Il Parco dello Stelvio raccontato da Reinhold Messner

È stato il primo uomo a scalare tutti i quattordici Ottomila della Terra. Dal Parco Nazionale dello Stelvio al suo circuito Messner Mountain Museum, Reinhold Messner ci racconta i pilastri da seguire per un domani migliore, iniziando dalla rinuncia.

Il Parco dello Stelvio raccontato da Reinhold Messner
di Claudia Reali
(pubblicato su piemonteparchi.it il 26 novembre 2020)

Il museo MMM Ortles nel cuore del Parco nazionale dello Stelvio e Reinhold Messner all’interno del Museo. Foto: Robert Eberhöfer.

“No artificial oxygen, no bolts, no communication”, ossia nessuna bombola di ossigeno né chiodi a espansione autoperforanti né cellulari. Solo l’uomo, forte di una volontà inossidabile, che affronta la montagna. La sua bellezza, le sue insidie, i suoi insegnamenti. Ecco Reinhold Messner, l’alpinista che ha sfiorato il cielo scalando per ben 14 volte vette più alte di 8.000 metri e che ha effettuato oltre 100 spedizioni e 3.500 ascensioni. Ha attraversato l’Antartide, la Groenlandia, i deserti del Gobi e del Takla Makan. È diventato un riferimento mondiale per l’alpinismo. Una vita di avventure e di consapevolezza che lo ha portato a realizzare il suo 15° Ottomila – come ama definirlo lui – ossia il Messner Mountain Museum (MMM), un circuito di sei strutture museali (cinque in Alto Adige e una in provincia di Belluno), una più spettacolare dell’altra, dedicate alla montagna a 360 gradi. Sono luoghi in cui Messner rende visibile e fruibile la sua eredità: le conoscenze, le esperienze, le storie dell’incontro tra uomo e natura. In particolare a Solda, frazione del Comune di Stelvio (BZ), in Val Venosta, sorge il suo MMM Ortles che esplora il tema del ghiaccio. Un museo sotterraneo nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. Non poteva che essere quindi il celebre alpinista la nostra speciale “lente” per raccontare quest’area protetta e il mondo di oggi.

L’ingresso del museo MMM Ortles. Foto: Robert Eberhöfer.
Il “tetto” del museo MMM Ortles. Foto: Robert Eberhöfer.

Il parco “uno e trino”
Nel 1774 il cartografo svizzero Peter Anich tratteggiò la carta del Tirolo indicando il paese di Solda, a 1900 metri di quota, come la “fine del mondo”. Effettivamente qui finisce la strada perché le imponenti montagne del gruppo dell‘Ortles-Cevedale creano un confine naturale. Finisce il paese, iniziano i ghiacciai. Tutto attorno si estende il Parco Nazionale dello Stelvio, tra le più grandi riserve naturali d’Europa nel cuore delle Alpi Centrali. Maestose creste guardano fitti boschi di agrifogli, praterie d’alta montagna, vallate verdissime, torrenti impetuosi. Via via, scendendo di quota, si incontrano villaggi e masi, testimonianze di una cultura rurale millenaria. Tutta questa bellezza è tutelata da tre entità diverse: le Province Autonome di Trento e Bolzano e la Regione Lombardia. Un parco, quindi, “uno e trino”, dove il coordinamento tra i soggetti è questione complessa. Ce lo conferma proprio Reinhold Messner. «Purtroppo non è facile mettersi d’accordo, ma per un parco del genere la parola chiave deve essere “responsabilità”. Ci sono temi caldi cui la politica non ha ancora dato una risposta. Per esempio c’è il Passo dello Stelvio, un luogo fruito in modo troppo caotico». Si tratta del valico di montagna più alto d’Italia (2758 m) e, con i 48 tornanti del versante altoatesino, è una delle strade più suggestive del mondo. Ciclisti di tutta Europa vengono qui per la sua unicità. «Nella bella stagione si dovrebbe fermare il traffico automobilistico almeno un paio di giorni alla settimana per lasciare spazio solo agli amanti delle due ruote. Ci vorrebbe anche un pedaggio per le macchine che vogliono salire, almeno dalla nostra parte altoatesina, così da utilizzare i fondi per sostenere sia l’onerosa gestione del Passo sia per realizzare delle strutture museali sulla Grande Guerra, che qui è stata protagonista».

