare ad alcuni territori.

Riferimenti
Caudullo, Giovanni et al. (2017) Chorological maps for the main European woody speciesData in Brief 12:662-666;
Piovesan, Gianluca et al. (2018) The oldest dated tree of Europe lives in the wild Pollino massif: Italus, a strip-bark Heldreich’s pineEcology 99:1682-1684;
Avolio, Silvano. (1996) Il Pino Loricato (Pinus leucodermis Ant.). Emblema del Parco Nazionale del Pollino. Edizioni Prometeo.

 

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