Cassin al Cimon della Bagozza – e ridaje!

di Smaranda Chifu
(pubblicato su smarandachifu.com il 12 settembre 2020)

“Edooo ferma la macchina!”, siamo già a Clusone, due ore lontano da casa. Ho un flash, scendo, apro il bagagliaio e mi scappa una più che contestualizzata e giustificata bestemmia.
“Cosa ti sei dimenticata?” mi chiede Edo titubante.

Di cose fondamentali per andare a scalare non ne avevo mai dimenticate, mi è capitato di lasciare a casa frontale, secchiello, una volta i friend su una via in autosicura (ma la via era facile e non erano poi fondamentali). Ho assistito impotente a gente che si è dimenticata l’imbrago e l’ha scoperto all’attacco della cascata o di chi, assieme a me, ha lasciato a casa le pelli degli sci… scoprendolo al parcheggio in Val Bedretto! Ma personalmente no, non avevo mai lasciato a casa qualcosa che mi impedisse proprio lo svolgimento della giornata.

Cimon della Bagozza al mattino

“Le scarpe!!!”.
“Intendi le scarpette?”.
“No no, proprio le scarpe per l’avvicinamento!”.

Le penso tutte, sono in ciabatte da falesia: tornare a riprenderle e tornare a fare la via non si fa in tempo, aspettare che apra un negozio e spendere 15 euro di scarpe Lidl da tennis nemmeno, andare in falesia con un avvicinamento nullo ma non abbiamo dietro la corda singola e viene un casino. Niente, voglio solo morire dal nervoso, fatto sta che torniamo a casa da Clusone e per punizione mi infliggo un giro delle guglie in Grigna pomeridiano come i criceti, facciamo su e giù tutto il pomeriggio finché non vomito all’idea di fare un’altra via anche se di IV e un’altra doppia, finendo la giornata con la sgambata slegati sulla Segantini dove sto parecchio all’occhio perché le gambe sono diventate di legno ed Edo non è proprio sereno ad essere slegato ma io decido che l’autoflagellazione è l’unica cosa che mi merito, al posto di cento Ave Maria io voto per fare il tour delle vie di IV/V disseminate lungo la Direttissima. Usciamo in cima al tramonto, crepo dalla stanchezza scendendo giù dalla Cermenati e salviamo la giornata in corner. Certo però che era già la seconda volta che volevo farla la Cassin al Cimon della Bagozza, la prima andata in fumo per il maltempo, sarà mica un segno del destino!

Edo in partenza su L4

Fatto sta che venerdì sera mi succede una di quelle cose che ogni tanto capitano quando si scala: ti organizzi per fare una cosa, non si sa non si capisce, rimani a piedi, ti viene l’umore un po’ Ursula un po’ pitbull rabbioso, hai davanti due giorni di sole e non sai che fartene. Opzione uno: seguire il cuore, mangiare gelato dalla vaschetta e coccolare il gatto tutto il giorno, opzione due: al cuor non si comanda quindi so già che i pensieri non saranno certo leggeri e l’umore non adatto a fare grandi cose, ma mi impongo di smetterla di frignare e uscire di casa.

Smaranda all’inizio di L5, il tiro chiave

Così mi ritrovo il sabato a Esigo, in una bellissima falesia estiva con la Gin e l’Ilaria, io e la Gin alziamo la cresta dopo un 6b a vista che ha dell’incredibile e prendiamo schiaffi da un 6c che mi spappola la mano sinistra perché, coerentemente a quanto detto sopra, lascio a casa i guantini da fessura! Ma poco male, una giornata tra ragazze a spettegolare e scalare era davvero quello che ci voleva anche se l’idea di combinare qualcosa mi rimane in testa.

Smaranda quasi in uscita dal tiro chiave

Ed ecco che mi trovo a riprogrammare la Cassin all’ultimo per la domenica, sarà buona la terza? Non so perché ma questa via non s’ha da fare, però voglia di rimanere a casa non ne ho, quindi andiamo e vediamo, in qualche modo su certe vie ormai ho capito che si va su!

Expo?

Domenica mattina Edo è già in ansia, ha stampato 54 relazioni, letto 32 blog e tramite una veggente contattato lo spirito di Cassin per interrogarlo circa la via. Cassin gli ha fatto una pernacchia. Io ormai mi conosco, non sono certo di umore roseo oggi e mi sento la testa pesante, ma finché non tocco la roccia non posso sapere come andrà e poi come sempre, se si guarda l’intera giornata sembra impossibile: il ghiaione da risalire, tutta la parete che si vede davanti a noi, non c’è nessuno a parte noi quindi saremo pure soli tutto il giorno, chissà come sono i tiri, chissà dove bestemmierò, e se la roccia è marcia, e se i chiodi sono ballerini, e se chissenefrega, un gradino alla volta, i tiri duri sono due di VI e VI-, gli altri è roba che so scalare, “so scalare” una parola, diciamo che so sopravviverci.

Edo alla S4

Iniziamo a risalire il ghiaione e le rotule delle ginocchia urlano pietà e orrore. Scivolando e imprecando arriviamo al camino di attacco, quello della Bramani perché l’originale non la fa più nessuno, scusa Cassin ma lo zoccolo basale è da suicidi, amico! Che avessimo Marte contro per questa via m’era già chiaro quindi non mi aspetto nulla di buono e sono pronta al peggio: i camini sono giusto un po’ bagnati e muschiati, ma pazienza. Vuoi la guerra? E guerra sia!