Interno del museo MMM Ortles. Foto: Robert Eberhöfer.
Interno del museo MMM Ortles. Foto: Robert Eberhöfer.

Un “unicum” da tutelare
Cultura e natura creano un binomio fondamentale per Messner. «La montagna non è solo wilderness, ma è anche agricoltura, tradizioni. C’è il vuoto e c’è il pieno. Tutto l’insieme va salvaguardato perché ha un valore. Il mondo contadino – che per primo e da molti secoli si prende cura del territorio – è purtroppo in difficoltà. Il problema grave è sostenere i costi dell’agricoltura di montagna che per antonomasia è più faticosa per i terreni impervi a fronte della drammatica diminuzione del valore economico dei prodotti. Da questo punto di vista ci auguriamo che l’Unione Europea cambi rotta e non sovvenzioni più solo le grandi realtà agricole. Poi c’è anche la questione del lupo, che è delicata. Da una parte ci sono gli animalisti e dall’altra i contadini che subiscono le razzie di pecore e capre e talvolta, stanchi di tutto, abbandonano le malghe. Altro tema dolente è che in montagna si fa sentire di più il cambiamento climatico rispetto alla pianura, da dove peraltro si generano le azioni nefaste colpevoli di generarlo. Scompaiono i piccoli ghiacciai e si altera pesantemente il ciclo dell’acqua. Tutto questo non porta a niente di buono. Si perdono anche importanti potenzialità turistiche. Bisogna ripensare a tutto. Siamo completamente fuori equilibrio».

Interno del museo MMM Ortles. Foto: Paolo Zanzi.

Linee guida per un futuro (migliore)
Da dove cominciare? Da tre pilastririnuncia, upcycling e cultura. «La rinuncia è la prima cosa. Io ho imparato a scalare le montagne senza quasi nulla. All’inizio partivo carico di attrezzature. Poi, piano piano, mi sono spogliato quasi di tutto. Mi espongo alla natura per come sono. La affronto, la ascolto e imparo. La rinuncia è un ideale positivo. Se si chiede a un bambino di non mangiare un gelato soffrirà. Ma se gli si spiega che con questo gesto farà bene al mondo ne sarà contento. A me piace realizzare idee. I soldi mi servono per questa ragione. Io sono un creatore e non un consumatore». Seconda “keyword” è upcycling, una parola inglese che viene tradotta in italiano con “riciclo creativo”, “riuso” o “riutilizzo”. In realtà è qualcosa di più: il prefisso inglese up- chiarisce il fatto che questo tipo di processo fa acquisire un valore maggiore al nuovo oggetto rispetto all’originale. «Al mondo siamo quasi 8 miliardi di persone. L’upcycling è essenziale per non sprecare le risorse che abbiamo. Io l’ho messo in pratica anche nelle strutture museali che ho realizzato. Per esempio Castel Firmiano era un rudere è tale è rimasto ma è stato sistemato in modo da accogliere un contenuto importante e fruibile, esplorando la relazione fra uomo e montagna. Ogni anno accorrono 100mila persone. Stessa cosa è stata per il castello di Brunico che oggi ospita il MMM Ripa, dedicato ai popoli di montagna. Il maniero è rimasto più o meno com’era prima del restauro diventando però una struttura autosufficiente. In generale i progetti di architettura dei musei del circuito MMM hanno un dialogo stretto con la natura. Si può dire che c’è sempre continuità tra dentro e fuori. Il museo MMM Ortlesè costruito come se fosse un crepaccio di un ghiacciaio. In un angolo è possibile, attraverso un vetro, scorgere la cima dell’Ortles». Infine, c’è la cultura: è lo strumento che porta alla conoscenza della nostra unica casa, la Terra. Un mondo diverso dunque è possibile. Bisogna solo essere disposti a spogliarsi di ciò che non serve, vestendosi delle (poche) cose che servono davvero. Parola di Messner.

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