I petocentauri

di Federico Cauli
(pubblicato su Il fatto quotidiano del 28 maggio 2021)

Un mostro strepitante si aggira per prati e foreste, lungo spiagge, fiumi e torrenti. È il petocentauro dei boschi, risorta creatura mitologica che scorrazza impunemente nei luoghi naturali più belli d’Italia, financo nelle oasi e nei parchi nazionali.

Ha il vuoto pneumatico nella testa, un cuore a motore e rotozampe di gomma dentata, con cui saltare e derapare ovunque abbia voglia. Fedele alla leggenda, l’ibrido biforme è inscindibile, tanto che è rarissimo vedere un busto disgiunto dal suo cavallo di latta. Sfreccia senza posa, fermandosi solo quando si è perso o per qualche ingente bisogno. Il suo implacabile rumoreggiare tramortisce le vallate, risuona come un monito che invita a fuggire, o almeno a scansarsi. Sempre prudente, il mite escursionista tende di tanto in tanto l’orecchio per udirne il ruggito, per capire se la belva è in arrivo. E quando questa si palesa, la lascia passare inorridito sperando che torni la pace. Resta però una traccia di malinconia, l’umiliazione di quel transito prepotente e oltraggioso che mette in imbarazzo anche il mondo dei bravi centauri, dove la moto è un simbolo di libertà, non di barbarie.

Il fuoristrada è vietato da leggi nazionali e regionali, ma lui se ne frega o forse nemmeno lo sa. E se ricordarglielo in corsa è impossibile, denunciare il reato lo è quasi altrettanto. L’animale ha terga senza targa, se la zompa e se la ride senza bollo e senza assicurazione, corrodendo l’aspetto e la voce dei luoghi: prati feriti dalle sgommate, greti fluviali scambiati per strade, vecchi tratturi ridotti in solchi profondi e non più camminabili.

Lungo i sentieri dove un tempo si potevano cercare le orme leggere di un capriolo è oggi più facile trovare le strisce tacchettate della belva a motore, che cancellano i passi delicati della natura. Gli animali vengono terrorizzati, il canto degli uccelli è eclissato dai peti delle marmitte vicine e lontane. Lo scorso anno osservavo un nido di un’aquila che si trovava a circa 500 metri da uno stradello: a ogni passaggio di moto, il rapace fuggiva abbandonando il pulcino che avrebbe dovuto proteggere.

Ma i ragazzi a motore che ne sanno? Attraversano il mondo senza vederlo, riducendo la natura a cornice di chissà quale misteriosa avventura, nello schermo di un videogioco in realtà virtuale.

Ve l’immaginate un petocentauro che corra nel bel mezzo di piazza San Pietro? Multa astronomica, sequestro del mezzo. Nei luoghi naturali è invece Illegalità allo stato brado, aree protette trasformate in un immenso e abusivo campo per amanti di sgommate e impennate. Che si impenni invece l’ammontare delle sanzioni, che aumenti il numero delle moto caricate sui carro attrezzi, perché siano portate il più lontano possibile dalla natura.

Escursionisti, allevatori e agricoltori sono stanchi di questo sfregio quotidiano. Siamo una silenziosa folla di mortali che chiede una battaglia di civiltà, una nuova centautomachia che possa concludersi come avvenne nel mito: con la sconfitta dei mostri e la loro cacciata dai boschi. Nel frattempo,  in attesa che lo Stato reagisca come si deve, loro si riproducono e formano branchi che ruspano beati e tranquilli. Hanno forse capito che un Paese che non sa far rispettare la natura non merita alcun rispetto.

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3 Comments

  • state parlando di persone che praticano un’attività con la stessa passione con la quale pratichiamo l’escursionismo e l’alpinismo. Il problema è, come in tutto il resto, il numero crescente di persone che lo praticano, così come per le bici, gli arrampicatori, gli escursionisti… Per co-esistere occorre un codice di comportamento e un’educazione.

    Moto no, eppure, laddove non ci piace camminare, nei luoghi che non sono chic per le foto instagram, le moto che passano su vecchi tratturi e mantengono i sentieri fanno comodo, così come nei casi di emergenza quando raggiungono luoghi isolati.

    Non replico i due commenti sotto che parlano di strisce chiodate e fili altezza “uomo” per salvare gli animali: è istigazione all’omicidio.

  • Magari le strisce chiodate, specie se dissimulate sotto le foglie, potrebbero ferire i piedi di fate e gnomi, magari un bel cavetto d’acciaio ben teso ad altezza giusta potrebbe essere un bel dissuasore per i motovandali senza provocar danno ai nostri amici animali

  • Poi inorridiamo se leggiamo di strisce chiodate messe ditrav erso nei sentieri, che per quanto biasimare, danno il senso di frustrazione che hanno coloro che li vedono passare impuniti, magari più volte albertoe più volte.

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