Edo colto in flagrante…

Parto io e i primi tre tiri vanno lisci come l’olio, la roccia non è certo un lusso, anzi, sul terzo tiro che riporta sulla linea originale mi sento molto lenta ad uscire da un camino molto largo, per nulla difficile ma a tirare il sasso sbagliato m’ammazzerei stecchita di sotto. Parte Edo per il quarto tiro e dopo un po’ non sento più la corda andare né avanti né indietro, inizio ad avere un bel po’ di freddo in sosta e non capisco che succede: alla fine dopo un bel po’ mi recupera e la sosta, per altro quella alla partenza del tiro chiave, segnata su un chiodo e clessidra non la troviamo proprio. Edo fa sosta al termine del canale su due spit che però ci portano troppo fuori dalla linea di salita e non so nemmeno di che via possano essere! Dovendo poi io fare il tiro chiave non vorrei rognare con attriti strani. Decido di salire verso i primi metri del tiro dopo e allestisco una sosta su due chiodi vicini, recupero Edo che mi fa sicura da questi, altrimenti sarebbe stato un cinema far venire la corda.

Edo in uscita da L9

Sul tiro chiave mi tranquillizza molto il fatto che sia così infarcito di chiodi anche se molti non conviene tirarli proprio e, in una bolla bellissima, mi diverto come una matta a farlo! Hai capito Cassin, ti piaceva piantarci dentro il ferro eh, vecchio furbacchione? Lo pensavo pure più difficile invece alla fine è solo molto esposto e un po’ fisico, ma ci sono letteralmente delle zappe in mano, fossero tutti così i VI! Faccio un po’ di rest perché da un momento all’altro mi aspetto sia più duro, invece mi trovo in sosta nemmeno troppo ghisata, che bel tiro!

Edo su L10

I tiri dopo sono tutti meno impegnativi, anche se i diedri finali, tra l’umido, i chiodi un po’ più distanziati e la placca in uscita non sono per nulla banali: avevo sentito di numerose varianti in uscita e della possibilità di perdersi in via ma niente di tutto ciò, usciamo senza ulteriori intoppi seguendo un bellissimo filo logico della via, tant’è che mi ritrovo in cima un po’ basita. Non ho nemmeno imprecato oggi in via, mi dispiace pure che sia finita, volevo scalare ancora! Non dico di averla trovata facile, altrimenti l’avrei fatta tutta in libera, ma sicuramente a fine stagione estiva una via da fare abbastanza serenamente. Ogni tanto una gioia!

In vetta al Cimon della Bagozza

Ci fiondiamo giù per il ghiaione della normale che mi fa sgranare gli occhi subito per quanto è impraticabile, “che caianata farsela come uscita questa normale” commentiamo ridendo, smettiamo di frenare e letteralmente si scivola sulla ghiaia fino a recuperare gli zaini e… svuotare le scarpe di cento piccoli Cimoni della Bagozza. Pensare che è la seconda volta che uso queste scarpe, nuove di pacca, ora sembrano quelle di un muratore bergamasco, pota! Anche Edo mi sembra proprio soddisfatto della via.

Mi giro sorridente verso il Cimon: vorrei dire qualcosa di poetico e adatto invece penso solo “Ehi Cimon… tiè, tu, le scarpe dimenticate, la pioggia, la stagione quasi finita che manco ci credevo, i chiodi ballerini e il bicipite molle!”

In vetta

Il Cimon impassibile di fronte al mio gongolare mi saluta annuvolandosi e mostrandomi l’immensità del cazzo che gliene frega della mia gioia. Giusto così. Chissà quando ci rivedremo, non sono tante le vie da farci su, ne avrei in mente giusto un’altra ma credo che il menù non sia tanto diverso rispetto alla Cassin, di sicuro non sono vie per gente col palato sopraffino abituato alla roccia del Wenden!

Scarpe nuove, vecchie abitudini

Un pensiero mi viene sempre, come possano queste vie avere ancora così tanto da dire dopo così tanto tempo. E’ anche vero che una volta diventavi Cassin a farle, oggi le ripeto io che, voglio dire, sono il peggio dell’alpinismo domenicale! Però penso a Cassin, lecchese di residenza, per arrivare fin lì poi come si è spostato, aveva mica la macchina credo, non è che sia dietro l’angolo, quanti giorni ci ha messo? Capace che per una via così è stato in ballo tra andare e tornare una settimana intera. Mica come me che la sera ceno beata a casa e mi coccolo il gatto segnando gongolante la via nel file excel, finalmente!

Alle 21.30 sto già dormendo, weekend salvato egregiamente in corner. La stagione estiva è davvero agli sgoccioli e le idee iniziano a mancare, le condizioni in giro ormai non sono più tanto ottimali e prima di fare il cambio di stagione con pelli e picche, non mi dispiacerebbe rinchiudermi un po’ in falesia anche se magari qualche via ancora riesco a farla, ma diciamo che sì dai, è passata un’altra estate in cui, per non tenersi manco con l’attack, qualcosina di cui essere soddisfatta direi che ce l’ho!

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2 Comments

  • Salire la Cassin senza fare i primi due tiri e andando a far sosta anche altrove, per me è di sicuro scalare, ma senza cercare di conoscere chi fosse Riccardo Cassin.
    Facendo così non si può pensare e dire di aver salito la Cassin alla Bagozza.
    Comunque bravi.

  • Guantini da fessure…? Incredibile come sono vecchio: noi sempre mani nude, al massimo cerottone che da bianco diventava presto color orca, vuoi per il terriccio vuoi per le abrasioni sottostanti… Bel racconto, bella via.

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